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Il conto della guerra in Iran lo pagano (anche) le nostre fabbriche

Le Nazioni Unite avvertono: la guerra in Iran rischia di cancellare anni di benessere mondiale. Per l'Italia è un colpo durissimo. Le nostre fabbriche funzionano a gas e, se i prezzi esplodono, produrre diventa troppo caro. Siamo i primi a pagare il conto di questa crisi energetica.

Macerie di edifici distrutti da un bombardamento in Iran e accampamenti di fortuna allestiti tra i detriti.
Photo by moein rezaalizade / Unsplash
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Testo a cura della redazione. Sintesi audio generata automaticamente. Per dati e citazioni ufficiali fa fede il testo scritto.

Con oltre 30 milioni di persone a rischio povertà a causa della crisi iraniana, l'ultimo rapporto delle Nazioni Unite evidenzia una catastrofe che tocca da vicino anche l'Europa. L'Italia, in particolare, paga la sua forte dipendenza dall'energia estera: in un mercato instabile, il rincaro delle materie prime smette di essere una statistica per diventare un pericolo concreto per le nostre PMI. Il rischio è che lo shock energetico scardini la competitività del manifatturiero italiano, l'architrave della nostra economia.

La crisi in Iran agisce come un moltiplicatore di povertà globale attraverso tre leve: energia, cibo e crescita. La centralità dello Stretto di Hormuz — arteria vitale per un terzo del greggio mondiale — trasforma ogni attrito militare in uno shock immediato per i prezzi energetici. Per l'industria italiana, ancora in fase di recupero dopo il conflitto ucraino, questo significa affrontare una nuova ondata di volatilità che erode margini di profitto e blocca gli investimenti necessari alla competitività.

La dipendenza energetica espone l’economia italiana a nuovi rischi

L'Italia importa circa il 95% del proprio fabbisogno energetico. Questa dipendenza strutturale si è accentuata negli ultimi anni con la crescita delle importazioni di gas naturale liquefatto, che hanno sostituito in parte le forniture russe. Una porzione rilevante di questi flussi proviene dal Golfo Persico, dove operano Qatar e altri produttori regionali.

L'impennata dei costi energetici si traduce in un colpo diretto ai risparmi delle famiglie e alla stabilità delle imprese. Il peso maggiore ricade sui comparti energivori come ceramica, vetro, chimica e siderurgia: per queste industrie, l'aumento delle bollette rende la produzione insostenibile, costringendo le aziende a tagliare i turni o a perdere commesse internazionali a causa di prezzi non più competitivi.

Il rincaro energetico colpisce ben oltre le fabbriche, arrivando fino ai campi coltivati. Poiché il gas naturale è la materia prima essenziale per i fertilizzanti, il suo rincaro fa lievitare i costi di produzione dei prodotti alimentari, che vengono poi scaricati sui consumatori. Per il ceto medio italiano, già provato da salari stagnanti e inflazione, questo meccanismo erode la capacità di risparmio e riduce drasticamente il tenore di vita.

La crisi dei consumi globali e il rallentamento del modello europeo

L'ultimo rapporto delle Nazioni Unite sottolinea come i paesi in via di sviluppo saranno colpiti in modo sproporzionato. L'instabilità che colpisce il Sud del mondo agisce come un moltiplicatore di crisi per il continente europeo. Quando la povertà estrema inverte i trend di sviluppo umano, si generano inevitabilmente flussi migratori e conflitti per le risorse che mettono alla prova la tenuta sociale dell'Italia. Per la sua centralità geografica, il nostro Paese diventa la prima linea di questo fenomeno, dovendo gestire le conseguenze di crisi umanitarie che hanno radici globali ma effetti locali immediati.

Il rallentamento della crescita economica globale riduce la domanda di beni manifatturieri italiani. I mercati emergenti, che negli ultimi due decenni hanno assorbito quote crescenti di export italiano, rischiano di contrarre i consumi e gli investimenti. Macchinari, tecnologie, prodotti del made in Italy perdono sbocchi commerciali proprio mentre l'economia italiana fatica a rilanciare la domanda interna. La combinazione di shock energetici, inflazione alimentare e contrazione della crescita configura uno scenario di stagflazione globale, dove l'Italia rischia di rimanere intrappolata tra prezzi in aumento e redditi stagnanti.

I ritardi dell'Italia nella diversificazione e le scelte strategiche mancate

La vulnerabilità italiana di fronte a shock esterni rivela l'inadeguatezza delle scelte strategiche compiute negli ultimi anni in materia di approvvigionamento energetico e diversificazione delle forniture. Nonostante gli annunci, la transizione verso fonti rinnovabili procede a ritmi insufficienti, frenata da ostacoli burocratici, resistenze locali, mancanza di investimenti adeguati. Il risultato è una dipendenza persistente da fornitori esterni, spesso localizzati in aree geopoliticamente instabili. Ogni conflitto, ogni tensione regionale si traduce in un rischio immediato per la sicurezza economica nazionale.

Al contempo, la mancata costruzione di scorte strategiche sufficienti e di infrastrutture di stoccaggio limita la capacità di assorbire gli shock di breve periodo. Mentre altri paesi europei hanno investito in capacità di riserva e in accordi di lungo termine con produttori diversificati, l'Italia continua a navigare in condizioni di fragilità strutturale. La guerra in Iran dimostra ancora una volta come la sicurezza energetica non sia semplicemente una questione tecnica, ma una condizione essenziale per la tenuta sociale ed economica del paese.

Le domande de l'Analista

Quale margine di manovra ha l'Italia per ridurre la dipendenza energetica da regioni geopoliticamente instabili, considerando i vincoli fiscali e i tempi lunghi della transizione verso le rinnovabili?
Più povertà nel mondo significa più migrazioni verso l'Europa: l'Italia è attrezzata per affrontarle?
Mariza Cibele Dardi

Mariza Cibele Dardi

Direttrice de L’Analista. Scrive di economia, mercati finanziari e impatto sociale delle nuove tecnologie.

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