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# Genitori esausti, non solo figli difficili
- URL: https://www.lanalista.it/genitori-esausti-non-solo-figli-difficili/
- Published: 2026-06-20T20:35:00.000Z
- Updated: 2026-08-04T18:54:43.000Z
- Description: Schiacciati tra la solitudine quotidiana e il mito della famiglia perfetta, l'esaurimento di madri e padri smette di essere un limite personale. È il segnale d'allarme di un sistema che chiede troppo e supporta troppo poco.
- Author: Mariza Cibelle Dardi
- Tags: Genitori, figli e generazioni, Opinioni, #home-opinion-hedcut

Ogni volta che un adolescente esplode — urla, chiusura, apatia, rendimento scolastico in caduta libera — la domanda di rito è sempre la stessa: «Che cosa hanno sbagliato i genitori?». Negli ultimi anni si è moltiplicata la narrativa sui «ragazzi problematici», sulla «generazione che non regge». Un filone editoriale e mediatico florido, alimentato da psicologi, pedagogisti e opinion leader sui social. Quasi mai, però, ci si ferma a chiedere in che condizioni vivono gli adulti che dovrebbero rispondere con calma, presenza e tempo. Molto più raramente si mette al centro il corpo stanco di chi li cresce. Più che chiederci perché ci siano così tanti ragazzi difficili, dovremmo forse interrogarci su quanto abbiamo chiesto — senza ammetterlo — a una generazione di genitori già esausti.

La giornata tipo di molti genitori assomiglia a una corsa a ostacoli senza traguardo. Lavoro con orari estesi o imprevedibili, pendolarismo, messaggi del datore di lavoro che arrivano ben oltre la fine del turno, lista di incombenze domestiche che inizia appena si varca la porta di casa. Recuperare i figli, accompagnarli alle attività sportive, seguire i compiti, cucinare, spesso occuparsi anche di genitori anziani. Il tutto con un margine economico ridotto: bollette in crescita, affitti o mutui che erodono lo stipendio, servizi di supporto costosi o geograficamente irraggiungibili.

Il conflitto in famiglia esplode spesso sulle soglie più visibili — lo smartphone, i voti, le uscite serali — ma nasce da altrove. Nasce da una stanchezza che non è individuale né psicologica, ma strutturale. Quando si parla di «famiglie in difficoltà» si tende a psicologizzare il problema: genitori apprensivi, poco autorevoli, troppo presenti o troppo assenti. Manca quasi sempre la lente sulle condizioni materiali. Quanti giorni a settimana rientrano dopo le 19? Quante ore dormono? Qual è il peso del lavoro precario, del mutuo, delle spese impreviste che azzerano qualunque riserva?

I numeri dell'[Ispettorato Nazionale del Lavoro](https://www.ispettorato.gov.it/files/2025/05/RELAZIONE-CONVALIDE-2023-2024.pdf?ref=lanalista.it) sono inequivocabili: nel solo 2024 sono state convalidate 60.756 dimissioni e risoluzioni consensuali di genitori con figli entro i tre anni, di cui 42.237 donne (69,5%) e 18.519 uomini. Il rapporto di genere si conferma stabile intorno al 70/30 anche nella serie storica. E, soprattutto, la motivazione dichiarata: la difficoltà di conciliare cura e lavoro pesa per il 65,2% di tutte le motivazioni indicate e sale al 77,5% tra le convalide femminili. Nel dettaglio, il 47,5% delle motivazioni femminili è legato all'assenza o alla difficoltà di accesso ai servizi di cura, il 30% alle condizioni di lavoro incompatibili con la genitorialità. Non una scelta, piuttosto una resa. E la resa, quando avviene, lascia sul campo un adulto più fragile, economicamente più esposto, emotivamente più a corto di risorse.

