Péter Magyar si prepara a guidare l'Ungheria dopo aver ottenuto una supermajoranza alle elezioni legislative, ponendo fine a quattordici anni di governo di Viktor Orbán. Il cambio alla guida di Budapest rappresenta per Bruxelles l'opportunità di sbloccare novanta miliardi di euro destinati all'Ucraina, congelati proprio dal veto ungherese, e di riportare il Paese nell'alveo dello Stato di diritto europeo.
Per l'Italia, questa transizione ha implicazioni dirette: dal punto di vista economico, perché le imprese italiane presenti in Ungheria potrebbero beneficiare di una maggiore stabilità normativa e di un accesso più agevole ai fondi europei; dal punto di vista politico, perché viene meno il principale alleato di Giorgia Meloni nel Consiglio europeo quando si trattava di negoziare su immigrazione e sovranità nazionale.
Il nodo ucraino e la credibilità finanziaria dell'Unione
Il prestito da novanta miliardi di euro all'Ucraina, concordato dai Ventisette, era rimasto in sospeso a causa della posizione ungherese. Orbán aveva subordinato il via libera a garanzie sulla tutela della minoranza ungherese in Transcarpazia e a una revisione delle sanzioni contro Mosca. Magyar, pur mantenendo una linea conservatrice, ha chiarito di non voler utilizzare la politica estera come strumento di ricatto interno. Il disgelo atteso permetterebbe a Bruxelles di erogare le risorse promesse a Kiev entro l'estate, sostenendo la ricostruzione delle infrastrutture energetiche e il pagamento delle pensioni. Per l'Italia, che ha contribuito con circa dodici miliardi al pacchetto complessivo di aiuti europei all'Ucraina dal 2022, si tratta di un tema di credibilità politica: l'incapacità di mantenere gli impegni finanziari verso un Paese in guerra minerebbe la posizione europea nel G7 e nei confronti degli Stati Uniti.
La questione non riguarda solo l'Ucraina. Il meccanismo di condizionalità sullo Stato di diritto, introdotto nel 2020 e applicato per la prima volta proprio contro l'Ungheria, ha sospeso circa sette miliardi di fondi strutturali destinati a Budapest. L'arrivo di Magyar, che ha fatto della lotta alla corruzione uno dei pilastri della campagna elettorale, potrebbe accelerare la revisione del sistema giudiziario ungherese e delle regole sugli appalti pubblici, condizioni necessarie per lo sblocco delle risorse. Le imprese italiane attive in Ungheria, soprattutto nei settori automotive e agroalimentare, guardano con interesse a una normalizzazione che faciliterebbe la partecipazione ai bandi europei e ridurrebbe i rischi legali legati a una governance opaca.
Lo Stato di diritto come banco di prova della riforma ungherese
La Commissione europea ha indicato tre priorità per l'Ungheria: l'indipendenza della magistratura, la trasparenza nella gestione dei fondi pubblici e la libertà dei media. Sotto Orbán, il Paese ha visto una concentrazione senza precedenti del potere esecutivo, con nomine politiche nei tribunali e un controllo stretto sui principali gruppi editoriali. Magyar dovrà dimostrare rapidamente di voler invertire la rotta. La supermajorità in parlamento gli consente di modificare la Costituzione senza negoziare con l'opposizione, ma lo espone al rischio di riprodurre lo stesso modello autoritario che ha contribuito a sconfiggere. Bruxelles osserverà con attenzione le prime mosse: la nomina di giudici indipendenti alla Corte costituzionale, la revisione della legge sui media e l'apertura di inchieste sulla gestione dei fondi Ue negli ultimi anni.
Per l'Italia, la vicenda ungherese ha un valore simbolico. Il governo Meloni ha finora evitato scontri diretti con Bruxelles sullo Stato di diritto, ma ha difeso Orbán in più occasioni, sostenendo che le regole europee venissero applicate in modo selettivo. Il cambio di regime a Budapest toglie un argomento ai critici della Commissione, ma crea anche un precedente: se l'Ungheria riuscirà a riformarsi rapidamente e a riconquistare la fiducia europea, dimostrerà che il meccanismo di condizionalità funziona. Se invece Magyar deluderà le aspettative, Bruxelles dovrà interrogarsi sull'efficacia degli strumenti di pressione a sua disposizione. In entrambi i casi, l'Italia osserverà da vicino, consapevole che ogni decisione presa su Budapest potrebbe diventare un precedente applicabile anche a Roma, qualora emergessero tensioni su riforme del sistema giudiziario o sulla gestione del PNRR.