Dal 2026 torna operativo il cosiddetto Bonus Maroni, incentivo fiscale destinato ai lavoratori dipendenti che, pur avendo maturato i requisiti per accedere alla pensione anticipata, decidono di proseguire l'attività. La circolare Inps di aprile rende esecutiva la misura: chi resta al lavoro può ottenere fino al 10% in più nella busta paga mensile, grazie all'esonero contributivo sulla quota a carico del lavoratore. L'operazione si traduce in un aumento immediato del netto percepito, ma comporta una rinuncia altrettanto concreta: gli anni lavorati senza versare contributi previdenziali riducono l'importo della pensione futura. Le simulazioni dell'Ufficio parlamentare di bilancio mostrano guadagni mensili significativi, ma anche perdite permanenti sull'assegno pensionistico che possono superare diverse centinaia di euro annui.
La misura riprende il nome dall'ex ministro del Welfare Roberto Maroni, che la introdusse nel 2004. Allora puntava a trattenere nel mercato del lavoro figure professionali esperte, alleggerendo la pressione sui conti pubblici. Oggi il meccanismo viene riproposto in una fase demografica ancor più complessa: l'Italia conta 14 milioni di ultrasessantacinquenni, pari al 23,8% della popolazione, con un rapporto tra pensionati e occupati che sfiora l'1:1,3. Il sistema pensionistico eroga annualmente circa 330 miliardi di euro, oltre il 16% del Pil. Ogni anno di posticipo nell'accesso alla pensione alleggerisce la spesa pubblica e genera gettito fiscale aggiuntivo, ma trasferisce sui singoli lavoratori il rischio di un assegno futuro più contenuto.
Come funziona l'esonero contributivo e chi può accedervi
Il Bonus Maroni si applica esclusivamente ai lavoratori dipendenti del settore privato che abbiano raggiunto i requisiti per la pensione anticipata ordinaria, attualmente fissati a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Chi sceglie di restare in servizio può richiedere l'esonero dal versamento della contribuzione previdenziale a proprio carico, che ammonta al 9,19% della retribuzione lorda. L'importo risparmiato viene trattenuto dal datore di lavoro e corrisposto direttamente al lavoratore come incremento netto della busta paga. Non si tratta dunque di un contributo pubblico aggiuntivo, ma di una redistribuzione interna del costo del lavoro.
La circolare Inps specifica che l'incentivo ha natura temporanea: vale soltanto per il periodo che intercorre tra il perfezionamento dei requisiti pensionistici e l'effettivo collocamento a riposo. Non è applicabile a chi opta per regimi come Quota 103 o Opzione donna, né ai dipendenti pubblici. L'esonero contributivo comporta che i mesi lavorati con il bonus non concorrono al calcolo dell'assegno pensionistico: i versamenti a carico del datore di lavoro proseguono, ma la quota individuale viene trattenuta, alterando la base su cui si calcola la rendita futura. Le simulazioni dell'Ufficio parlamentare di bilancio evidenziano come un lavoratore con retribuzione media di 2.500 euro lordi mensili possa ottenere circa 230 euro netti in più al mese, ma perdere tra i 1.200 e i 1.800 euro annui di pensione per ogni anno di lavoro con il bonus attivo.
Gli effetti redistributivi e il trade-off tra presente e futuro
Il meccanismo introduce una scelta intertemporale dai contorni finanziari precisi. Per un lavoratore che pospone la pensione di due anni, l'incremento netto complessivo può superare i 5.500 euro, ma la riduzione permanente dell'assegno pensionistico si attesta tra i 2.400 e i 3.600 euro annui. Considerando un'aspettativa di vita media a 67 anni di circa 20 anni per gli uomini e 23 per le donne, la perdita cumulata può oscillare tra 48.000 e 82.800 euro. La convenienza dipende da variabili soggettive: situazione patrimoniale, esigenze di liquidità immediate, condizioni di salute, aspettativa di vita personale. Chi dispone di risparmi adeguati e gode di buona salute può sfruttare l'incentivo per consolidare il reddito corrente; chi ha riserve limitate rischia di trovarsi con un assegno pensionistico insufficiente negli anni della non autosufficienza.
Sul piano macroeconomico, il Bonus Maroni agisce come strumento di contenimento della spesa pensionistica differita. Ogni lavoratore che rinvia il pensionamento libera risorse pubbliche nel breve termine e aumenta il gettito contributivo e fiscale. Tuttavia, la misura non interviene sui nodi strutturali del sistema: il rapporto tra contributi versati e prestazioni erogate resta squilibrato, la copertura previdenziale delle generazioni successive rimane incerta, la crescita occupazionale tra i giovani non viene stimolata. Anzi, trattenere figure senior nel mercato del lavoro può rallentare il ricambio generazionale, comprimendo le opportunità di ingresso per chi è sotto i 35 anni. Il tasso di occupazione giovanile italiano, fermo al 31,2% nella fascia 15-24 anni, resta tra i più bassi d'Europa, lontano dalla media Ue del 39,4%.
Le domande de l'Analista
Il Bonus Maroni rappresenta un incentivo efficace per allungare la vita lavorativa o semplicemente un trasferimento del rischio previdenziale dall'ente pubblico all'individuo, senza affrontare le cause profonde dell'insostenibilità del sistema pensionistico italiano?
E in quale misura politiche di questo tipo, pur offrendo vantaggi immediati, contribuiscono a perpetuare le disuguaglianze intergenerazionali, premiando chi ha già maturato lunghe carriere contributive a scapito di chi fatica a costruire percorsi occupazionali stabili e continui?