In Italia ci si può laureare, lavorare in ufficio, pagare le tasse e scivolare comunque nella povertà.» È la povertà dei colletti bianchi, lavoratori a reddito fisso che sopravvivono in bilico tra stipendio e rate, con il conto corrente costantemente vicino allo zero.
Secondo l’ultimo rapporto Istat sulla povertà, oltre 2,2 milioni di famiglie sono in povertà assoluta, pari all’8,4% del totale; gli individui coinvolti sono più di 5,7 milioni, il 9,8% della popolazione. Caritas stima che nell’ultimo decennio le famiglie indigenti siano cresciute di oltre il 40%, con una quota crescente di nuclei che fino a poco fa appartenevano al ceto medio. È il segno di una povertà che non coincide più solo con marginalità estrema, ma attraversa uffici, studi professionali, servizi.
Il Rapporto «Fuori campo. Lo sguardo della prossimità» di Caritas Italiana, pubblicato nel 2025, mostra come tra i più colpiti non ci siano soltanto disoccupati di lungo periodo, ma anche lavoratori con salari bassi e contratti instabili. Nel 2024 i servizi Caritas hanno seguito 277.775 famiglie, +62,6% rispetto al 2014, e in oltre un caso su due si sommano almeno due forme di disagio – economico, abitativo, sanitario, psicologico. Dentro questo bacino cresce la presenza di diplomati e laureati, impiegati e addetti ai servizi che chiedono aiuto per pagare bollette, affitti, ticket sanitari.
Una fetta rilevante è composta dai working poor (lavoratori poveri), persone che pur avendo un posto fisso restano inchiodate appena sopra la soglia di povertà. I dati europei indicano che in Italia più di un lavoratore su dieci è a rischio povertà, una quota superiore alla media dell’Unione.
Lavorare non basta più: stipendi stagnanti, part‑time forzati, contratti a termine reiterati comprimono i redditi proprio nella fascia degli impiegati e dei tecnici, che tradizionalmente rappresentavano lo «zoccolo duro» del ceto medio. L’inflazione che ha colpito beni primari, affitti e energia ha peggiorato la situazione economica delle famiglie.
Dietro le percentuali ci sono vite molto riconoscibili. Anna (nome di fantasia), 42 anni, impiegata amministrativa in una piccola azienda del Nord, porta a casa 1.350 euro netti al mese da più di dieci anni. L’affitto ne assorbe oltre un terzo, il resto se lo dividono bollette, spesa, un vecchio prestito aperto per pagare una cura odontoiatrica. Ha iniziato a rinviare esami di controllo «non urgenti», riduce il riscaldamento al minimo, sceglie la pasta in base ai minuti di cottura per risparmiare sul gas. In ufficio veste in modo impeccabile; nessuno direbbe che, a metà mese, il conto è già in rosso.
I numeri confermano che la rinuncia alle cure è uno dei segnali più lampanti della nuova povertà. In Italia il 9-10% della popolazione — circa 6 milioni di persone — ha dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie a causa di costi insostenibili o liste d’attesa interminabili.
La situazione è ancora più grave tra chi si rivolge ai centri Caritas, dove la percentuale di chi rinuncia alle cure supera il 15%. Questo fenomeno alimenta un circolo vizioso: la malattia porta alla perdita di reddito, che a sua volta peggiora le condizioni di salute, rendendo ancora più difficile la ripresa.
A completare il quadro, ci sono la povertà energetica, che interessa oltre 2 milioni di famiglie impossibilitate a riscaldare le proprie case o a pagare le bollette, e il taglio drastico di spese un tempo considerate normali, come vacanze, libri e attività culturali.
Marco (sempre nome di fantasia), 47 anni, tecnico informatico in un’azienda di servizi del Centro, guadagna poco più di 1.700 euro netti. Ha un mutuo a tasso variabile acceso nel 2019, due figli alle scuole medie, un’auto da mantenere per raggiungere la sede di lavoro. Gli straordinari spesso non vengono pagati, la formazione è a suo carico, i corsi più utili sono troppo costosi. Ogni rincaro delle bollette o dei tassi d’interesse costringe a rinunciare a qualcosa in più: prima il cinema, poi le cene fuori, ora anche le attività sportive dei ragazzi. «Non sono povero, ma non posso permettermi un imprevisto», racconta agli amici.
Sul piano strutturale, la statistica non assolve. Istat rileva che l’incidenza di povertà assoluta è molto più elevata tra chi ha al massimo la licenza media rispetto a chi possiede almeno un diploma, a conferma che l’istruzione resta un fattore di protezione, ma non un’assicurazione totale. Il Rapporto Caritas registra però un aumento del peso dei nuclei con titolo di studio medio‑alto tra gli utenti dei servizi, segno che la soglia di vulnerabilità si è spostata verso l’alto. Parallelamente, i dati su salari reali e rischio povertà tra gli occupati segnalano un ritardo italiano rispetto alla media europea, con un mercato del lavoro che continua a produrre redditi troppo bassi proprio nella fascia impiegatizia.
L’Italia del 2025, dunque, è un paese dove la povertà si è fatta mimetica. Non si nasconde più solo nei dormitori pubblici o nelle periferie abbandonate, ma si insinua nelle scale dei condomìni di quartieri borghesi, affolla le metropolitane all’ora di punta, si siede alle scrivanie degli uffici.
La vera domanda non è solo economica, ma anche culturale: siamo pronti a riconoscere come «povertà» la condizione di chi, nonostante un lavoro stabile e un titolo di studio, fatica a arrivare a fine mese? Oppure continuiamo a illuderci che facciano ancora parte di un ceto medio che, di fatto, è ormai un ricordo?