Nel 2026, l'11% delle famiglie italiane non riesce più a pagare le bollette energetiche. Il dato emerge dalle richieste di aiuto ricevute dall'Antoniano di Bologna, storica istituzione che da decenni registra sul campo le trasformazioni della povertà nel Paese. Non si tratta più soltanto di disoccupati o pensionati al minimo: la novità strutturale sta nel profilo di chi bussa alla porta. Sempre più spesso sono famiglie monoreddito, lavoratori con contratti a tempo determinato, nuclei con un solo stipendio che fino a pochi anni fa si collocavano nella fascia media della popolazione italiana. La crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni sui mercati del gas ha trasformato in emergenza permanente quello che nel dibattito europeo si chiama ormai «povertà energetica»: l'incapacità di riscaldare adeguatamente la casa o di sostenere i costi della luce senza rinunciare ad altre voci essenziali del bilancio familiare.
Le bollette rappresentano oggi una delle cause principali di impoverimento. Secondo i dati ARERA relativi al 2025, il costo medio annuo dell'energia elettrica per una famiglia italiana è cresciuto del 38% rispetto al 2021, mentre il gas ha registrato aumenti superiori al 50% nello stesso periodo. Gli interventi del governo — bonus sociali, crediti d'imposta, tetti al prezzo — hanno mitigato l'impatto solo parzialmente e con discontinuità. La fine dei sussidi straordinari nel corso del 2025 ha lasciato molte famiglie esposte al costo pieno delle forniture, proprio nel momento in cui l'inflazione alimentare continuava a erodere il potere d'acquisto. Il risultato è un progressivo scivolamento verso il basso di nuclei che fino a poco tempo fa non rientravano nelle statistiche ufficiali sulla povertà assoluta.

Il lavoro precario non basta più a proteggere dalla povertà
L'aspetto che emerge con maggiore evidenza dai dati dell'Antoniano riguarda la composizione sociale delle richieste di aiuto. Accanto alle tradizionali categorie vulnerabili — anziani soli, disoccupati di lunga durata, famiglie numerose con un solo reddito — compare una fascia crescente di lavoratori precari. Contratti a chiamata, partite IVA intermittenti, impieghi stagionali nel turismo o nella logistica: tutte forme di lavoro che generano redditi irregolari e insufficienti a coprire spese fisse come affitto, utenze, trasporti. In Italia, secondo l'ISTAT, nel 2025 oltre 3,2 milioni di lavoratori avevano un contratto a termine, mentre i collaboratori occasionali superavano il milione. La frammentazione del mercato del lavoro si traduce in una fragilità economica strutturale: basta un mese senza chiamate, una malattia, un aumento improvviso delle bollette per trovarsi senza margini.
L'Antoniano segnala inoltre un aumento delle richieste di sostegno per l'acquisto di farmaci e per l'accesso a visite mediche specialistiche. La sanità pubblica, già sotto pressione, non riesce a garantire tempestività nelle prestazioni non urgenti, spingendo molte famiglie a rinunciare o a indebitarsi. Il fenomeno della «health poverty» — la rinuncia alle cure per motivi economici — è ormai documentato anche in Italia: nel 2024, il Rapporto CREA Sanità ha stimato che circa 4,5 milioni di italiani hanno posticipato o evitato visite mediche per ragioni finanziarie. La sovrapposizione di povertà energetica, alimentare e sanitaria disegna un quadro di vulnerabilità sistemica, in cui il lavoro non garantisce più protezione automatica dal rischio di esclusione.
Le risposte territoriali e il ruolo delle reti solidali
Di fronte all'inadeguatezza delle misure nazionali, molte realtà locali hanno sviluppato modelli di risposta più flessibili e integrati. L'Antoniano non è un caso isolato: in tutta Italia, enti del Terzo settore, Caritas diocesane, cooperative sociali e fondazioni bancarie stanno sperimentando forme di sostegno che vanno oltre l'emergenza alimentare. A Milano, la Fondazione Progetto Arca ha attivato uno sportello dedicato alla gestione del debito energetico, offrendo mediazione con i fornitori e microprestiti a tasso zero per evitare il distacco delle utenze. A Torino, la Compagnia di San Paolo finanzia progetti di accompagnamento lavorativo per disoccupati e precari, combinando formazione, orientamento e microcredito. A Roma, alcune parrocchie hanno costituito fondi di solidarietà condominiale per coprire le morosità delle famiglie in difficoltà e prevenire gli sfratti.
Sul piano istituzionale, alcune Regioni hanno introdotto misure proprie: l'Emilia-Romagna ha rifinanziato il Fondo regionale per la morosità incolpevole, la Lombardia ha esteso i bonus energia anche a nuclei con ISEE superiore alla soglia nazionale, la Toscana ha avviato un programma di riqualificazione energetica degli alloggi popolari per ridurre i consumi. Tuttavia, la frammentazione degli interventi rischia di amplificare le disuguaglianze territoriali. Chi vive in Regioni con bilanci solidi e amministrazioni attive può contare su una rete di protezione più robusta; chi abita in aree già deboli dal punto di vista economico e istituzionale resta più esposto. La mancanza di una strategia nazionale organica sulla povertà energetica e sul lavoro precario rappresenta un vuoto politico che il Terzo settore non può colmare da solo.