Islamabad ospita il primo confronto diretto tra Stati Uniti e Iran dal 1979. Il tavolo negoziale ruota attorno al controllo dello Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per circa il 21% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto commercializzato via mare. La scelta della capitale pakistana come sede non è casuale. Islamabad mantiene relazioni diplomatiche con entrambe le parti e si candida a mediatore in una partita dove la geografia conta quanto la diplomazia.
La posta in gioco supera le tensioni bilaterali. Lo stretto, largo appena 33 chilometri nel punto più angusto, rappresenta la principale vulnerabilità del sistema energetico globale. Ogni giorno transitano circa 21 milioni di barili di greggio, destinati principalmente ai mercati asiatici. Giappone, Corea del Sud, India e Cina dipendono da questo corridoio per quote tra il 70% e l'85% delle loro importazioni petrolifere. Una chiusura prolungata dello stretto provocherebbe uno shock dei prezzi dell'energia con effetti a cascata sull'inflazione globale e sulla stabilità delle filiere produttive manifatturiere.
La leva iraniana e i limiti della deterrenza militare
Teheran ha ripetutamente minacciato di bloccare lo stretto in risposta a sanzioni economiche o attacchi militari. La capacità iraniana di interdire il passaggio non va sottovalutata: mine navali, missili antinave e sciami di piccole imbarcazioni veloci delle Guardie Rivoluzionarie potrebbero rendere il transito estremamente rischioso, anche senza una chiusura totale. Già nel 2019, durante l'escalation tra Washington e Teheran, il costo delle assicurazioni per le petroliere aumentò del 300% in poche settimane.
Gli Stati Uniti dispongono della Quinta Flotta, basata in Bahrain, e di accordi di sicurezza con gli Stati del Golfo. Tuttavia, la deterrenza militare mostra limiti evidenti quando applicata a uno scenario asimmetrico. L'Iran non ha bisogno di vincere uno scontro navale convenzionale: gli basta rendere il rischio economicamente insostenibile per gli operatori commerciali. La minaccia implicita esercita pressione continua sui mercati energetici, traducendosi in un premio di rischio permanente sui prezzi del greggio proveniente dal Golfo Persico.
I nodi del negoziato oltre il nucleare
Il dossier nucleare iraniano, congelato dopo il ritiro statunitense dall'accordo del 2015 e i successivi tentativi di rinegoziazione, resta sullo sfondo. Ma il focus si è spostato sulla sicurezza marittima e sulla libertà di navigazione. Washington cerca garanzie formali che escludano interferenze iraniane nel transito commerciale, mentre Teheran chiede la revoca delle sanzioni settoriali che paralizzano le esportazioni petrolifere iraniane, scese dai 2,5 milioni di barili al giorno del 2018 agli attuali 1,3 milioni, in gran parte diretti verso la Cina attraverso canali opachi.
Il Pakistan beneficia della sua posizione di interlocutore neutrale. Islamabad intrattiene legami storici con l'Arabia Saudita, principale rivale regionale dell'Iran, ma condivide con Teheran un confine di oltre 900 chilometri e interessi economici legati ai progetti infrastrutturali. Il gasdotto Iran-Pakistan, in fase di stallo da anni per le pressioni americane, potrebbe rientrare nelle discussioni indirette come merce di scambio.
Conseguenze per i mercati europei e asiatici
L'Europa ha ridotto la dipendenza dal petrolio del Golfo dopo il 2022, diversificando verso fornitori africani e americani. Tuttavia, il GNL proveniente dal Qatar transita ancora dallo Stretto di Hormuz. L'Italia importa circa il 12% del suo gas naturale dal Qatar, quota salita dopo il distacco dal gas russo. Una crisi nello stretto si rifletterebbe immediatamente sui terminali di rigassificazione di Piombino e Ravenna, con ripercussioni sui prezzi al consumo e sulla competitività industriale.
Per l'Asia, le alternative sono limitate. Le rotte attraverso il Capo di Buona Speranza allungano i tempi di navigazione di due settimane, aumentando i costi operativi e immobilizzando capacità di trasporto. La Cina ha investito massicciamente in oleodotti terrestri attraverso il Myanmar e il Kazakistan, ma la capacità di questi impianti copre appena il 15% del fabbisogno totale cinese. Tokyo e Seoul non dispongono di alternative terrestri e restano esposte a ogni oscillazione geopolitica nel Golfo.
Le domande de l'Analista
Quale meccanismo di garanzia reciproca potrebbe convincere Teheran a rinunciare alla leva dello stretto senza ottenere in cambio una revoca totale delle sanzioni, obiettivo che Washington difficilmente accetterà senza concessioni sul programma missilistico iraniano?
E in che misura la presenza crescente della Cina come principale acquirente di petrolio iraniano modifica gli equilibri negoziali, trasformando un confronto bilaterale in una partita a tre con implicazioni sistemiche per l'ordine energetico globale?