La Commissione europea ha ottenuto quanto minacciava da mesi. Il 21 luglio 2026 l'Agenzia esecutiva europea per l'istruzione e la cultura (EACEA) ha deciso di revocare alla Fondazione la Biennale di Venezia una sovvenzione di 2 milioni di euro, prevista per il periodo 2025-2028. La decisione chiude — almeno sul piano finanziario — un braccio di ferro apertosi in marzo, quando la Fondazione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco ha scelto di riammettere la Russia ai Giardini per la 61ª Esposizione Internazionale d'Arte, dopo l'esclusione decisa nel 2022 e confermata nel 2024 in seguito all'invasione dell'Ucraina.

La vicepresidente esecutiva della Commissione per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, Henna Virkkunen, ha annunciato l'11 luglio, in un messaggio pubblicato sul proprio profilo sulla piattaforma X, la raccomandazione all'EACEA di interrompere il contributo, scrivendo che «la Commissione raccomanda ufficialmente all'EACEA di revocare la sovvenzione di 2 milioni di euro destinata alla Biennale di Venezia. Tale decisione fa seguito a un'approfondita valutazione delle risposte fornite dalla Biennale a giustificazione della riapertura del padiglione russo». Nello stesso messaggio la commissaria finlandese ha aggiunto che «la cultura in Europa — finanziata con il denaro dei contribuenti — dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici», valori che «non vengono rispettati nella Russia odierna». Il portavoce della Commissione, Thomas Regnier, aveva già illustrato la posizione dell'esecutivo comunitario nel briefing con la stampa del Servizio Audiovisivo della Commissione europea del 7 maggio 2026, ricordando che, a quella data, «non un singolo euro» del contributo era stato erogato alla Biennale, e lo ha ribadito il 21 luglio al momento della decisione definitiva dell'EACEA: «Gli eventi culturali finanziati con il denaro dei contribuenti europei dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione — valori che non sono rispettati nella Russia odierna».

Una procedura lunga quattro mesi

Diversamente da quanto si potrebbe pensare, non si è trattato di un annuncio improvviso, ma dell'esito di una procedura avviata a marzo. Già il 12 marzo 2026 Virkkunen e il commissario alla Cultura Glenn Micallef avevano diffuso una dichiarazione congiunta di condanna, pubblicata dal Servizio europeo per l'azione esterna, nella quale scrivevano che la riapertura del padiglione russo «non è compatibile con la risposta collettiva dell'Ue all'aggressione brutale della Russia», e preannunciavano l'eventuale «sospensione o cessazione» del contributo in corso. La lettera formale dell'EACEA alla Fondazione, con la richiesta di chiarimenti entro trenta giorni, è arrivata a fine aprile: lo stesso portavoce Regnier ha confermato nel briefing con la stampa del 7 maggio 2026 che era stato fissato un termine di trenta giorni per la risposta della Fondazione, e che in assenza di rassicurazioni la Commissione avrebbe proceduto a sospendere o revocare il contributo. La Biennale ha risposto nei termini previsti, ma le motivazioni fornite sono state giudicate insufficienti dall'esecutivo comunitario, che a inizio luglio ha trasformato l'orientamento politico in raccomandazione formale, seguita dalla decisione tecnica dell'EACEA il 21 luglio.

Nel mezzo, un'interrogazione presentata al Parlamento europeo il 17 aprile 2026 aveva già documentato la sospensione dei circa 2 milioni di euro, osservando che la decisione «solleva interrogativi sul ruolo delle istituzioni europee nelle scelte artistiche di enti indipendenti», secondo il testo pubblicato dal Parlamento europeo. Il 12 maggio i ministri della Cultura dei Ventisette avevano inoltre discusso il caso a Bruxelles, con quattordici Stati su ventisette che avevano criticato apertamente la riapertura del padiglione e con la Commissione, insieme alla presidenza di turno cipriota, che aveva proposto di destinare gli stessi fondi alla ricostruzione dell'Ucraina, secondo Euronews, che in questo caso resta l'unica fonte reperibile per il dettaglio del voto dei singoli Stati membri.

