Dal 2026 tutti i diciottenni con passaporto tedesco ricevono una lettera dalla Bundeswehr, con un questionario che somiglia a una chiamata preventiva alle armi: si chiedono disponibilità al servizio, condizioni fisiche, competenze, persino i programmi di studio o lavoro all’estero.
Gli uomini tra i 17 e i 45 anni che vogliono trascorrere più di tre mesi fuori dall’Unione europea devono inoltre chiedere e ottenere l’autorizzazione dell’esercito a restare all’estero così a lungo, una procedura nata negli anni Ottanta e oggi riscritta in modo più esplicito, che il governo promette di gestire come un via libera quasi automatico finché il servizio resta formalmente volontario. Altri Paesi del Nord e dell’Est Europa stanno rafforzando o reintroducendo la leva, spinti dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni con la Russia e dall’escalation in Medio Oriente: l’obiettivo è avere eserciti più numerosi, riserve addestrate, cittadini mentalmente «mobilitabili».
In Germania i sondaggi indicano una maggioranza favorevole alla coscrizione, ma il sostegno cresce con l’età e cala tra i giovani: oltre metà degli over 60 la considera necessaria, mentre tra i 18‑29enni i favorevoli si fermano attorno a un terzo (dati riportati dal quotidiano tedesco “Die Zeit”).
È la stessa frattura che attraversa altre democrazie europee: le generazioni che non verrebbero richiamate al fronte sono più disponibili a «rimettere in riga» i giovani, mentre chi rischierebbe davvero la chiamata tende a vivere la leva come minaccia più che come dovere civico.
L’Italia del «no» alla chiamata alle armi
In Italia il solco è ancora più marcato. Un’indagine Censis su un campione tra 18 e 45 anni chiede: «Come reagirebbe se l’Italia fosse coinvolta direttamente in una guerra e fosse richiamato dalle Forze armate?». Solo il 16% si dice pronto a combattere; il 39% si definisce pacifista e protesterebbe; il 19% dichiara che cercherebbe di fuggire o disertare; il 26% preferirebbe delegare la difesa a soldati professionisti o a mercenari stranieri.
La gerarchia delle scelte è netta: la disponibilità a combattere è minoritaria, mentre è più ampia l’area di chi rifiuta l’idea di andare al fronte in prima persona, sia per pacifismo esplicito, sia tramite strategie di sottrazione o delega. La lealtà al Paese non coincide più con l’immaginario tradizionale della chiamata alle armi, ma con forme più sfumate di difesa della pace, auto‑protezione o «outsourcing» della guerra.
Nel rapporto Censis la probabilità media attribuita a un coinvolgimento dell’Italia in una guerra nei prossimi cinque anni è 31 su 100, con valori più alti tra i giovani adulti e più bassi fra gli anziani: non è una percezione da Paese addormentato, ma non si traduce in disponibilità al sacrificio militare.
L’indagine, concentrandosi su chi verrebbe davvero chiamato, mette in luce una dimensione generazionale: dentro il 16% di «pronti a combattere» si intravede una minoranza spesso più maschile e ideologizzata; nel 39% di pacifisti e nel 19% orientato alla fuga emergono coorti cresciute in un’Europa formalmente in pace, più preoccupate di tenere insieme reddito, lavoro e relazioni che di «morire per la patria»; il 26% che pensa a mercenari e soldati di mestiere ricalca invece una difesa esternalizzata, la sicurezza come servizio da acquistare, non come obbligo da assumere.
Una distanza crescente tra retorica e scelte reali
Su questo sfondo si innesta il dibattito politico sulla «leva breve» italiana. La proposta del 2025 di una forma di servizio militare volontario e di durata ridotta, pensata per creare una riserva di circa 10 mila giovani, resta lontana dallo scenario tedesco di selezione obbligatoria: non coscrizione di massa, ma un bacino di volontari limitato.
Eppure i dati Censis suggeriscono che, nell’attuale clima sociale, ogni ipotesi di leva obbligatoria incontrerebbe un muro: con quattro persone su cinque tra i 18 e i 45 anni che, per ragioni diverse, non intendono combattere, la coscrizione rischia di restare un esercizio retorico.
L’Europa, nel frattempo, procede a velocità diverse: alcuni Paesi rafforzano la leva, altri la evocano senza avere strutture adeguate, altri ancora – come l’Italia – oscillano fra richiami simbolici al «dovere» e la realtà di eserciti professionali sottodimensionati, bilanci sotto pressione, dipendenza da alleanze e tecnologia militare.
I numeri che arrivano da Berlino e quelli raccolti dal Censis, affiancati, raccontano una tendenza comune: cresce la distanza tra la retorica della mobilitazione e le scelte concrete delle generazioni che dovrebbero andare al fronte. In quella forbice, tra timore del conflitto e scarsa disponibilità all’arruolamento, si intravede uno dei nodi che potrebbero orientare il dibattito sulla difesa europea nei prossimi anni.