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IT Wallet, si rischia ancora una volta di escludere la fascia di popolazione più anziana e meno digitalizzata

La delega digitale nativa dell'IT Wallet garantisce sicurezza, ma richiede un supporto familiare. Per chi è solo, il principio «un cittadino, un dispositivo» si trasforma in una barriera d'accesso ai servizi.

IT Wallet, si rischia ancora una volta di escludere la fascia di popolazione più anziana e meno digitalizzata
Photo by ws. Jan / Unsplash
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L’identità digitale italiana sta attraversando una fase di trasformazione radicale. Mentre lo SPID, pur ancora diffuso, è destinato al “pensionamento”, il baricentro si sposta sulla CIE (Carta d’Identità Elettronica) e, soprattutto, sull’IT Wallet (il portafoglio digitale italiano), il portafoglio digitale integrato nell’App IO che aggrega patente, tessera sanitaria e titoli professionali.

La promessa della dematerializzazione — meno password, procedure snelle, sicurezza automatizzata — si scontra con una realtà in cui l’innovazione, invece di abbattere le barriere, ne crea di nuove per chi non ha accesso agli strumenti digitali o non riesce a usarli con facilità.

Il passaggio dallo SPID alla CIE non è solo tecnologico, ma strutturale. Lo SPID ha funzionato grazie alla capillarità dei provider privati, in particolare Poste Italiane, che offrivano assistenza fisica e riconoscimenti via webcam, facilitando l’accesso anche ai meno avvezzi alla tecnologia.

La CIE (Carta di Identità Elettronica) è più sicura, ma non per tutti. Per usarla online serve uno smartphone con NFC (la tecnologia che legge la carta senza fili: molti telefoni vecchi o economici non ce l’hanno). Poi ci sono PIN (codice per accedere ai servizi) e PUK (codice per sbloccare il PIN se sbagliato): spesso si perdono o non si ritirano in Comune, e recuperarli è difficile. Usare la CIE richiede competenze digitali: per molti (anziani, chi ha problemi di vista o manualità) anche inserire il PIN è un ostacolo. Così, uno strumento nato per aiutare rischia di lasciare indietro chi ne avrebbe più bisogno.

Si chiama "delega digitale", ma il problema di chi è solo e poco digitalizzato resta

L’IT Wallet segna il tramonto definitivo degli espedienti informali. Fino a ieri, lo scoglio dello SPID veniva spesso aggirato con il "foglietto della password" consegnato a figli o nipoti: un prestito d'identità rischioso, che però garantiva l'accesso ai servizi simulando la presenza del titolare. Il nuovo ecosistema sostituisce questo meccanismo con la delega digitale nativa, permettendo di autorizzare formalmente un altro soggetto a operare tramite l’App IO in modo legale e tracciabile. L’App IO è l’applicazione dello Stato per accedere ai servizi pubblici (INPS, sanità, pagamenti, ecc.) senza SPID, ricevere documenti e delegare altri (es. un familiare) a fare operazioni al posto tuo in modo legale e tracciato.

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Tuttavia, l'efficacia di questa architettura poggia sulla disponibilità di una rete di assistenza. Se per il cittadino tecnologicamente autonomo l'IT Wallet è uno strumento gestibile in proprio, per chi non possiede competenze digitali l'isolamento sociale diventa una barriera d'accesso insuperabile. Il modello «un cittadino, un dispositivo» presuppone infatti che ogni individuo possieda uno smartphone compatibile e le capacità per gestirlo, oppure un caregiver pronto a subentrare ufficialmente come delegato.

Per chi è solo e poco digitalizzato, cambia quindi solo la natura dell'ostacolo: se prima il blocco era rappresentato da una password complessa, oggi è la necessità di una connessione formale tra due identità digitali a rendere il sistema inaccessibile. In assenza di una figura che accetti l'incarico di delegato, l'utente fragile rimane impossibilitato a esercitare i propri diritti online. Questa transizione evidenzia una vulnerabilità sistemica: l'eliminazione dei canali informali trasforma il portafoglio digitale in un ostacolo definitivo proprio per chi non ha nessuno a cui affidarsi, confermando che la tecnologia, pur evolvendosi, non abbatte da sola il muro della solitudine.

Se il sistema va in timeout, il cittadino torna al CAF

Fruire di un diritto tramite IT Wallet non è un atto singolo, ma una sequenza di nodi dove il rischio di rottura è costante e imprevedibile. Un documento fisico deve essere aggiornato e integro, senza scadenze o deterioramenti. Il dispositivo deve essere compatibile e connesso a una rete stabile. Le competenze digitali devono essere sufficienti per navigare interfacce che cambiano con ogni aggiornamento.

Serve, inoltre, una perfetta interoperabilità tra l’app nazionale e i database regionali, spesso gestiti tramite API complesse. Se un solo anello della catena salta, il cittadino si trova costretto a rivolgersi nuovamente agli “intermediari analogici” — CAF, patronati, uffici postali — scaricando su di loro un carico di lavoro che le dashboard governative spesso non rilevano né contabilizzano.

Il vero indicatore del successo dell’IT Wallet non sarà il numero di documenti caricati o di accessi registrati, ma la capacità di misurare il “non successo”. Sarà necessario capire quante pratiche verranno interrotte per timeout prolungati o errori di autenticazione e quanti cittadini rinunceranno a un bonus, a una prenotazione sanitaria o a una scadenza amministrativa a causa della frustrazione tecnologica.

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