La reazione della Biennale e la posizione italiana

La Fondazione ha annunciato ricorso, dichiarando di voler «far valere le proprie ragioni in tutte le sedi competenti» dopo aver risposto entro i termini stabiliti a tutti i punti sollevati dall'EACEA, in attesa di una nota tecnica formale per valutare i passi successivi, secondo il testo del comunicato della Fondazione ripreso da Adnkronos. La Fondazione ha inoltre precisato che i programmi finanziati dal contributo europeo «proseguono», essendo «solo in maniera marginale co-finanziati dal contributo» revocato, e che la misura «non ha alcun impatto significativo né sul budget, né sul bilancio, né sulle attività programmate e in corso della Biennale di Venezia, che rimangono confermate». Il portavoce della Commissione Thomas Regnier ha confermato la decisione definitiva spiegando che essa segue «la valutazione giuridica e la raccomandazione della Commissione», secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa italiana Ansa. Il presidente Buttafuoco, intervenendo alla presentazione della Mostra del Cinema, ha definito la scelta di Bruxelles «un compagno di viaggio [...] che ora ci lascia per ragioni interamente politiche, di certo non giuridiche e ancora meno culturali», come riportato da Reuters, l'unica agenzia internazionale che ha raccolto la dichiarazione diretta del presidente della Fondazione.

Il governo italiano ha tenuto una posizione più articolata di quanto la vicenda possa suggerire a prima vista. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli si era detto più volte contrario alla riapertura del padiglione russo, arrivando a dichiarare, in un'intervista al Corriere della Sera, che sulla vicenda «ha vinto Putin» e che la scelta della Fondazione ha finito per fare «un favore a uno stato belligerante come la Russia»; pur dissentendo nel merito, il ministro ha però riconosciuto che «l'autonomia è un confine che non possiamo valicare», come riportato da Il Foglio. Coerente con questa linea di non ingerenza, l'Italia non ha aderito alla lettera di protesta firmata dagli altri Paesi Ue contro la riapertura del padiglione. Dopo la decisione dell'EACEA, però, il governo ha cambiato tono: la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni ha espresso pieno sostegno al ricorso della Biennale, definendo la revoca dei fondi «un altro vergognoso attacco politico e ideologico a un'istituzione che crea cultura e si rifiuta di piegarsi allo strumento di chi ama fare la voce grossa nell'Unione europea», secondo quanto riportato da Euronews. Sulla stessa linea il presidente del Veneto Luca Zaia, che ha parlato di «una decisione inaccettabile» e di «pieno sostegno al presidente della manifestazione, Pietrangelo Buttafuoco», chiedendo al governo di difendere la Biennale, secondo Il Fatto Quotidiano. Il 21 maggio, prima ancora del taglio dei fondi, lo stesso Giuli aveva visitato il Padiglione Italia alla Biennale, definendolo «un messaggio di libertà», secondo il comunicato ufficiale del Ministero della Cultura.

Una Biennale già segnata dalle dimissioni della giuria

La riapertura del padiglione russo aveva già prodotto uno strappo interno alla manifestazione prima ancora dell'intervento europeo. Il 22 aprile la giuria internazionale aveva votato per escludere Russia e Israele dall'assegnazione dei Leoni; una settimana dopo, il 29 aprile, tutti i suoi membri si erano dimessi in blocco per protesta, come raccontato da L'Analista. La 61ª Esposizione Internazionale d'Arte ha così aperto il 9 maggio senza un organo giudicante nella sua composizione tradizionale. Sul piano diplomatico, i ministri ucraini Andrii Sybiha e Tetyana Berezhna avevano chiesto fin dall'8 marzo che la kermesse veneziana non diventasse una vetrina per «insabbiare i crimini di guerra» commessi dalla Russia. Il padiglione russo, gestito dal Ministero della Cultura di Mosca e affidato a un programma dedicato al folklore e alla world music annunciato dall'inviato culturale di Vladimir Putin, Mikhail Shvydkoy, è rimasto aperto soltanto durante l'anteprima della mostra, tra le proteste di attivisti tra cui le Pussy Riot, secondo The Art Newspaper. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha definito il taglio dei fondi europei un tentativo di «cancellare la nostra cultura», in una dichiarazione ripresa dal New York Times.

Il caso veneziano si inserisce in una linea di condotta comunitaria già sperimentata verso altre istituzioni culturali coinvolte, anche indirettamente, con enti o fondi legati al governo russo: Bruxelles ha ribadito più volte, dall'inizio dell'invasione, che i finanziamenti Ue non possono coesistere con iniziative percepite come una piattaforma di legittimazione per Mosca. Resta da vedere se il ricorso annunciato dalla Fondazione porterà a una revisione della decisione, o se il precedente veneziano diventerà un modello per casi analoghi in altri settori culturali finanziati dall'Unione.