La Biennale Arte di Venezia apre il 9 maggio senza giuria. I cinque membri si sono dimessi in blocco dopo che la Fondazione ha deciso di riammettere la Russia ai Giardini: una scelta che ha trasformato la più antica rassegna d'arte contemporanea del mondo in un campo di battaglia diplomatico.
L’uscita di scena di Viktor Orbán apre uno spazio politico che l’Unione europea non può permettersi di sprecare. Sul tavolo ci sono i novanta miliardi destinati all’Ucraina e la partita, ancora più delicata, del rientro dell’Ungheria nell’alveo dello Stato di diritto.
L'enfasi politica sulla remigrazione ignora il segnale d'allarme lanciato dal sistema produttivo sulla scarsità di risorse umane. Questa carenza strutturale rappresenta una minaccia diretta alla stabilità finanziaria dello Stato e alla competitività delle filiere manifatturiere d'eccellenza.
Con un'impennata dei prezzi nel carrello che ha raggiunto livelli record in Europa, il "modello Budapest" ha mostrato la sua fragilità: la retorica della sovranità non basta più a riempire i piatti di una classe media che si scopre, improvvisamente, più povera e più sola.
Orbán mobilita Budapest: «Con 3 milioni di voti nemmeno l’inferno ci fermerà. Portate qualcuno con voi». Ma la retorica sfida la matematica: con la fertilità a 1,5 e 150k posti vacanti, l'autarchia demografica vacilla.
La Germania introduce una nuova leva «selettiva» e altri Paesi europei tornano a parlare di coscrizione. I dati italiani e tedeschi mostrano però una mappa del consenso molto più sfumata, soprattutto tra i più giovani.