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Quando lo Stato ti chiede di fare tutto dallo smartphone

Chi ha uno smartphone recente, una buona connessione e dimestichezza digitale riesce a cavarsela; chi è ai margini rischia di perdersi tra notifiche, schermate poco chiare e aggiornamenti obbligatori.

Quando lo Stato ti chiede di fare tutto dallo smartphone
Photo by Joseph Chan / Unsplash

Per molti, ormai, il primo sportello dello Stato non è più uno sportello. È un’icona sul telefono. Per fare l’ISEE, chiedere un bonus, controllare un pagamento, non si va alla sede Inps, non si fa la fila al Caf: si apre un’app, si cerca una voce di menu nascosta in mezzo alle altre e si spera di ricordare la password giusta.

La scena è sempre più comune. Una persona seduta al tavolo della cucina, lo smartphone in mano, l’ansia di sbagliare un passaggio. Prima lo SPID o la CIE, con l’app che chiede di inquadrare il volto o di inserire un codice. Poi l’accesso a Inps Mobile o a IO: notifiche arretrate, messaggi in burocratese, un elenco di servizi in cui non è immediato capire da dove si comincia. Il tutto mentre magari scorrono altre notifiche, di lavoro o familiari. Una pratica che una volta si faceva davanti a un impiegato ora si fa da soli, a casa, con il telefono che vibra.

Dal punto di vista delle amministrazioni, il ragionamento fila. Centralizzare in poche app la comunicazione con i cittadini riduce i costi, velocizza alcune procedure, permette di tracciare meglio le richieste. Un pagamento che prima richiedeva moduli, sportello, carte fisiche, oggi può viaggiare come una notifica o un messaggio in un’area riservata. Il modello è quello del «cittadino digitale»: meno carta, meno file, più autonomie.

Dal punto di vista di chi usa questi strumenti, però, la giornata si complica. Non basta più «avere diritto» a una prestazione: bisogna sapere che esiste, riconoscere la notifica giusta in mezzo alle altre, ricordarsi di aprire l’app quando serve, saper leggere schermate che non sempre parlano la lingua delle persone. Un cambio di versione del sistema operativo, un telefono che non supporta più gli aggiornamenti, una connessione ballerina possono bastare a trasformare una pratica in un muro.

Il risultato è un welfare che si sposta, pezzo dopo pezzo, dentro lo smartphone. Non è di per sé un male. Può essere un enorme vantaggio per chi vive lontano dagli uffici, per chi lavora con orari rigidi, per chi ha una buona familiarità con gli strumenti digitali. Ma rende ancora più netto il confine tra chi ha tutti i requisiti – dispositivo recente, connessione, competenze – e chi si muove al limite: telefono vecchio, giga contati, paura di sbagliare.

Dentro a queste app, lo Stato chiede al cittadino di diventare un po’ operatore di sé stesso. Compilare moduli, controllare date, interpretare messaggi di errore. Gli sportelli fisici restano, ma spesso come ultima istanza, non come prima scelta. E chi non riesce a districarsi tra SPID, PIN, codici temporanei si ritrova a dipendere da familiari, patronati, amici più smanettoni. La promessa di autonomia digitale rischia di tradursi, per alcuni, in una nuova dipendenza.

C’è anche un tema di fiducia e trasparenza. L’app ti dice che hai una comunicazione importante, ma non sempre è chiaro quanto sia urgente, che cosa succede se non la apri in tempo, come cambiano gli importi se non aggiorni un dato. Prima un errore veniva intercettato (non sempre, ma più spesso) da un essere umano allo sportello. Oggi può scivolare silenzioso in un sistema automatizzato, fino a trasformarsi in un conguaglio inatteso, in un bonus perso, in una richiesta di rimborso.

Per chi progetta queste piattaforme, il compito non è banale. Devono tenere insieme esigenze molto diverse: sicurezza elevata, rispetto delle norme, chiarezza per l’utente finale. Ma la logica con cui sono costruite resta, in molti casi, quella del ministero, non quella della cucina in cui si fanno i conti. Un linguaggio pensato per chi conosce già le sigle e le procedure, pochi test reali con persone che si avvicinano a quell’app solo una o due volte l’anno, quando serve davvero.

La domanda da farsi è meno tecnica di quanto sembri: che cosa significa, per un Paese, spostare una parte decisiva del rapporto tra cittadini e Stato dentro un oggetto che non tutti possiedono nelle stesse condizioni? Non parliamo solo di chi non ha uno smartphone – minoranza, ma non sparita – bensì di chi ha dispositivi al limite, connessioni precarie, poca dimestichezza.

Se l’accesso al welfare, alle agevolazioni, alle comunicazioni fiscali passa sempre di più da lì, il rischio è che il divario digitale non sia più solo una questione di «servizi in più» ma di diritti effettivi. Chi sta dalla parte comoda della frattura potrà gestire tutto in autonomia, magari in pausa pranzo. Chi sta dall’altra dovrà faticare il doppio, o rinunciare.

«Cittadino digitale» non dovrebbe significare «cittadino obbligato a essere bravo con le app». Dovrebbe significare che lo Stato usa il digitale per semplificare, non per scaricare complessità sulle persone. Se il primo contatto con una prestazione non è un volto dietro uno sportello, ma una schermata su uno smartphone, quella schermata è, a tutti gli effetti, la nuova faccia del welfare. Vale la pena chiedersi quanto sia leggibile, accogliente, umana. E chi resta fuori dall’inquadratura.

Mariza Cibelle Dardi

Mariza Cibelle Dardi

Direttrice de L’Analista. Scrive di economia, mercati finanziari e impatto sociale delle nuove tecnologie.

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