Vai al contenuto

Lo shock petrolifero che l'Italia non può permettersi: perché il 2026 rischia di essere peggiore del 1973

Per l'Italia, che importa oltre il 93% del proprio fabbisogno energetico, si profila uno scenario simile (e forse peggiore) alla crisi petrolifera del 1973: inflazione galoppante, perdita di potere d'acquisto delle famiglie e pressioni insostenibili sui bilanci delle imprese manifatturiere.

Sito estrattivo petrolifero in Medio Oriente con torri di trivellazione e infrastrutture industriali al tramonto sotto un cielo rosso.
Photo by Jackson Jost / Unsplash
Pubblicato:
🎧

Testo a cura della redazione. Sintesi audio generata automaticamente. Per dati e citazioni ufficiali fa fede il testo scritto.

Il prezzo del petrolio ha superato i 120 dollari al barile nelle ultime settimane, trascinato dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Per l'Italia, che importa oltre il 93% del proprio fabbisogno energetico, si profila uno scenario simile alla crisi petrolifera del 1973: inflazione galoppante, perdita di potere d'acquisto delle famiglie e pressioni insostenibili sui bilanci delle imprese manifatturiere. Mentre i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali si riuniscono a Washington per gli incontri semestrali del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, la priorità dichiarata è limitare i danni di quello che viene già definito il più grave shock energetico degli ultimi cinquant'anni.

Le istituzioni di Bretton Woods non affrontavano una situazione simile dalla loro fondazione nel 1944. Nemmeno gli anni Settanta, con l'embargo petrolifero arabo e la stagflazione che ne seguì, avevano visto una combinazione così esplosiva: conflitti multipli, catene di approvvigionamento ancora fragili dopo la pandemia, tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, e ora una guerra aperta che coinvolge direttamente lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 21% del petrolio mondiale. Per l'economia italiana, dipendente dalle esportazioni e dalle importazioni energetiche, la tempesta perfetta è già realtà.

Il conto per le famiglie italiane: bollette e carrello della spesa

L'impatto sui consumatori italiani si manifesta su due fronti paralleli. Da un lato, le bollette energetiche tornano a crescere dopo la relativa stabilizzazione del 2024-2025. Dall'altro, l'inflazione dei beni alimentari accelera nuovamente: il trasporto su gomma, che in Italia muove l'80% delle merci, dipende direttamente dal prezzo del diesel, già aumentato del 38% rispetto a gennaio. Le famiglie italiane, che destinano mediamente il 9,2% del proprio reddito disponibile alle spese energetiche dirette e indirette, si trovano schiacciate tra bollette più salate e carrelli della spesa più costosi.

I dati Istat mostrano che l'inflazione generale ha ripreso a salire dopo mesi di moderazione: a marzo si attestava al 3,1%, ma le stime per aprile indicano un possibile 3,8%. Per un nucleo familiare medio, con un reddito annuo di 35.000 euro, significa una perdita di potere d'acquisto stimabile in circa 1.300 euro all'anno rispetto allo scenario pre-crisi. Le categorie più colpite sono i pensionati e i lavoratori a reddito fisso, che non possono negoziare adeguamenti salariali rapidi. Nel frattempo, il governo italiano si trova a dover decidere se reintrodurre misure di sostegno simili ai crediti d'imposta del 2022, con il rischio di appesantire ulteriormente un debito pubblico che viaggia al 137% del PIL.

La manifattura italiana sotto pressione

Le imprese italiane, soprattutto quelle energivore, affrontano una situazione insostenibile. Il settore ceramico, concentrato a Sassuolo, ha già annunciato riduzioni di produzione del 15-20%. Le acciaierie, dalla Lombardia alla Puglia, operano a capacità ridotta. Il settore chimico, che rappresenta il 10% delle esportazioni italiane, vede erodere i margini operativi a ritmi allarmanti. A differenza della Germania, che può contare su maggiori riserve strategiche e su un sistema di stoccaggio del gas più robusto, l'Italia dipende fortemente dalle forniture via gasdotto dall'Algeria e dalla Libia, entrambe vulnerabili a instabilità geopolitiche.

La competitività del Made in Italy si misura anche sui mercati internazionali. Con costi energetici più alti rispetto ai concorrenti asiatici e nordamericani, i produttori italiani rischiano di perdere quote di mercato. Il settore tessile lombardo e veneto, già sotto pressione per la concorrenza cinese, si trova ora a dover assorbire incrementi di costo che oscillano tra il 12% e il 18%. Le PMI, che costituiscono il 92% del tessuto produttivo italiano, non hanno la capacità finanziaria delle grandi corporation di coprire gli shock con riserve o hedging sofisticati. Il risultato è una compressione degli investimenti proprio nel momento in cui l'Europa spinge per la transizione verde e la digitalizzazione.

Washington cerca soluzioni, Roma aspetta

Gli incontri di Washington dovrebbero produrre linee guida coordinate per evitare che ogni paese adotti misure protezionistiche o sussidi distorti della concorrenza. La Banca Centrale Europea, rappresentata da Christine Lagarde, si trova in una posizione delicata: alzare i tassi per contrastare l'inflazione rischierebbe di soffocare una ripresa economica ancora fragile, soprattutto nei paesi mediterranei. Mantenerli bassi, però, significa accettare un'inflazione strutturalmente più alta, con conseguenze devastanti per i risparmiatori e per chi vive di redditi fissi.

Per l'Italia, la partita si gioca anche a Bruxelles. Il governo italiano preme per l'attivazione di clausole di flessibilità nei conti pubblici, giustificate dall'emergenza energetica. La Commissione Europea, tuttavia, mostra cautela: troppi paesi membri invocano eccezioni alle regole fiscali, rischiando di rendere il Patto di Stabilità e Crescita completamente inefficace. Nel frattempo, le famiglie italiane tagliano i consumi discrezionali, le imprese rinviano gli investimenti, e la crescita economica prevista per il 2026, già modesta allo 0,9%, potrebbe essere rivista al ribasso.

La memoria storica degli anni Settanta è ancora viva in Italia: inflazione a due cifre, svalutazione della lira, austerità. Quella crisi durò quasi un decennio e trasformò profondamente il tessuto sociale ed economico del paese. Oggi, con un debito pubblico più alto, una popolazione più anziana e una dipendenza energetica ancora maggiore, l'Italia ha meno margini di manovra rispetto ad allora. La capacità del sistema politico di adottare misure strutturali, non solo emergenziali, determinerà se questa crisi sarà un trauma passeggero o l'inizio di una recessione prolungata.

Le domande de l'Analista

Può l'Italia accelerare la diversificazione energetica senza compromettere la competitività industriale nel breve termine, oppure il paese è destinato a subire passivamente ogni shock proveniente dai mercati internazionali?
In che misura le istituzioni europee saranno disposte a tollerare deficit più alti per sostenere i paesi membri più esposti, o prevarrà la linea del rigore che rischia di amplificare le divergenze economiche tra Nord e Sud Europa?
Mariza Cibelle Dardi

Mariza Cibelle Dardi

Direttrice de L’Analista. Scrive di economia, mercati finanziari e impatto sociale delle nuove tecnologie.

Tutti gli articoli

Altro in Energia

Vedi tutto

Altro da Mariza Cibelle Dardi

Vedi tutto

Da nostri partner