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Tra benzina, treni e pranzi fuori, quanto ti costa andare a lavorare?

Pendolarismo, panini al volo, tempo perso. Lo stipendio non è l’unico numero che conta.

Tra benzina, treni e pranzi fuori, quanto ti costa andare a lavorare?
Photo by Denys Argyriou / Unsplash
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Prendere lo stipendio per poi spenderlo per andare a prenderlo. È il paradosso quotidiano di milioni di persone che ogni mattina salgono in macchina o su un treno per raggiungere il posto di lavoro.

Lo diamo per scontato: il lavoro «sta da un’altra parte» e quindi ci si sposta. Ma raramente mettiamo in fila il conto vero di questa scelta. Benzina, abbonamenti, parcheggi, caffè al bar perché sei uscito di corsa. E poi il pranzo fuori quando non riesci a preparare nulla a casa. Non sono dettagli di colore: sono voci fisse che erodono sistematicamente il tuo stipendio netto. Se ti limiti a guardare la riga «totale in busta paga», vedi un numero. Se sommi le uscite legate solo al fatto di raggiungere il posto di lavoro, quel numero cambia faccia.

Prova a fare un esercizio, carta e penna. Quanti chilometri fai ogni giorno per andare e tornare? Moltiplica per i giorni lavorativi del mese. Aggiungi il costo medio di benzina o di un abbonamento ai mezzi. Poi metti in colonna il parcheggio, anche quando è «solo» il gratta e sosta sotto l’ufficio. E infine conta i pranzi fuori: non quelli di rappresentanza, ma i panini e i piatti del giorno presi perché sei troppo stanco per preparare la schiscetta, o perché non hai un attimo di pausa che ti permetta di organizzarti.

Alla fine, ti ritrovi due cifre. La prima è il netto mensile. La seconda è quanto spendi per andare a guadagnarlo. In alcuni casi la percentuale è impressionante: centinaia di euro al mese che servono esclusivamente a rendere possibile il fatto di lavorare. Non parliamo di «extra», ma di costi obbligati. È qui che l’idea di «lavorare ti costa un lavoro» smette di essere una battuta e diventa una riga di bilancio.

Chi ha la fortuna di poter lavorare da casa uno o due giorni a settimana vede subito la differenza. Non solo in termini di tempo recuperato, ma proprio in termini di soldi: un giorno in meno di trasporti, un pranzo in più cucinato a casa, un caffè fatto con la moka invece che al bancone. Sono spostamenti minimi, che però su dodici mesi diventano numeri a due o tre zeri.

Alcune aziende iniziano a riconoscerlo. Spuntano nuove misure dedicate alla mobilità nei piani di welfare: rimborsi parziali per gli abbonamenti ai mezzi pubblici, convenzioni con parcheggi, contributi per chi sceglie la bici o soluzioni condivise. In certi casi, trasformano il venerdì in giorno di lavoro da remoto per ridurre costi e stress. Sono passi avanti reali, ma quasi sempre circoscritti a imprese medio‑grandi, con margini economici e consulenti dedicati.

Chi lavora nelle piccole realtà, nell’indotto o nei servizi continua invece a pagare il prezzo pieno. Spesso con orari spezzati che moltiplicano gli spostamenti: mattina e sera, magari con un buco in mezzo in cui non vale la pena tornare a casa. È il caso di molti addetti al commercio, alla ristorazione, a certi turni nella logistica. La giornata si allunga, il costo sale, lo stipendio netto effettivo si assottiglia.

C’è poi una dimensione di tempo che non compare in nessuna busta paga. Il pendolarismo è un lavoro nel lavoro: ore passate in auto o su un treno affollato, spesso in orari in cui il trasporto pubblico è meno frequente e meno affidabile. Sono ore che non vengono compensate, ma che pesano su sonno, cura dei figli, gestione della casa, salute mentale.

Quando discutiamo di produttività e di salari, questa parte della storia viene quasi sempre ignorata. Ci concentriamo sui numeri macro: crescita, inflazione, potere d’acquisto. Eppure, una politica che prende sul serio la questione del lavoro dovrebbe partire anche da qui: ridurre il costo – economico e di tempo – necessario per svolgere una mansione. A livello pubblico significa investire su trasporti affidabili, collegamenti con le periferie, servizi di prossimità che riducano il bisogno di spostarsi. A livello aziendale significa ripensare orari, turni, possibilità di lavoro ibrido, uso intelligente del welfare per compensare le spese inevitabili.

Se togli i costi per andare a lavorare, quanto resta davvero del tuo stipendio? La risposta non riguarda solo la tua contabilità personale. Parla di come abbiamo organizzato il lavoro in Italia negli ultimi decenni e di quanto siamo disposti a cambiarlo per non costringere le persone a pagare, di tasca propria, il privilegio di avere un impiego.

Mariza Cibele Dardi

Mariza Cibele Dardi

Direttrice de L’Analista. Scrive di economia, mercati finanziari e impatto sociale delle nuove tecnologie.

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Lavoratore immigrato di origine africana impegnato in attività di produzione all'interno di un capannone industriale.

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