Siamo orfani del tempo, eppure ne siamo ossessionati. Viviamo immersi in un’estetica della "giovinezza pietrificata", circondati da oggetti in plastica e materiali sintetici che sembrano voler sfidare l’entropia, rimanendo ostinatamente identici a se stessi. Questa ricerca della perfezione immutabile genera un sottile disagio: la sensazione di abitare spazi senza anima, privi di quella "durata" che Henri Bergson descriveva non come una misura matematica, ma come un'esperienza interiore e qualitativa.
Dovremmo forse riappropriarci del significato profondo di "time lapse": non solo come tecnica visiva, ma come essenza stessa della realtà. Il tempo non è una successione meccanica di istanti, ma un flusso vitale che abbraccia l’intero ciclo dell’esistenza: nascita, trasformazione, decadimento e fine. È una forza che crea e cancella, che plasma i segni della vita e ne decreta l’oblio.
Accettare la nostra mortalità significa riconoscere che anche le cose intorno a noi nascono, vivono e muoiono. Significa lasciare che la materia segua il suo corso, senza resistere al suo naturale scorrere. Solo così possiamo abbracciare pienamente la vita, nel suo divenire eterno e inarrestabile.
L'opera che inizia quando l'uomo finisce
Esiste un momento preciso in cui la creazione umana cessa di essere un mero manufatto e inizia la sua vera vita. Come suggerito da Marguerite Yourcenar nel suo saggio Il tempo, grande scultore, l'opera dell'artigiano è solo la prima fase. La seconda, più profonda e sublime, è affidata al tempo, che agisce come un manipolatore di forme involontario.
Dal giorno in cui una statua è stata terminata, comincia, in un certo senso la sua vita. E’ superata la prima fase, che, per l’opera dello scultore, l’ha condotta dal blocco alla forma umana; ora una seconda fase, nel corso dei secoli... la ricondurrà a poco a poco allo stato di minerale informe a cui l’aveva sottratta lo scultore. Talune di queste modificazioni sono sublimi.
Quando la natura — attraverso il vento, la pioggia o l'ossidazione — "finisce" il lavoro dell'uomo, aggiunge una bellezza che nasce dalla rovina. Un sasso levigato dal mare è percepito come unico rispetto a uno di fiume: il mare, infatti, agisce come un vero artigiano analfabeta e capriccioso, che lavora senza orari fissi per produrre pezzi irripetibili. In questa prospettiva, un frammento mutilo raccolto su una spiaggia dell'Egeo possiede una dignità superiore alla serie industriale; è una statua spezzata così bene che dalla sua segmentazione nasce un'opera nuova, un torso che la mancanza di un volto ci permette di amare più profondamente.
La trappola della "giovinezza pietrificata"
L’industria moderna è vittima di un’ossessione: l'eternizzazione del presente attraverso la "vinilizzazione" del mondo. Utilizziamo "vernici eterne" e trattamenti che sigillano il legno e il ferro sotto pellicole trasparenti, proteggendoli da quella patina che è, in realtà, il respiro del tempo. Questo tentativo di fossilizzazione non risparmia i corpi umani, plastificati in un’eternità senza rughe dove l'espressività viene barattata con la negazione della carne.