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Le tensioni nel Golfo colpiscono il sistema agroalimentare italiano

Dal metano ai fertilizzanti, fino al carrello della spesa: così le tensioni nel Golfo colpiscono un sistema agroalimentare italiano ancora fortemente dipendente dall’estero.

Le tensioni nel Golfo colpiscono il sistema agroalimentare italiano
Photo by Etienne Girardet / Unsplash
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

L'onda d'urto parte dal Golfo Persico, attraversa i listini energetici e dei concimi, per abbattersi direttamente sugli scaffali della grande distribuzione europea. E l'Italia si trova in prima linea. La Banca d'Inghilterra ha da poco quantificato nel sette per cento l'inflazione alimentare attesa entro fine anno, ma sarebbe un errore considerare l'emergenza un problema esclusivamente d'Oltremanica. Con la sua dipendenza strutturale dalle importazioni energetiche e agricole, l'Italia è esposta agli stessi spietati meccanismi di trasmissione dei listini. Anzi, in alcuni settori nevralgici la vulnerabilità tricolore è persino maggiore.

Il passaggio dal prezzo del gas al carrello della spesa non è lineare, ma segue una catena precisa. Le tensioni geopolitiche nel Golfo – dove si concentra una quota rilevante della produzione mondiale di gas naturale liquefatto – spingono verso l'alto i prezzi dell'energia. Da lì l'effetto si propaga: i fertilizzanti azotati, la cui produzione dipende dal metano, diventano più costosi. Le aziende agricole vedono lievitare i costi di produzione. I margini si comprimono. E alla fine è il consumatore a pagare, sia direttamente tramite la bolletta, sia indirettamente attraverso il cibo. Per l'Italia, dove il settore agroalimentare rappresenta oltre il 15% del PIL e dove la bilancia energetica è strutturalmente in deficit, ogni oscillazione nei mercati globali si traduce in pressione immediata sui conti delle famiglie e delle imprese.

Fertilizzanti, il costo della dipendenza

L'Unione europea importa circa la metà dei fertilizzanti azotati che utilizza. L'Italia, con una produzione interna ridotta all'osso dopo la chiusura di diversi impianti negli anni Duemila, dipende ancora di più dall'estero. Quando i prezzi del gas salgono, come accaduto nel 2022 e come sta accadendo ora, molti stabilimenti europei riducono la produzione o chiudono temporaneamente. Il mercato si contrae, le importazioni aumentano, i prezzi esplodono. Gli agricoltori italiani, già alle prese con margini risicati, si trovano schiacciati tra costi in salita e prezzi al dettaglio che non possono salire abbastanza in fretta da compensare le perdite. La conseguenza non è solo inflazione, ma anche abbandono delle colture meno redditizie, concentrazione della produzione, perdita di biodiversità agricola.

Il paradosso è che l'Italia possiede una delle filiere agroalimentari più pregiate al mondo, ma è incapace di proteggerla dalle oscillazioni dei mercati globali. La pasta, il pomodoro, il vino: prodotti che incarnano l'identità nazionale e che generano miliardi di euro di export ogni anno. Eppure bastano poche settimane di tensione in Medio Oriente per mettere a rischio l'equilibrio economico di interi distretti produttivi. A pesare sono scelte politiche e industriali precise: la rinuncia a una strategia energetica autonoma, la mancanza di stoccaggi adeguati, l'assenza di strumenti di copertura per le imprese più piccole.

L'impatto si scarica su un comparto già fragile. La guerra in Ucraina aveva anticipato le criticità attuali, svelando la debolezza logistica nazionale. La chiusura dei canali a Est ha frenato l'afflusso di mais e cereali grezzi. Senza quei carichi, le stalle che sostengono l'export dei formaggi e salumi DOP faticano a reggersi in piedi. La somma delle crisi internazionali prosciuga i bilanci. Lo dimostrano i dati di un recente studio del Centro Studi Divulga: dall'inizio del conflitto, i costi correnti per le aziende del settore primario hanno registrato un balzo del 21%.

La resilienza come strategia, non come slogan

L'Italia ha iniziato a diversificare le forniture di gas dopo il 2022, aumentando gli acquisti di GNL dall'Algeria, dall'Azerbaigian, dagli Stati Uniti. Ma la dipendenza dal metano resta elevata, e con essa la vulnerabilità. Di fronte a simili scossoni, la risposta istituzionale è stata finora reattiva, mai preventiva. Quando i prezzi salgono si interviene con sussidi, bonus, crediti d'imposta. Tutte misure necessarie nell'immediato, ma che non risolvono il problema alla radice.

Sul fronte agricolo, la transizione verso pratiche meno dipendenti dai fertilizzanti chimici procede a rilento. L'agricoltura rigenerativa per ripristinare la vitalità dei suoli, l'alternanza delle semine per non esaurire il terreno, l'impiego di compost e digestato — concimi naturali ricavati, rispettivamente, dai residui organici e dagli scarti degli impianti a biogas: tutte tecniche che riducono la dipendenza dai mercati globali e migliorano la sostenibilità ambientale. Ma richiedono investimenti, formazione, tempo. E soprattutto esigono una visione di lungo periodo che in Italia, tra governi che cambiano e priorità che si rincorrono, fatica a consolidarsi. Nel frattempo, ogni nuova fiammata geopolitica si traduce in una nuova ondata inflazionistica, con effetti distributivi che penalizzano soprattutto le fasce più deboli della popolazione.

Le domande de l'Analista

Perché si continua a finanziare l'emergenza con sgravi temporanei, anziché investire gli stessi fondi nella costruzione di impianti nazionali per i fertilizzanti?
Spagna e Francia tutelano il mercato con ampie reti di stoccaggio per cereali ed energia. Per quale motivo il sistema italiano sconta ancora un simile ritardo infrastrutturale?
L'agritech e i concimi alternativi possono ridurre la dipendenza dal gas. Ma chi finanzierà i capitali necessari alla transizione, se le piccole imprese non riescono ad accedere al credito?
Mariza Cibele Dardi

Mariza Cibele Dardi

Direttrice de L’Analista. Scrive di economia, mercati finanziari e impatto sociale delle nuove tecnologie.

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