Vai al contenuto

Il tempo che le aziende non vedono, ma i lavoratori sì

Dai tirocini senza paga ai corsi obbligatori fuori orario, sempre più ore di lavoro non vengono riconosciute né retribuite.

Il tempo che le aziende non vedono, ma i lavoratori sì
Photo by Waddas Magalhães / Unsplash
Pubblicato:

"Sfruttati o bocciati". Con questo slogan, nel 2026, migliaia di studenti italiani sono scesi in piazza per protestare contro un sistema scolastico che, secondo loro, li costringeva a scegliere tra sottostare allo sfruttamento o rischiare di restare indietro. Al centro delle contestazioni, due riforme simbolo di un’epoca: la "Buona Scuola" — con la sua alternanza scuola-lavoro obbligatoria — e i residui della riforma costituzionale del governo Renzi, che avrebbe ulteriormente centralizzato il controllo sull’istruzione.

Per gli studenti, l’alternanza non era un’opportunità, ma un obbligo mascherato da formazione: ore di lavoro non retribuito in azienda, spesso ridotto a mansioni ripetitive, senza reali garanzie di apprendimento. "Sfruttati o bocciati" diventava così la denuncia di un ricatto istituzionale: o si accettavano le regole di un sistema che normalizzava il lavoro gratis, o si rischiava di vedere compromesso il proprio percorso scolastico. Una mobilitazione che andava ben oltre la scuola, toccando il nervo scoperto di una generazione cresciuta tra precarietà e disillusioni.

Oggi il lavoro gratuito non è più una fase temporanea di passaggio verso un impiego retribuito, ma una condizione permanente e strutturale per accedere al mercato del lavoro. Il paradosso della modernità è che, mentre la tecnologia e l’innovazione promettono progresso, sempre più settori sostituiscono il lavoro retribuito con manodopera non pagata, mascherandola sotto nomi come "tirocinio"e "stage".

L’inteligenza artificiale libera davvero il tempo o nasconde nuove forme di lavoro?
Negli uffici una parte del lavoro ripetitivo è passata all’AI, ma per molti il mestiere è diventato un altro: controllare e sistemare testi generati da sistemi che non esistono nella job description né in busta paga.

Non si tratta di eccezioni, ma di un sistema consolidato: in molte aziende, il 10-15% della forza lavoro è composto da stagisti o apprendisti che lavorano senza salario o con rimborsi simbolici, spesso svolgendo mansioni identiche a quelle dei dipendenti. Il loro tempo viene trasformato in una risorsa a basso costo, mentre lo sfruttamento viene spacciato per "opportunità di crescita" o "passione per il mestiere".

Ma se per iniziare a lavorare dobbiamo accettare di non essere pagati, quale valore ha davvero il nostro tempo? E cosa resta del concetto stesso di lavoro quando la retribuzione diventa un privilegio e non un diritto?

La formazione obbligatoria non è un "favore", è lavoro (e va pagato)

Esiste una zona grigia in cui i datori di lavoro tentano di spostare i propri doveri di sicurezza sulle spalle dei dipendenti, trasformandoli in un costo extra per chi lavora. Non si tratta di un favore, né di una scelta personale: la formazione sulla sicurezza è parte del lavoro, e come tale deve essere riconosciuta, sia in termini di tempo che di retribuzione.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20259 del 14 luglio 2023, ha fissato un principio fondamentale: la formazione sulla sicurezza non può essere imposta al di fuori dell’orario di lavoro senza un giusto compenso. Il caso riguardava un lavoratore part-time licenziato per aver rifiutato di seguire corsi di formazione fuori dal suo orario contrattuale. La Corte ha sottolineato che, sebbene la formazione sia un dovere del lavoratore, è anche un obbligo del datore di lavoro garantirla senza gravare sul dipendente.

La legge è chiara: l’articolo 37 del D.Lgs. 81/2008 stabilisce che la formazione deve svolgersi durante l’orario di lavoro. Ma se il corso viene organizzato al di fuori di questo orario? La Cassazione ha precisato che, in questi casi, il lavoratore ha diritto alla retribuzione per lavoro straordinario. Non è una concessione, ma un diritto: se il datore di lavoro richiede formazione fuori orario, deve pagarla come qualsiasi altra ora di lavoro.

Il problema sorge quando la formazione viene presentata come un "dovere morale" o un "investimento per la tua carriera", nascondendo il fatto che, in realtà, è una responsabilità del datore di lavoro. Non spetta al lavoratore rinunciare al proprio tempo libero o al proprio stipendio per garantire la sicurezza sul lavoro: è il datore di lavoro che deve organizzare e retribuire la formazione, senza scaricare costi o oneri sul dipendente.

