Secondo gli ultimi dati Eurostat, oltre un occupato su dieci in Italia risulta a rischio di povertà pur avendo un impiego, con un tasso poco sopra il 10% e stabilmente più elevato della media dell’Unione europea; nel complesso, l’Europa registra una lieve riduzione del rischio di povertà, mentre per l’Italia gli indicatori segnalano ancora un peggioramento del disagio economico. Il mercato del lavoro, pur con livelli occupazionali complessivamente stabili, si è diviso sempre più tra chi mantiene posizioni continuative e ben pagate e chi è concentrato in impieghi con orari ridotti, contratti intermittenti e redditi familiari che, a livello di nucleo, non raggiungono una soglia considerata adeguata.
La flessibilità, per anni indicata come obiettivo di modernizzazione, oggi nella pratica significa spesso disponibilità a orari variabili e imprevedibili, in cambio di poche ore garantite. Nei servizi a basso valore aggiunto – ristorazione, commercio, pulizie, assistenza – il tempo di lavoro viene adattato ai picchi di domanda: si alternano turni brevi, attese non retribuite, chiamate a scarso preavviso. La quota di part-time "forzato", resta poco sotto il 9% degli occupati, con valori più che doppi per le donne e picchi nei servizi a bassa qualifica.
In questa fascia si addensa la nuova area dei working poor: persone occupate che vivono in famiglie il cui reddito equivalente è inferiore al 60% del mediano nazionale, secondo la definizione adottata da Eurostat.
La vulnerabilità non è legata soltanto alla paga oraria, ma alla combinazione tra poche ore lavorate, periodi di inattività e carichi familiari. Le definizioni statistiche aiutano a leggere la distinzione: i lavoratori a bassi salari sono quelli con una retribuzione oraria inferiore ai due terzi del salario mediano, mentre i working poor vengono individuati guardando al reddito complessivo del nucleo. Un addetto dei servizi può quindi avere una paga oraria vicina alla media ma risultare povero perché impiegato con contratti brevi o part-time.
Il settore della cura rende il quadro particolarmente evidente. Nel lavoro domestico e di assistenza l’Italia presenta ancora livelli molto elevati di irregolarità. Le stime più recenti indicano che quasi la metà dei lavoratori domestici è senza contratto, con un tasso di irregolarità intorno al 49% su circa 800 mila rapporti censiti e un numero complessivo di rapporti che supera ampiamente il milione se si considera il sommerso. L’indennità di accompagnamento, combinata con la scarsità di servizi pubblici strutturati, ha favorito il ricorso a badanti e colf pagate in contanti, spesso donne migranti con scarse tutele e forte dipendenza dal datore di lavoro.
La dimensione territoriale accentua i divari. Istat segnala forti differenze nell’accesso ai servizi per l’infanzia e nella qualità dell’occupazione: le regioni del Nord si avvicinano agli obiettivi europei sui posti in asili nido, mentre il Mezzogiorno resta lontano da tali soglie, con effetti diretti sulla partecipazione femminile al lavoro. Nelle aree meridionali sono più diffusi il lavoro irregolare e condizioni occupazionali instabili; ne risulta una mappa del rischio di povertà che coincide in larga parte con la minore presenza di servizi pubblici e con i livelli più alti di rischio di povertà o esclusione sociale rilevati a livello regionale da Eurostat.
La flessibilità si presenta quindi in modo molto diverso a seconda della posizione sociale e del settore. Per una minoranza qualificata può tradursi in un maggior controllo sugli orari di lavoro; per molti addetti del terziario povero significa invece ampia disponibilità con redditi insufficienti e poca possibilità di organizzare la vita quotidiana.
L’insieme dei dati su working poor, part-time forzato, irregolarità nei servizi di cura e indebolimento del welfare locale mostra che la principale linea di fragilità nell’Italia del lavoro passa oggi attraverso l’intreccio tra tempo e reddito, più che attraverso il solo livello di occupazione.