Il tasso di natalità italiano è sceso a 1,2 figli per donna nel 2025, il dato più basso mai registrato dall'Unità d'Italia. Non si tratta più di un'anomalia nazionale: dal Giappone alla Corea del Sud, dalla Spagna alla Germania, la curva demografica disegna ovunque la stessa parabola discendente. Ma l'Italia ha una specificità che aggrava il fenomeno. Mentre il Financial Times individua nelle abitazioni costose e nella diffusione degli smartphone due fattori chiave del declino demografico globale, nel nostro Paese la combinazione di questi elementi con un mercato del lavoro rigido, salari fermi da vent'anni e un sistema di welfare familistico produce effetti più profondi. Una coppia italiana sotto i 35 anni guadagna in media il 18% in meno rispetto ai coetanei di dieci anni fa, in termini reali. Nello stesso periodo, il costo medio di un appartamento nelle aree metropolitane è cresciuto del 23%. La matematica della famiglia è spietata.

Comunità virtuali e culle vuote: la scelta razionale della Generazione Z

La tecnologia ha riconfigurato le priorità generazionali in modi che solo ora iniziamo a misurare. Uno studio dell'Università Bocconi pubblicato a inizio 2026 mostra come il tempo medio giornaliero dedicato ai dispositivi digitali dai 25-34enni italiani sia passato da 4,2 ore nel 2015 a 7,8 ore nel 2025. Non è solo intrattenimento: è costruzione di identità, lavoro da remoto, relazioni sociali, accesso all'informazione. Le piattaforme digitali offrono gratificazioni immediate, comunità virtuali, opportunità di autorealizzazione che un tempo trovavano spazio nella dimensione familiare. Avere figli richiede invece un investimento temporale ed emotivo prolungato, con ritorni differiti e incerti. L'economista francese Thomas Piketty ha definito questa trasformazione «l'individualismo digitale», un fenomeno che attraversa tutte le classi sociali ma che colpisce in modo particolare i millennial e la generazione Z. In Italia, dove il welfare pubblico per l'infanzia resta tra i più carenti d'Europa — con una copertura di asili nido al 28% contro il 50% della Francia — la scelta di non avere figli diventa razionale, non solo posticipata.

La casa diventa un miraggio con stipendi fermi e mutui record, che bloccano gli under 35

La questione abitativa assume contorni peculiari nel contesto italiano. A differenza di altri Paesi europei, dove il mercato dell'affitto è consolidato e normato, l'Italia rimane ancorata al modello proprietario: il 72% delle famiglie possiede la casa in cui vive. Per i giovani, però, l'accesso alla proprietà è diventato un miraggio. A Milano, una coppia con due redditi medi necessita di 12 anni di risparmi per l'anticipo di un bilocale in zona semicentrale. A Roma e Torino la situazione è solo marginalmente migliore. I mutui trentennali, tornati sopra il 4% di interesse medio dopo la stretta della BCE, assorbono quote crescenti del reddito disponibile. Nel 2015 rappresentavano il 22% dello stipendio medio di una coppia under-35, oggi sfiorano il 38%. Questa pressione finanziaria non solo ritarda l'età del primo figlio — salita a 32,4 anni per le donne italiane — ma spinge molte coppie a fermarsi a uno solo, quando non a rinunciare del tutto. Il paradosso è che l'Italia ha uno dei tassi di abitazioni vuote più alti d'Europa, circa 7 milioni di unità, ma meccanismi fiscali e urbanistici impediscono la loro messa a reddito a prezzi accessibili.

Il divario europeo. Perché i bonus a pioggia non bastano senza asili nido

Altri Paesi hanno avviato risposte strutturali. La Francia mantiene da decenni un sistema di sussidi familiari universali che copre fino al 30% del costo di crescita di un figlio. La Svezia garantisce 480 giorni di congedo parentale retribuito all'80%, condivisi tra i genitori. La Germania ha aumentato del 65% la spesa per asili nido negli ultimi cinque anni, rendendo obbligatoria l'offerta per tutti i bambini sopra l'anno di età. L'Ungheria, pur con misure controverse sul piano dei diritti, ha introdotto esenzioni fiscali totali per le donne con tre o più figli. In Italia, l'assegno unico introdotto nel 2022 ha rappresentato un passo avanti, ma il suo valore medio — 175 euro mensili per il primo figlio — copre appena il 15% del costo stimato di crescita. Manca inoltre una politica organica sul lavoro femminile: il tasso di occupazione delle donne italiane tra 25 e 49 anni è del 58%, contro il 75% della media Ue. Senza servizi per l'infanzia capillari e flessibilità lavorativa reale, molte donne continuano a uscire dal mercato dopo la maternità, innescando un circolo vizioso di dipendenza economica e scoraggiamento.

La scommessa sull'immigrazione qualificata unita all'intelligenza artificiale

La demografia è destino, ma non fatalità. Alcuni economisti suggeriscono che il calo delle nascite nei Paesi sviluppati potrebbe essere compensato da flussi migratori gestiti e investimenti massicci in produttività. L'Italia ha bisogno di circa 280.000 nuovi residenti l'anno solo per mantenere stabile la popolazione in età lavorativa, secondo l'ISTAT. Finora, però, il dibattito pubblico oscilla tra chiusure ideologiche e sanatorie emergenziali, senza una strategia di medio periodo per attrarre talenti e integrare competenze. Paesi come il Canada o l'Australia hanno sviluppato sistemi a punti che selezionano migranti sulla base di età, istruzione e professione, facilitandone l'inserimento economico e sociale. L'Italia potrebbe guardare a modelli simili, adattandoli alle proprie esigenze industriali e territoriali. Allo stesso tempo, l'automazione e l'intelligenza artificiale potrebbero ridurre la dipendenza da ampie coorti di giovani lavoratori, anche se con costi sociali ancora tutti da definire. La vera incognita resta culturale: accetterà il Paese una trasformazione che ridisegna il concetto stesso di comunità nazionale?

Le domande de L'Analista

Può l'Italia invertire la curva demografica senza rivoluzionare il mercato immobiliare e il sistema di welfare, oppure il declino è ormai inscritto nelle scelte economiche degli ultimi trent'anni? E se la crescita della popolazione non fosse più un obiettivo raggiungibile, quali modelli sociali ed economici dovremmo costruire per garantire sostenibilità e coesione in una società che invecchia rapidamente?