Dentro quelle stesse motivazioni si legge la mappa concreta del problema: il 43,1% delle donne che si dimettono cita l'assenza di parenti di supporto, il 45% l'impossibilità di conciliare l'orario di lavoro con l'accudimento, il 36,4% giudica l'organizzazione del lavoro «particolarmente gravosa» o incompatibile con la cura della prole. È un ecosistema che scarica sull'adulto singolo il peso di tenere insieme welfare mancante, orari rigidi e reti familiari sempre più assenti.

I [dati Istat 2023](https://www.istat.it/it/files/2024/04/3.pdf?ref=lanalista.it) confermano la distorsione strutturale che pesa sulle spalle di chi tiene insieme famiglia e occupazione. Il tasso di occupazione delle donne 25-49 anni con almeno un figlio sotto i sei anni si ferma al 56,6%, contro il 77,5% delle coetanee senza figli: oltre venti punti percentuali di scarto che misurano il costo reale della genitorialità sul mercato del lavoro. Il rapporto tra i due tassi — indicatore che vale 100 quando lo svantaggio è nullo — si attesta a 73,0, sostanzialmente fermo dal 2021.

Il divario è tutt'altro che uniforme sul territorio. Nel Mezzogiorno l'indicatore crolla a 66,6, con appena il 38% di occupazione tra le madri di bambini in età prescolare, contro il 66,9% del Nord e il 64,4% del Centro. È qui che l'assenza di servizi — nidi, tempo pieno scolastico, trasporti — si traduce in modo più diretto nell'uscita delle donne dal mercato del lavoro. E il gradiente sociale è altrettanto marcato: il rapporto raggiunge 91,1 tra le laureate, scende a 69,3 con il diploma e precipita a 49,0 per chi ha al massimo la licenza media. Il costo della genitorialità, in altre parole, non è distribuito equamente: lo pagano soprattutto le donne meno istruite e chi vive dove i servizi mancano.

A completare il quadro, l'indice di asimmetria nel lavoro familiare — la quota di lavoro domestico e di cura svolta dalla donna nelle coppie in cui entrambi i partner lavorano — si è fermato al 61,6% (media 2022/2023), stabile rispetto al biennio precedente, dopo anni di lento miglioramento. Il Mezzogiorno tocca il 70%, in ulteriore crescita. Significa che, anche quando entrambi i genitori lavorano, la parte «invisibile» della giornata — la cena, i compiti, il pediatra, il colloquio con la scuola, la lavatrice — resta prevalentemente sulle spalle di uno solo dei due adulti. È la seconda giornata di lavoro che non compare in nessun contratto e non paga nessun contributo.

Portare la fatica degli adulti al centro del dibattito non significa assolvere chi esercita male la propria responsabilità genitoriale. Significa riconoscere che il carico collettivo che abbiamo costruito — culturalmente, economicamente, politicamente — è, per molti, semplicemente insostenibile. Continuare a diagnosticare il malessere adolescenziale senza interrogarsi sulle condizioni di chi lo dovrebbe prevenire significa curare il sintomo e ignorare la malattia.

La letteratura scientifica lo dice da tempo: la salute mentale dei figli è correlata a quella dei genitori, e la salute mentale dei genitori è correlata a variabili molto concrete — reddito, ore di sonno, prevedibilità degli orari, disponibilità di reti di supporto. È la parte del dibattito che manca quasi sempre nei convegni sull'«emergenza adolescenti»: la crisi dei ragazzi non si spiega senza la crisi del tempo, del reddito e delle energie degli adulti che li circondano.

Ripensare le politiche per l'infanzia e l'adolescenza implicherà, inevitabilmente, ripensare anche il tempo e le risorse degli adulti che li circondano: orari e copertura dei servizi pubblici — a partire dai nidi, il cui accesso resta il collo di bottiglia strutturale del Paese —, costo reale degli strumenti di supporto psicologico ed educativo, congedi parentali effettivamente utilizzabili anche dai padri, diritto alla disconnessione dopo l'orario di lavoro, spazi di decompressione per chi ogni giorno porta un carico doppio.