In Albania, sull'isola di Zvërnec – ex base militare situata in una laguna protetta – è in cantiere un mega resort da 10mila camere finanziato con oltre un miliardo di dollari. Nonostante l'area sia una zona umida popolata da fenicotteri e tartarughe marine, i mezzi pesanti sono già al lavoro. Il progetto immobiliare legato a Jared Kushner e Ivanka Trump, genero e figlia del presidente americano Donald Trump, sta infiammando le piazze albanesi. A Tirana migliaia di cittadini hanno sfilato davanti alla sede del governo al motto «la patria non è in vendita», mentre sul cantiere di Zvërnec, nel distretto di Valona, guardie private hanno sbarrato l’accesso alla spiaggia con recinzioni sormontate da filo spinato e si sono registrati scontri con i manifestanti.
Tra spiagge protette e modifiche normative sospette
Il primo ministro albanese Edi Rama difende l’operazione come un’occasione per fare dell’Albania «una destinazione turistica invidiata», evocando migliaia di nuovi posti di lavoro e un impatto significativo sul Pil, mentre la procura speciale anticorruzione SPAK ha aperto un’inchiesta sui cambi di status dell’area protetta e sui passaggi di proprietà dei terreni che hanno reso possibile il progetto. Per l'Italia, il caso albanese suona familiare. Le battaglie per preservare tratti di costa ancora incontaminati attraversano da decenni il dibattito pubblico italiano, dalla Sardegna alla Puglia, fino alle coste siciliane. La pressione immobiliare sul litorale adriatico, in particolare, ha spesso visto scontrarsi interessi economici e necessità di tutela paesaggistica.
L'Albania rappresenta oggi uno degli ultimi lembi di Adriatico ancora largamente libero dalla cementificazione intensiva, una risorsa ambientale che riguarda direttamente anche il bacino italiano. Se il progetto di Kushner dovesse procedere, potrebbe segnare una svolta irreversibile per l'equilibrio ecologico dell'intera area adriatica meridionale, influenzando flussi migratori di specie protette che interessano anche le acque italiane.
I costi ambientali dietro la promessa di migliaia di nuovi posti di lavoro
Le proteste albanesi pongono una domanda che l'Italia conosce bene: quale modello di sviluppo turistico perseguire? La promessa di migliaia di posti di lavoro e miliardi di investimenti esteri si scontra con la perdita irreversibile di patrimonio naturale e paesaggistico. Rama ha negato che il progetto finale includa aree protette e ha sottolineato che lo studio di impatto ambientale non è ancora completato. Tuttavia, le immagini di mezzi pesanti che demoliscono strutture nella zona di Zvërnec e le violenze delle guardie private contro gli attivisti hanno alimentato la sfiducia. Due società di sicurezza privata hanno perso la licenza per abuso delle loro funzioni, un dipendente è stato arrestato, quindici manifestanti fermati. Il capo della polizia locale è stato rimosso per cattiva gestione dell'ordine pubblico.
Per il turismo italiano, il caso albanese rappresenta anche un potenziale problema di competitività. L'Adriatico albanese, con i suoi costi contenuti e le spiagge ancora poco urbanizzate, ha già iniziato ad attrarre flussi turistici che prima si dirigevano verso le coste italiane. Un mega resort da 10mila camere, sostenuto da capitali americani e qatarioti, potrebbe accelerare una concorrenza già tangibile, soprattutto nei segmenti di mercato medio-alto.
L'investimento stimato supera i quattro miliardi di euro: una cifra che, per dare un termine di paragone, equivale a circa un terzo dell'intero Pil annuale albanese. L'impatto sul tessuto economico e sociale locale sarebbe dirompente, con rischi di trasformazione accelerata che potrebbero produrre squilibri territoriali simili a quelli vissuti da alcune regioni italiane negli anni del boom turistico.