Le imprese del settore costruzioni tornano a sollecitare l'esecutivo italiano sulla necessità di accelerare il piano casa nazionale. Il pressing arriva durante il convegno organizzato da Legacoop, significativamente intitolato «European Affordable Housing Plan versus Piano Casa in Italia», dove Emanuele Camilli, rappresentante di Confindustria, ha ribadito l'urgenza di passare dalla fase di annuncio a quella operativa. La richiesta non è nuova, ma assume oggi una rilevanza particolare: l'Italia registra un deficit abitativo strutturale stimato in oltre 600.000 unità, mentre i prezzi degli immobili nelle principali città metropolitane hanno raggiunto livelli incompatibili con i redditi mediani delle famiglie.
Il settore delle costruzioni attraversa una fase di transizione complessa. Dopo il boom indotto dal Superbonus 110%, che ha generato un volume d'affari straordinario tra il 2021 e il 2023, le imprese edili si trovano ora ad affrontare una contrazione della domanda privata e l'esaurimento degli incentivi fiscali. I dati dell'Ance mostrano una riduzione del 18% degli investimenti residenziali privati nel 2025 rispetto all'anno precedente. In tale scenario, un piano casa strutturato rappresenterebbe non solo una risposta all'emergenza abitativa, ma anche uno strumento di stabilizzazione per un comparto che impiega direttamente circa 1,4 milioni di lavoratori.
Il confronto con il modello europeo di edilizia accessibile
Il convegno Legacoop ha posto al centro del dibattito il confronto tra l'approccio italiano e le strategie adottate a livello europeo. Diversi Paesi membri dell'Unione hanno sviluppato negli ultimi anni piani organici per l'edilizia sociale e accessibile: l'Austria destina stabilmente il 30% della produzione abitativa a prezzi calmierati, la Francia ha rinnovato il proprio sistema di «logement social» con investimenti pubblici pluriennali, mentre la Spagna ha lanciato nel 2024 un programma da 6,8 miliardi di euro per costruire 184.000 alloggi a canone moderato entro il 2028.
L'Italia, al contrario, continua a procedere per interventi frammentari e temporanei. Il piano casa annunciato dal governo nel 2024 prevedeva inizialmente uno stanziamento di 2,3 miliardi di euro distribuiti su cinque anni, ma a distanza di oltre un anno mancano ancora i decreti attuativi e le linee guida operative. Le cooperative edilizie, rappresentate da Legacoop, hanno denunciato ripetutamente l'assenza di una cabina di regia e di meccanismi certi di accesso ai finanziamenti. Senza una governance chiara, il rischio è che le risorse restino inutilizzate o vengano disperse in micro-interventi senza impatto sistemico.
La domanda abitativa repressa nelle aree urbane
La pressione delle imprese riflette una domanda abitativa reale e crescente, concentrata soprattutto nelle grandi città. Milano registra un rapporto tra prezzo medio di acquisto e reddito annuo lordo familiare pari a 12,4 anni, un livello superiore a quello di Berlino e simile a Barcellona. Roma, Torino e Bologna presentano dinamiche analoghe, con affitti che assorbono in media oltre il 40% del reddito disponibile per le fasce più giovani della popolazione. Secondo l'Istat, il 28,3% delle famiglie italiane vive in condizioni di sovraccarico abitativo o spende più del 30% del proprio reddito per l'alloggio, soglia considerata critica dagli standard internazionali.
La componente demografica aggrava ulteriormente il quadro. L'Italia sta assistendo a una progressiva riduzione della popolazione residente, ma contemporaneamente a un aumento del numero di nuclei familiari, con un conseguente incremento del fabbisogno abitativo assoluto. Le famiglie monocomponenti rappresentano ormai il 35% del totale, mentre le coppie senza figli e i single over 65 costituiscono segmenti in forte espansione. Serve quindi non solo un aumento dell'offerta, ma una riqualificazione tipologica del patrimonio esistente e la costruzione di alloggi dimensionalmente adeguati alle nuove configurazioni familiari.
I nodi da sciogliere per rendere operativo il piano
Affinché il piano casa passi dalla carta alla realtà, occorre risolvere alcuni nodi strutturali. Il primo riguarda la disponibilità di aree edificabili: molte amministrazioni locali non dispongono di terreni pubblici utilizzabili, e le procedure espropriative risultano lunghe e onerose. Il secondo nodo è di natura finanziaria: gli enti locali, vincolati dai limiti di spesa imposti dal Patto di Stabilità, non possono sostenere investimenti significativi senza trasferimenti statali certi e pluriennali. Il terzo riguarda la capacità progettuale e amministrativa: molti Comuni faticano a redigere progetti cantierabili in tempi compatibili con le scadenze dei bandi.
A ciò si aggiunge la necessità di coordinare il piano casa con altre priorità strategiche, come la rigenerazione urbana, l'efficientamento energetico e la riduzione del consumo di suolo. Le imprese chiedono certezze normative e tempi certi, ma anche strumenti di premialità per chi realizza interventi integrati, capaci di coniugare edilizia sociale, sostenibilità ambientale e riqualificazione di aree degradate. Senza una visione d'insieme, il rischio è replicare gli errori del passato: interventi isolati, scarsa qualità architettonica, marginalizzazione sociale dei nuovi insediamenti.
Le domande de l'Analista
Il governo italiano sarà in grado di trasformare il piano casa da annuncio programmatico a strumento operativo entro i prossimi dodici mesi, oppure prevarrà la frammentazione istituzionale che ha caratterizzato le politiche abitative negli ultimi decenni?
In secondo luogo, le imprese del settore costruzioni sapranno adattare il proprio modello di business a logiche di edilizia sociale e accessibile, o continueranno a privilegiare segmenti di mercato ad alta redditività, lasciando inevaso il bisogno abitativo delle fasce di reddito medio-basse?