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61ª Biennale di Venezia: la Russia torna ai Giardini, la giuria si dimette

La Biennale Arte di Venezia apre il 9 maggio senza giuria. I cinque membri si sono dimessi in blocco dopo che la Fondazione ha deciso di riammettere la Russia ai Giardini: una scelta che ha trasformato la più antica rassegna d'arte contemporanea del mondo in un campo di battaglia diplomatico.

Vista dell'ingresso della Biennale di Venezia
Photo by jens schwan / Unsplash
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

La Biennale Arte di Venezia apre il 9 maggio senza giuria. I suoi membri si sono dimessi in blocco per protestare contro la partecipazione russa, segnando uno spartiacque nella politica culturale europea. I ministri ucraini Andrii Sybiha e Tetyana Berezhna hanno formalizzato la posizione di Kyiv in una dichiarazione congiunta l'8 marzo 2026: «La Biennale di Venezia non deve diventare un palcoscenico per insabbiare i crimini di guerra che la Russia commette quotidianamente contro il popolo ucraino e il nostro patrimonio culturale».

Per l'Italia, il caso diventa un banco di prova della propria autonomia diplomatica in un momento in cui Roma cerca di mantenere un equilibrio tra fedeltà atlantica e pragmatismo economico nei confronti dei partner tradizionali.

Dopo l'invasione su larga scala dell'Ucraina nel febbraio 2022, la maggior parte delle istituzioni culturali europee aveva escluso artisti e rappresentanze russe ufficiali. La Biennale stessa aveva annullato la partecipazione del padiglione russo nel 2022 e 2024, in linea con le sanzioni europee e la pressione internazionale. La decisione di riammettere Mosca nel 2026 riflette una lettura diversa del panorama geopolitico: l'allentamento percepito delle tensioni militari, le trattative diplomatiche in corso e la volontà di distinguere tra responsabilità statali e libertà espressiva degli artisti.

Ma la mossa ha scatenato una reazione a catena. Il 22 aprile la giuria aveva già votato per escludere Russia e Israele dall'assegnazione dei Leoni. Una settimana dopo, il 29 aprile, tutti i membri della giuria internazionale hanno rassegnato le dimissioni, rendendo impossibile l'assegnazione dei premi principali secondo le modalità tradizionali.

Curatori e artisti di paesi alleati dell'Ucraina hanno minacciato il ritiro dei loro padiglioni. Il governo ucraino ha intensificato la campagna diplomatica, appellandosi direttamente alle autorità italiane e al presidente della Biennale. Per Kyiv, la presenza russa alla manifestazione veneziana equivale a una legittimazione culturale di un regime accusato di crimini di guerra. Per la Biennale, escludere la Russia significherebbe cedere alla strumentalizzazione politica dell'arte e tradire la propria missione di dialogo universale.

L'Italia tra due fuochi

La vicenda mette l'Italia in una posizione scomoda. Il prestigio della Biennale deriva proprio dalla capacità di mantenere una postura sovranazionale, accogliendo voci anche da regimi controversi senza per questo avallarli politicamente. Eppure, questa autonomia trova limiti quando si scontra con le priorità della politica estera europea, soprattutto in materia di sanzioni e isolamento diplomatico.

Sul fronte interno lo scontro è aperto. Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione Biennale, ha deciso in autonomia di ammettere la Russia definendo la Biennale una sorta di «ONU delle arti». Il governo Meloni ha preso le distanze, ma senza chiedere a Buttafuoco — che pure è una sua nomina — di fare un passo indietro. Sul fronte europeo, la Commissione ha già notificato la sospensione della sovvenzione da 2 milioni di euro, notificando formalmente la propria intenzione alla Fondazione.

Il governo italiano si trova a dover gestire pressioni contrapposte. Da un lato, le istituzioni europee e i paesi baltici chiedono coerenza con la linea dura contro Mosca, anche sul piano culturale. Dall'altro, settori significativi della classe dirigente italiana — dalle imprese energetiche ai distretti manifatturieri del Nord-Est — guardano con preoccupazione a una rottura definitiva con la Russia, consapevoli che le sanzioni hanno già pesato sull'export italiano verso il mercato russo, crollato di oltre il sessanta per cento tra il 2021 e il 2024.

La Biennale diventa così un simbolo di questa tensione: mantenere aperto un canale culturale può apparire come un tentativo di preservare margini di dialogo in vista di una futura normalizzazione, ma rischia di essere interpretato come ambiguità o debolezza. Il caso richiama quello del Festival di Cannes 2023, quando la direzione artistica francese aveva escluso i film russi finanziati dallo Stato ma ammesso opere di registi indipendenti.

Una soluzione di compromesso che la Biennale potrebbe adottare, distinguendo tra partecipazione ufficiale sponsorizzata dal Cremlino e presenza di artisti russi in titolo individuale. Tuttavia, il padiglione nazionale russo alla Biennale è formalmente gestito dal Ministero della Cultura di Mosca, rendendo difficile questa distinzione senza un'esclusione totale o una profonda revisione delle regole di partecipazione.

Le conseguenze economiche e reputazionali per Venezia

Oltre alla dimensione politica, la crisi tocca interessi economici concreti. La Biennale Arte genera un indotto stimato in circa centocinquanta milioni di euro per il territorio veneziano, tra turismo, ospitalità, ristorazione e trasporti. Un'edizione delegittimata da defezioni di massa dei padiglioni nazionali e da una copertura mediatica ostile potrebbe ridurre drasticamente l'affluenza, con ricadute negative per l'economia locale. Le associazioni alberghiere e commerciali hanno espresso preoccupazione per la possibile compromissione dell'evento, sollecitando una soluzione rapida.

Sul piano reputazionale, la Biennale rischia di perdere credibilità presso una parte della comunità artistica internazionale. Diverse gallerie e collezionisti hanno già annunciato che eviteranno manifestazioni collaterali se la Russia manterrà il proprio padiglione. Il rischio è che l'edizione 2026 venga percepita come divisiva e politicizzata, minando la neutralità che ha permesso alla Biennale di attraversare guerre fredde, colpi di stato e rivoluzioni senza mai rinunciare al dialogo. Allo stesso tempo, un'esclusione forzata potrebbe essere letta come sottomissione a pressioni esterne, danneggiando l'immagine di autonomia dell'istituzione.

La questione resta aperta. La Biennale potrebbe cercare una mediazione attraverso il coinvolgimento del Ministero della Cultura italiano e del Ministero degli Esteri, negoziando con le ambasciate coinvolte una formula che consenta la partecipazione artistica senza endorsement politico. Oppure potrebbe ribadire la propria indipendenza, accettando le dimissioni della giuria e modificando le modalità di assegnazione dei premi, trasformando la crisi in un'opportunità per riaffermare il primato dell'arte sulla politica. Qualunque sarà la scelta, avrà ripercussioni durature sulla percezione internazionale dell'Italia come attore culturale e diplomatico.

Le domande de L'Analista

Un'istituzione che cambia le regole sotto pressione dei governi finanziatori non è più un'istituzione culturale: è uno strumento diplomatico. La Biennale vuole davvero diventarlo?
Per chi esiste la Biennale — per gli artisti, per i governi o per chi la visita?
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La redazione de «L’Analista» racconta economia, diritti e trasformazioni sociali con uno sguardo informato e indipendente. Incrocia dati, politiche pubbliche e storie di chi le vive sulla propria pelle per offrire ai lettori strumenti critici.

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