Dal 15 luglio 2025 entreranno in vigore le nuove norme italiane contro la shrinkflation, il fenomeno che vede ridursi le quantità dei prodotti confezionati a parità di prezzo. La data segna la scadenza del termine entro cui la Commissione europea può contestare il decreto legislativo notificato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy lo scorso 15 aprile. Tre mesi di silenzio-assenso che, in assenza di rilievi formali, trasformano in legge un compromesso al ribasso rispetto alle ambizioni iniziali del governo. Un percorso tortuoso che espone le difficoltà dell'Italia nel bilanciare tutela dei consumatori e vincoli comunitari.

Dalla stretta del 2024 alla retromarcia imposta da Bruxelles

Nel 2024 il legislatore italiano aveva introdotto l'articolo 15-bis nel Codice del consumo attraverso il decreto legge Concorrenza, obbligando i produttori a segnalare in etichetta le riduzioni quantitative con una dicitura esplicita: «Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X rispetto alla precedente quantità». L'obbligo aveva durata semestrale e mirava a rendere trasparenti gli aumenti di prezzo mascherati. Tuttavia, a marzo 2025 la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia, contestando la violazione della direttiva sulla trasparenza del mercato unico. Secondo Bruxelles, le etichettature nazionali obbligatorie costituiscono un ostacolo alla libera circolazione delle merci, frammentando il mercato interno con requisiti difformi tra Stati membri.

Il governo italiano si è trovato così costretto a rivedere l'impianto normativo. Il nuovo decreto elimina l'obbligo di etichettatura diretta e introduce un sistema di comunicazione lungo la filiera commerciale: produttori e distributori dovranno trasmettere ai venditori, fisici e online, informazioni standardizzate sulla riduzione delle quantità e sulla percentuale di aumento del prezzo implicito. Sarà poi compito dei punti vendita rendere disponibili tali informazioni ai consumatori. La durata dell'obbligo informativo scende da sei a tre mesi dalla data di immissione sul mercato del prodotto modificato. Inoltre, restano escluse le riduzioni giustificate da miglioramenti nella formulazione che mantengano invariato il valore complessivo per il consumatore.

Un mercato da 120 miliardi e aumenti occulti fino al 40%

Il settore dei beni di largo consumo vale in Italia 120 miliardi di euro all'anno. La shrinkflation determina aumenti occulti dei prezzi compresi mediamente tra il 10% e il 18%, con picchi documentati fino al 40% su specifiche categorie. I prodotti alimentari rappresentano il comparto più colpito: cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse pronte, formaggi confezionati e bibite figurano tra gli articoli dove il fenomeno si manifesta con maggiore frequenza. Ma anche i prodotti per la casa, come detersivi e carta igienica, e quelli per la cura della persona, quali bagnoschiuma, shampoo e dentifricio, subiscono riduzioni sistematiche delle quantità a parità di prezzo.

Il Codacons stima che, ipotizzando un impatto minimo della shrinkflation pari allo 0,1% annuo sui prezzi del paniere dei beni di largo consumo, il costo complessivo a carico delle famiglie italiane negli ultimi quindici anni ammonterebbe a 1,8 miliardi di euro. Una cifra significativa, benché approssimativa, dato che l'Istat non rileva in modo specifico il fenomeno nel monitoraggio dell'inflazione. L'assenza di dati ufficiali rende difficile quantificare l'impatto reale sulle tasche dei consumatori, amplificando la percezione di una perdita di potere d'acquisto difficilmente documentabile ma concretamente avvertita.

Dalla shrinkflation alla skimpflation: il prossimo fronte

Mentre l'Italia si prepara ad applicare norme più soft sulla shrinkflation, emerge un fenomeno correlato e potenzialmente più insidioso: la skimpflation. Con tale termine si indica la pratica di ridurre la qualità delle materie prime o dei servizi offerti senza abbassare prezzi e tariffe. Nel settore alimentare, il burro e l'olio d'oliva vengono sostituiti con olio di palma o margarina, le uova fresche lasciano spazio a tuorli e albumi in polvere, i piatti pronti vedono diminuire la percentuale di carne a favore di addensanti e acqua. Nel comparto turistico e della ristorazione, le porzioni si riducono, la colazione diventa a pagamento nelle strutture ricettive, le pulizie delle camere diventano meno frequenti.

La skimpflation si sottrae ancora più facilmente ai controlli rispetto alla shrinkflation, poiché non modifica quantità dichiarate ma ingredienti e standard qualitativi. Per i consumatori italiani, già alle prese con un'inflazione che ha eroso il potere d'acquisto negli ultimi anni, si profila una perdita di valore difficile da quantificare e da contrastare sul piano normativo. L'Europa, impegnata a garantire la libera circolazione delle merci, non ha ancora elaborato strumenti armonizzati per affrontare queste pratiche commerciali, lasciando agli Stati membri margini di intervento limitati e frammentati.

Le domande de L'Analista

Le norme italiane, pur indebolite dal confronto con Bruxelles, riusciranno a garantire una reale trasparenza informativa per i consumatori oppure l'onere di comunicazione lungo la filiera rischia di tradursi in informazioni poco visibili e scarsamente efficaci? Inoltre, in assenza di un quadro normativo europeo armonizzato, come potrà l'Italia affrontare fenomeni sempre più sofisticati come la skimpflation senza incorrere in nuove procedure di infrazione?