L’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo.
Eppure una parte sorprendentemente ampia dei suoi over 65 continua a dichiararsi in buona salute. È l’immagine di un Paese che invecchia molto, ma non necessariamente male, come suggerisce l’ultima lettura di Eurostat sulla salute percepita degli europei in età avanzata.
Dal punto di vista statistico non si parla di diagnosi, ma di come le persone percepiscono il proprio stato di salute, in pratica di come valutano se stessi al di là del referto del medico. La domanda è semplice: «Come giudica la sua salute?». Le risposte, una volta aggregate, raccontano abitudini, aspettative, cultura del corpo e fiducia nel sistema sanitario molto più di quanto riescano a fare i soli indicatori clinici.
Nel 2024, secondo i dati europei, poco più di quattro italiani su dieci oltre i 65 anni si collocano nella fascia del «buono» o «molto buono», una quota leggermente superiore alla media dell’Unione europea e anche ai coetanei tedeschi. Le differenze tra Paesi emergono nella mappa elaborata sui dati Eurostat.
Un Paese molto anziano, non per forza malato
Questa fotografia stride con l’immagine di un sistema sanitario spesso descritto come sotto pressione, segnato da liste d’attesa, carenza di personale e grandi divari territoriali. I profili sanitari curati da Commissione europea, Ocse e Osservatorio di Bruxelles ricordano che l’Italia spende meno della media UE in sanità, concentra ancora molte risorse sull’ospedale e fatica a portare servizi e assistenza domiciliare nell’area più fragile del Paese, il Sud. Eppure, alla prova delle interviste, gli anziani italiani risultano meno propensi a definirsi «in cattiva salute» rispetto ai coetanei di diversi partner europei e meno esposti, per esempio, a combinazioni di più malattie croniche nello stesso individuo.
Un tassello importante riguarda gli anni vissuti dopo la soglia simbolica dei 65 anni. Istat stima che, superato quel traguardo, italiani e italiane possano aspettarsi in media circa due decenni di vita residua, con un numero di anni in buona salute leggermente superiore a quello medio europeo. Dopo lo shock della pandemia, gli anni attesi senza limitazioni gravi nelle attività quotidiane sono tornati a crescere, avvicinandosi ai livelli del 2019. Non si tratta, quindi, solo di sopravvivere più a lungo, ma di mantenere almeno per una parte consistente della vecchiaia una certa autonomia negli spostamenti, nelle cure di sé, nelle relazioni.
Su questo sfondo si inserisce una narrativa che gli indicatori non quantificano, ma che gli studi sul healthy ageing richiamano con insistenza. La letteratura internazionale, dai report «Health at a Glance: Europe» alle analisi più recenti su invecchiamento e benessere, insiste sul ruolo di alcuni fattori non strettamente clinici: l’alimentazione, l’attività fisica regolare, il carico di stress percepito, la qualità dei legami sociali, il senso di scopo nelle giornate.
In Italia, questi elementi si combinano con tratti noti della vita quotidiana: una dieta che conserva ancora segmenti di modello mediterraneo, il ruolo dei nonni nella cura dei nipoti, la socialità di quartiere, la presenza del medico di famiglia come riferimento stabile nel tempo. Sono ingredienti che non cancellano malattie e fragilità, ma possono attenuarne il peso nella percezione soggettiva della propria salute.
I divari dietro la media nazionale
Naturalmente la media nazionale nasconde fratture profonde. I rapporti Istat segnalano come l’aspettativa di vita in buona salute a 65 anni sia più alta nelle regioni del Nord, dove l’offerta sanitaria è più capillare e le condizioni socio‑economiche mediamente migliori, e più bassa in diverse aree del Mezzogiorno.
Anche sul piano sociale, i dati europei mostrano che la probabilità di giudicare «cattiva» la propria salute in vecchiaia resta più alta tra chi ha redditi bassi e livelli di istruzione più contenuti, anche se in Italia la distanza tra ricchi e poveri, su questo indicatore, appare meno estrema che in altri Paesi. L’anziano italiano che si sente in salute è, spesso, un anziano che vive in territori ben serviti, con una rete familiare e relazionale attiva, non semplicemente un cittadino astratto.
C’è poi il tema della mobilità sanitaria degli over 65, che in Italia segue le stesse rotte dei pazienti più giovani, ma con implicazioni diverse. Studi recenti sulla migrazione interregionale per motivi di cura mostrano come molti anziani del Sud continuino a spostarsi verso ospedali del Centro‑Nord per interventi complessi, accettando viaggi e attese pur di accedere a strutture percepite come più affidabili. È un fenomeno che segnala, da un lato, la fiducia nella capacità del sistema di offrire soluzioni, dall’altro la difficoltà di garantire ovunque uno stesso standard di servizio. La percezione di salute che emerge nei dati europei tiene insieme queste due facce: una infrastruttura sanitaria che, nel complesso, regge, e cittadini che imparano a muoversi per colmare i vuoti.
L'indagine Eurostat che mostra l’Italia leggermente sopra la media europea nella quota di over 65 che si sentono in buona salute è il ritratto di un Paese che sta rapidamente invecchiando, ma che, almeno per ora, non vive la vecchiaia solo come stagione di declino.
Il punto è capire se questa percezione potrà reggere di fronte all’onda d’urto demografica che arriverà nei prossimi anni o se resterà un privilegio di una generazione di mezzo, cresciuta in un’Italia più povera ma con legami sociali più stretti. La risposta, suggeriscono Commissione europea e Ocse, dipenderà meno dai singoli ospedali e più da quanto si investirà in prevenzione, medicina territoriale e lotta alla solitudine.