Un'indagine mondiale condotta nel 2025 da Deloitte tra Gen Z e Millennial rivela un dato che difficilmente può essere ignorato dalle aziende: l'89% dei giovani intervistati considera un lavoro dotato di senso condizione imprescindibile per il proprio benessere, mentre solo il 6% indica la carriera dirigenziale come obiettivo professionale prioritario. Un sondaggio Intuit del marzo 2025, ripreso dalla stessa Psychologies Italia, arricchisce il quadro: il 64% della Gen Z anteporrebbe la tranquillità d'animo all'accumulo di ricchezza, e il 58% sceglierebbe più tempo libero anche a costo di guadagnare meno. Nello stesso periodo, l'indagine Dynata insieme a BetterHelp fotografa uno scarto generazionale netto sullo stress finanziario: ne soffre il 61% dei Millennial, il 49% della Generazione X, appena il 32% tra i baby boomer e le coorti più anziane.

Sullo sfondo, la ricerca più longeva mai condotta sulla felicità umana — lo Harvard Study of Adult Development, quasi novant'anni di osservazione su centinaia di vite — continua a restituire una conclusione stabile: non il reddito, non il successo professionale, ma la qualità delle relazioni intime è il predittore più forte di salute e benessere nel corso dell'esistenza. Lo ha ribadito di recente Robert Waldinger, attuale direttore dello studio, in un'intervista alla Harvard Gazette: «Le persone più legate ai propri cari sono più felici, più sane e vivono più a lungo». Anche la soddisfazione relazionale a cinquant'anni, secondo lo studio, prevede la salute fisica a ottant'anni meglio di un valore di colesterolo.

Il quadro globale, dunque, disegna con chiarezza uno spostamento verso il senso e le relazioni. Manca però, per ora, una ricerca italiana equivalente che misuri se i giovani del nostro Paese condividano la stessa gerarchia di valori — e proiettare acriticamente i dati mondiali sull'Italia sarebbe un errore. Quello che possiamo raccontare con precisione è il terreno su cui i giovani italiani si muovono: un contesto materiale che, più che invitare a una scelta di valori, sembra imporla.

Salari bassi, casa lontana, genitori sempre presenti

Il mercato del lavoro italiano resta sfavorevole ai giovani nel confronto europeo. Secondo l'indagine Mercer Total Remuneration Survey 2025, citata dal Corriere della Sera, la retribuzione media d'ingresso per un neolaureato si attesta oggi sui 32.000 euro annui, in crescita del 7% dal 2022 ma ancora lontana dai 57.000 euro della Germania. Il Centro Studi Confindustria, ripreso da Il Mohicano, collocava già l'Italia al 23° posto su 34 Paesi OCSE per salario medio, con un gap del 16,6% rispetto alla media dell'organizzazione.

Sul fronte abitativo il dato più solido non è tanto l'esclusione dal mercato immobiliare — Confedilizia, in un'analisi ripresa dall'Ansa, registra anzi una crescita della quota di under 35 proprietari di casa, dal 60,2% del 2019 al 64,7% del 2023 — quanto la dipendenza dal sostegno familiare per raggiungerla. Il CISF Family Report 2024 documenta che oltre il 70% degli under 35 che hanno acquistato casa lo ha fatto grazie all'aiuto economico di genitori o parenti, contro una media generale del 52,3%. E il Corriere della Sera, citando dati Eurostat e OCSE, segnala che il 79% dei giovani italiani tra 20 e 29 anni vive ancora con i genitori, contro una media UE del 55% e OCSE del 50%. Il quadro che emerge non è quello di una generazione tagliata fuori dalla proprietà, ma di una generazione che raggiunge la proprietà solo attraverso un trasferimento intergenerazionale di risorse — una condizione di dipendenza strutturale, non di semplice esclusione.

Perché tra case inaccessibili e culle vuote l’Italia invecchia più velocemente del resto dell’Occidente
Nel 2025 la natalità italiana è scesa al minimo storico di 1,14 figli per donna, soffocata da bassi salari, carovita immobiliare e welfare insufficiente.

