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Difendere il tempo dell'infanzia in un sistema che vuole misurare tutto

L’ingresso delle neuroscienze nelle aule ha trasformato la scuola primaria in un «laboratorio di performance». Tra batterie di test e diagnosi precoci, il sistema accelera, dimenticando di tutelare il diritto più prezioso: quello di un’infanzia libera dall’obbligo del risultato.

Bambino di spalle in un'aula scolastica con i compagni seduti ai banchi, simbolo delle sfide del sistema educativo e dell'integrazione sociale nelle scuole.
Photo by Taylor Flowe / Unsplash
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Testo a cura della redazione. Sintesi audio generata automaticamente. Per dati e citazioni ufficiali fa fede il testo scritto.

Nei primi cinque anni di scuola elementare si decide molto più del percorso scolastico di un bambino. Si modella la percezione che avrà di sé stesso come persona capace di apprendere, di reggere la frustrazione, di stare dentro le regole sociali. L'Italia ha un sistema di scuola primaria storicamente orientato all'inclusione e alla gradualità, ma negli ultimi quindici anni si è assistito a una progressiva infiltrazione di modelli prestazionali che provengono da altri contesti educativi, anglosassoni e nordeuropei, dove la valutazione precoce e la competizione sono elementi strutturali. Il risultato è una tensione mai risolta tra due visioni pedagogiche: quella che valorizza il tempo dell’infanzia come momento di esplorazione e quella che punta a certificare competenze misurabili già a sei anni.

I dati INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo) degli ultimi anni mostrano una polarizzazione crescente tra scuole primarie: da un lato istituti in cui i bambini raggiungono livelli elevati in italiano e matematica, dall'altro realtà dove oltre il trenta per cento degli alunni non raggiunge i traguardi minimi. La frammentazione non è solo geografica, ma anche sociale. Le famiglie con maggiori possibilità economiche tendono a scegliere istituti dove si utilizzano metodi ispirati alle neuroscienze cognitive e dove il carico di compiti a casa è significativo. Altre famiglie, spesso per mancanza di alternative, affidano i figli a scuole sotto organico, con edifici fatiscenti e scarsa continuità didattica.

L'influenza delle neuroscienze nella didattica quotidiana

Negli ultimi dieci anni, le neuroscienze hanno conquistato uno spazio rilevante nella formazione degli insegnanti della primaria. Si parla di «funzioni esecutive», di «memoria di lavoro», di «attenzione sostenuta», categorie un tempo estranee al lessico pedagogico italiano. L'idea di fondo è che conoscere i meccanismi cerebrali dell'apprendimento permetta di insegnare meglio. Ma l'applicazione pratica nelle classi è spesso distorta. Si moltiplicano le schede strutturate, gli esercizi pensati per «allenare» specifiche aree cognitive, le batterie di test per individuare precocemente disturbi dell'apprendimento.

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In Italia, secondo i dati del Ministero dell'Istruzione, le certificazioni di Disturbi Specifici dell'Apprendimento (DSA) nella scuola primaria sono aumentate del 40% tra il 2015 e il 2022. Un dato che suggerisce una riflessione: stiamo finalmente vedendo difficoltà che prima erano invisibili o stiamo patologizzando il tempo stesso della crescita?

Non è solo un effetto di maggiore consapevolezza diagnostica: è anche il frutto di un sistema che ha alzato l'asticella delle aspettative. Bambini che un tempo sarebbero stati considerati «lenti» o «distratti» oggi vengono inseriti in percorsi di valutazione neuropsicologica. Il rischio è trasformare la scuola primaria in un laboratorio di performance cognitiva, dove ogni difficoltà viene medicalizzata — ovvero ricondotta a un disturbo clinico anziché a un naturale ritmo di crescita — e ogni differenza interpretata come deficit.

La cultura della performance e il peso sulle famiglie

La pressione non ricade solo sui bambini. Le famiglie italiane vivono la scuola primaria con un'ansia crescente. I genitori sono chiamati a integrare il lavoro scolastico con attività pomeridiane: corsi di potenziamento, doposcuola, ripetizioni private già in terza elementare. Secondo un'indagine Istat del 2021, il 15% delle famiglie con figli nella scuola primaria spende più di 100 euro al mese per supporto scolastico extracurricolare. La percentuale sale al 30% nelle aree urbane del Nord. La scuola pubblica, gratuita sulla carta, diventa di fatto accessibile solo a chi può permettersi di compensare le sue lacune.

Contestualmente si diffonde un modello di genitorialità ipervigilante, dove ogni voto, ogni commento dell'insegnante, ogni compito a casa diventa oggetto di negoziazione. I maestri si trovano a gestire non solo la relazione educativa con i bambini, ma anche quella con adulti che rivendicano un diritto di controllo sul processo didattico.

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Il modello italiano tra resistenze e trasformazioni

Eppure, la scuola primaria italiana conserva elementi di robustezza che altri sistemi europei hanno perso. Il tempo pieno, diffuso soprattutto al Centro-Nord, offre ancora un ambiente educativo stabile, con momenti di gioco, socializzazione e apprendimento non formalizzato.

Gli insegnanti italiani della primaria hanno mediamente una formazione pedagogica più solida rispetto ai colleghi di altri paesi, dove si privilegia la specializzazione disciplinare. La tradizione montessoriana e quella di Mario Lodi continuano a ispirare pratiche didattiche centrate sul bambino, non sul programma.

Tuttavia la pressione verso la standardizzazione è forte. Le prove INVALSI — i test standardizzati usati per misurare i livelli di apprendimento a livello nazionale — hanno spostato l'attenzione verso ciò che è misurabile. Il timore espresso da molti specialisti è che, in questa corsa a ostacoli verso la performance, l’unica cosa che rischiamo di perdere davvero sia il diritto dei bambini di sbagliare, di esplorare e, semplicemente, di crescere.

Le domande de l'Analista

La scuola primaria italiana può ancora permettersi di tutelare i ritmi dell'infanzia a fronte di un contesto europeo orientato alla valutazione precoce, o rischia di formare una generazione meno competitiva in termini di competenze certificate?
La crescente medicalizzazione dei comportamenti infantili è una risposta a bisogni reali o un adattamento obbligato a modelli educativi sempre più rigidi?
Redazione

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La redazione de «L’Analista» racconta economia, diritti e trasformazioni sociali con uno sguardo informato e indipendente. Incrocia dati, politiche pubbliche e storie di chi le vive sulla propria pelle per offrire ai lettori strumenti critici.

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