In sintesi, non è il lavoratore a dover pagare, in termini di tempo o di denaro, per la sicurezza sul lavoro. Se ti viene chiesto di seguire un corso fuori orario senza compenso, non stai ricevendo un’opportunità: stai subendo un sopruso. E la legge, per fortuna, ti tutela.

Questa dinamica innesca tre pericolosi rischi sistemici. Innanzitutto, si assiste a una drastica contrazione della mobilità sociale, poiché l'ingresso nei settori professionali d’élite resta un privilegio esclusivo di chi possiede i mezzi per sostenere lunghi periodi di lavoro non retribuito.

In secondo luogo, emerge una logica di competizione al ribasso in cui l’eccellenza viene sacrificata a favore del risparmio: il profilo vincente non è il più preparato, ma quello disposto ad accettare il compenso minore.

In aggiunta, si impone una forma di docilità forzata che obbliga il lavoratore a una continua recita di entusiasmo e passione, necessaria a mascherare lo sfruttamento come una scelta d'amore per la propria carriera.

In tutto ciò il concetto di merito finisce per trasformarsi in un paravento ideologico, utilizzato per celare la pura e semplice disponibilità dell'individuo a lasciarsi privare dei propri diritti.

Perché stiamo lavorando gratis anche mentre facciamo la spesa

Il furto del tempo esce dai confini del contratto e invade la vita quotidiana attraverso lo shadow work (lavoro ombra). Le aziende esternalizzano segmenti produttivi direttamente sul consumatore, che diventa un prosumer: colui che paga per lavorare.

È quella che definiamo estorsione vitale: il consumatore paga due volte. La prima volta con salari bassi (che limitano il suo potere d'acquisto) e la seconda volta completando il processo produttivo con il proprio lavoro non pagato. Montare mobili Ikea, effettuare il check-in online, usare le casse automatiche o il self-service al benzinaio non sono "comodità", ma segmenti di lavoro che un tempo erano retribuiti e che oggi sono stati espulsi dal mercato.

Molti di noi non si rendono nemmeno conto di quanto lavoro stiamo svolgendo... Questo shadow work si è infiltrato nelle routine quotidiane. Non siamo schiavi nell'antica Grecia... ma di sicuro lavoriamo per nulla.
— Craig Lambert

Il risultato è quel senso di desolazione che John Steinbeck descriveva con una lucidità tagliente: un mondo in cui i rapporti umani si dissolvono, sostituiti da una logica fredda e meccanica, dove le persone non sono più individui, ma ingranaggi da inserire in un sistema. L’amministrazione, il datore di lavoro, la piattaforma non guardano più al volto, alla storia, alle necessità di chi lavora: guardano solo dove inserire la moneta, dove estrarre il massimo profitto con il minimo costo. Non c’è più spazio per la dignità, la solidarietà o anche solo per un riconoscimento umano.

Lo sfruttamento algoritmico e la precarizzazione del lavoro

Le piattaforme digitali come Uber, Deliveroo e Foodora non hanno rivoluzionato il lavoro, ma ne hanno perfezionato il controllo attraverso la tecnologia. Non c’è libertà, ma una sorveglianza algoritmica che impone ritmi, orari e prestazioni con una precisione che i vecchi padroni delle fabbriche non avrebbero mai potuto immaginare. L’algoritmo non è uno strumento neutrale: è un meccanismo di potere che decide chi lavora, quanto guadagna e quando viene escluso dal sistema.

In questo modello, l’automazione non serve a liberare tempo, come auspicava Keynes, ma a ridurre la quota di lavoro effettivamente pagato. Il lavoratore, apparentemente "autonomo", si ritrova a dover sostenere tutti i costi che in un rapporto di lavoro tradizionale sarebbero a carico del datore di lavoro: benzina, manutenzione del mezzo, assicurazioni, tasse.

Il profitto delle piattaforme si basa proprio su questa sottrazione legalizzata di risorse, dove il lavoratore è costretto a "regalare" tempo, salute e denaro pur di non essere espulso da un mercato sempre più competitivo e spietato.

Il burnout non è una fragilità personale, ma una malattia sociale, il sintomo di un sistema che impone carichi di lavoro insostenibili, obiettivi contraddittori e una costante precarietà.

La mancanza di autonomia decisionale, la sorveglianza pervasiva e la frammentazione delle comunicazioni generano isolamento e confusione, mentre la sovrapposizione tra vita privata e lavoro cancella ogni confine, trasformando ogni istante in potenziale tempo produttivo.

Altro in Lavoro

Vedi tutto

Altro da L'Analista

Vedi tutto