Salute mentale: i dati italiani sono allarmanti

Sulla sofferenza psicologica giovanile i dati italiani sono allarmanti, ma le fonti divergono sensibilmente in base a metodologia e definizione, e vanno quindi citate senza mescolarle. Il Rapporto Censis 2024, riportato da Cosmopolitan, rileva che il 51,8% dei giovani tra 18 e 34 anni dichiara stati d'ansia o depressione, contro il 40,8% della fascia 35-64 anni. Un'indagine più recente del Consiglio Nazionale Giovani indica invece che un giovane su cinque vive condizioni di malessere psicologico, quota che sale al 26% tra i 18-24enni. Sul fronte della solitudine, l'European Loneliness Survey del Joint Research Centre della Commissione Europea, descritta dal CSV di Padova e Rovigo, colloca l'Italia al 13% di popolazione che si dichiara sola «per la maggior parte del tempo», un dato in linea con la media continentale ma con un'incidenza giovanile che gli analisti definiscono preoccupante. Un sondaggio di opinione BVA Doxa, citato da Tgcom24, spinge invece la percentuale di giovani che si sentono spesso soli fino al 45%: cifre che raccontano fenomeni comparabili ma non identici, e che meritano l'etichetta corretta — rilevazione istituzionale contro sondaggio campionario — quando vengono riportate.

Le risposte, ancora sperimentali, di città e imprese

Se le relazioni sono un bene scarso, alcune amministrazioni hanno iniziato a trattarlo come tale nella pianificazione urbana. Il Comune di Bologna ha appena inaugurato il cohousing pubblico Fioravanti, undici nuclei familiari in un edificio dell'ex Mercato Ortofrutticolo con canone concordato medio di 420 euro mensili, proseguendo l'esperienza già avviata con Porto15, il primo cohousing pubblico italiano dedicato agli under 35. A Torino operano progetti come AbiTO e Cascina Siè; a Milano, Cascina Cuccagna e il progetto storico «Prendi in casa uno studente», che abbina universitari fuori sede e anziani soli in un patto di reciproca solidarietà, secondo la mappatura di HousingLab e di ANAP Confartigianato. Sono iniziative circoscritte, che coinvolgono poche decine di nuclei per progetto: non incidono ancora sulla scala del disagio abitativo giovanile, ma segnalano un cambio di paradigma nelle politiche locali, che cominciano a considerare la relazione — non solo il tetto — come bene da produrre attivamente.

Sul versante delle imprese, la letteratura sulle preferenze Gen Z raccolta da Deloitte e Intuit indica una domanda crescente di senso e di equilibrio vita-lavoro, ma non esistono ancora rilevazioni italiane sistematiche che misurino quante aziende abbiano effettivamente riorganizzato orari o spazi di lavoro in risposta. È un'area che meriterebbe approfondimento diretto — interviste a HR manager, dati Inapp o Istat sulle politiche di flessibilità — prima di poter parlare di una tendenza aziendale consolidata nel Paese.

Non chiamateci «bamboccioni»
Quando i salari sono fermi da anni e l’affitto di un monolocale si mangia tutto, restare a casa non è una comodità, ma una necessità.

Le domande de L'Analista

Il quadro italiano che i numeri restituiscono è chiaro: salari bassi, casa acquistabile solo con l'aiuto dei genitori, tassi di disagio psicologico giovanile tra i più alti d'Europa. Quello che ancora non sappiamo, in assenza di una ricerca dedicata, è se questo contesto stia spingendo anche i giovani italiani verso la stessa gerarchia di valori osservata altrove — relazioni prima di carriera, senso prima di reddito — o se la pressione materiale produca invece l'effetto opposto: meno margine per investire tempo ed energie nei legami, proprio quando servirebbero di più. Resta poi la domanda più operativa: se le istituzioni italiane sono pronte a trattare la costruzione di comunità — case condivise, spazi di socialità, tempo liberato dal lavoro — come infrastruttura pubblica da finanziare, o continueranno a considerarla un tema residuale rispetto alle politiche economiche tradizionali.