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Come riportato recentemente in un'approfondita analisi di Anne-Françoise Hivert su Le Monde sui dati di Rare Earths Norway, il giacimento di Fensfeltet, nella Norvegia settentrionale, rappresenta oggi il più vasto deposito di terre rare mai identificato in territorio europeo. Con riserve stimate in 15,9 milioni di tonnellate di concentrati minerali, questa risorsa sarebbe teoricamente sufficiente a coprire decenni di fabbisogno continentale per turbine eoliche, motori elettrici e tecnologie militari. Tuttavia, nonostante le concentrazioni elevate di neodimio e praseodimio — i metalli magnetici essenziali per i motori elettrici — confermate dai carotaggi, il progetto stenta a decollare, prigioniero di un paradosso geopolitico ed economico.
L'Europa si trova infatti in una posizione di estrema vulnerabilità, importando oltre il novanta per cento delle terre rare che consuma, mentre la Cina controlla circa il sessanta per cento della produzione mondiale e il novanta per cento della raffinazione. Sebbene nel 2023 l'Unione Europea abbia varato il Critical Raw Materials Act, il piano strategico per ridurre la dipendenza dai fornitori esteri di terre rare, gli obiettivi di autonomia fissati dalla norma restano ancora largamente solo sulla carta.
Il caso norvegese è emblematico perché Rare Earths Norway, la compagnia mineraria incaricata di sviluppare il sito, non ha ancora ottenuto l’autorizzazione definitiva per avviare le operazioni. Se da un lato pesano le rigorose procedure ambientali e le preoccupazioni locali sulla gestione dei rifiuti radioattivi e delle acque reflue, il vero ostacolo è la competizione asiatica. La Cina ha costruito un’infrastruttura che permette costi imbattibili: il prezzo del neodimio oscilla tra i 50 e gli 80 dollari al chilogrammo, rendendo marginali i progetti occidentali che presentano costi operativi superiori ai 60 dollari.
La Norvegia occupa oggi una posizione paradossale perché, pur essendo integrata nel mercato unico grazie all'accordo Spazio Economico Europeo (SEE), resta esclusa dai massicci piani di sovvenzione dell'Unione. Da un lato Oslo esita a impegnare il proprio fondo sovrano in un mercato volatile, dall'altro Bruxelles non ha ancora definito una strategia di sostegno per i partner esterni ma strategici. Questa stasi impedisce la nascita di una filiera di trasformazione locale; senza raffinerie attive nel continente, il minerale norvegese dovrebbe comunque essere spedito in Asia per la raffinazione, vanificando ogni promessa di autonomia.
Mentre gli Stati Uniti mobilitano risorse massicce attraverso il CHIPS Act e incentivi fiscali, l'Europa rischia di restare spettatrice della competizione tecnologica. Il ritardo di Fensfeltet si somma alle difficoltà estrattive in Portogallo, Serbia e Finlandia, delineando un quadro di inerzia continentale.
Il caso Fensfeltet evidenzia il divario tra la mappatura delle risorse e la loro effettiva messa a terra industriale. In assenza di impianti di trasformazione sul suolo europeo, il progetto norvegese è destinato a fermarsi all'estrazione, alimentando paradossalmente la stessa filiera asiatica che l'Unione vorrebbe contrastare.