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La Germania di Merz chiede più ore di lavoro per frenare il declino produttivo

Scontro frontale tra Merz e i sindacati: il governo vuole più ore di lavoro per battere la crisi, ma l'IG Metall fa muro. Mentre il volume totale delle ore lavorate cala dell'1,8%, Berlino cerca un nuovo patto sociale che metta la produttività e il sacrificio davanti al tempo libero.

La Germania di Merz chiede più ore di lavoro per frenare il declino produttivo
Photo by Vitaly Gariev / Unsplash
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La Germania si prepara a rivoluzionare il proprio mercato del lavoro. Il governo guidato da Friedrich Merz ha annunciato l'intenzione di eliminare gli «incentivi errati» che favoriscono l'occupazione parziale, con l'obiettivo esplicito di spingere i lavoratori tedeschi a lavorare più ore. La mossa arriva mentre la prima economia europea fatica a mantenere i livelli di competitività degli ultimi decenni, schiacciata tra costi energetici elevati, crisi industriale e invecchiamento demografico accelerato.

Secondo i dati dell'Istituto federale di statistica tedesco, nel 2025 quasi il 28% della forza lavoro tedesca operava con contratti part-time, una percentuale cresciuta costantemente dal 2010. Di questi, circa il 60% sono donne, spesso concentrate nei settori dei servizi a bassa produttività. Il fenomeno non riguarda solo le fasce deboli del mercato: anche tra i lavoratori qualificati si è diffusa la preferenza per orari ridotti, favorita da un sistema fiscale e previdenziale che in molti casi penalizza il lavoro a tempo pieno. La combinazione tra aliquote marginali elevate e perdita di benefici sociali rende poco conveniente aumentare le ore lavorate oltre certe soglie.

Il governo Merz punta a smontare proprio queste trappole della povertà e dell'inattività. L'esecutivo sta valutando modifiche alle aliquote fiscali sui redditi medio-bassi, la riduzione dei sussidi legati al reddito che disincentivano l'incremento delle ore lavorate, e misure per ridurre il divario tra lavoro part-time e full-time in termini di contributi pensionistici. L'idea è rendere strutturalmente più vantaggioso lavorare di più, invertendo una tendenza che ha eroso la base produttiva del Paese.

Il peso della demografia sulla forza lavoro tedesca

La questione non è solo di incentivi fiscali. La Germania si trova ad affrontare una transizione demografica senza precedenti. Entro il 2030, secondo le proiezioni dell'Ufficio federale per la popolazione, usciranno dal mercato del lavoro circa 4,8 milioni di persone della generazione del baby boom, mentre ne entreranno appena 3,2 milioni. La carenza di manodopera, già visibile in settori come sanità, edilizia e manifatturiero, rischia di diventare strutturale. In tale scenario, ogni ora di lavoro persa pesa doppio.

Il ricorso massiccio al part-time, se da un lato ha consentito di mantenere alti tassi di occupazione nominale, dall'altro ha ridotto il volume complessivo di ore lavorate nell'economia. Tra il 2015 e il 2025, il numero complessivo di ore annue lavorate in Germania è diminuito dell'1,8%, nonostante la popolazione occupata sia rimasta stabile. La produttività oraria, pur crescendo, non è riuscita a compensare il calo del tempo effettivamente dedicato al lavoro. Il risultato è una crescita del PIL reale annuo che nel decennio 2015-2025 ha oscillato tra lo 0,5% e l'1,2%, ben al di sotto dei ritmi necessari per sostenere il debito pubblico crescente e il sistema pensionistico.

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L'industria tedesca tra crisi energetica e nuova concorrenza

Le difficoltà del mercato del lavoro si intrecciano con la crisi del modello manifatturiero tedesco. Dopo il 2022, il rincaro dell'energia e la perdita di accesso al gas russo a basso costo hanno eroso i margini di settori strategici come chimica, acciaio e automotive. Gruppi come BASF, Volkswagen e ThyssenKrupp hanno annunciato negli ultimi anni piani di ridimensionamento produttivo in Germania, spostando investimenti verso Stati Uniti e Asia. Nel 2025, la produzione industriale tedesca era ancora inferiore del 7% rispetto ai livelli del 2019.

In tale contesto, la proposta di Merz di aumentare le ore lavorate non riguarda solo la disponibilità di manodopera, ma la capacità complessiva del sistema economico di rimanere competitivo. Tuttavia, la strada è irta di ostacoli. I sindacati tedeschi, storicamente influenti, hanno già espresso forti perplessità, denunciando il rischio di una riduzione dei diritti dei lavoratori e di un peggioramento della qualità della vita. IG Metall, il principale sindacato del settore manifatturiero, ha annunciato che si opporrà a qualsiasi riforma che non preveda parallelamente aumenti salariali reali e garanzie occupazionali.

Sul piano politico, la coalizione di governo dovrà trovare un equilibrio tra istanze liberiste e pressioni sociali. Alcuni economisti hanno inoltre messo in guardia contro il rischio di effetti collaterali indesiderati: aumentare le ore lavorate senza investimenti paralleli in formazione, automazione e infrastrutture potrebbe semplicemente distribuire meglio la decrescita, senza rilancio strutturale. La Germania, insomma, si trova di fronte a una scelta strategica: accettare un ruolo marginale nella competizione globale o ripensare radicalmente il proprio patto sociale ed economico.


Le domande de l'Analista

Può una riforma fiscale e del mercato del lavoro invertire da sola il declino industriale tedesco, o serve un ripensamento più profondo del modello economico post-energivoro?

E in che misura il modello tedesco, basato storicamente su alto valore aggiunto e orari contenuti, può adattarsi a una competizione globale che premia volume produttivo e flessibilità, senza perdere coesione sociale?

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