Un portavoce della Commissione europea ha usato parole calibrate ma inequivocabili: Tirana deve «astenersi da azioni che possano compromettere» il percorso di adesione all'Unione. Al centro della controversia, un progetto immobiliare colossale sulla costa albanese, legato alla società Affinity Partners guidata da Jared Kushner, genero dell'ex presidente americano Donald Trump. Il resort di lusso, destinato a sorgere in una zona di pregio ambientale, solleva dubbi sulla compatibilità con le direttive europee in materia di tutela del territorio e trasparenza amministrativa. Per l'Italia, che dall'Albania è separata da appena settantadue chilometri di Adriatico e che ha investito politicamente nel processo di allargamento dei Balcani occidentali, la questione non è marginale: ogni slittamento nella tabella di marcia albanese si ripercuote sulla stabilità regionale e sulla capacità di Roma di fungere da ponte tra Bruxelles e Tirana.
Il progetto Kushner e le norme ambientali europee
Il resort previsto da Affinity Partners si estenderebbe lungo chilometri di litorale ancora relativamente incontaminato, in un'area che rientra nei parametri di protezione previsti dalla direttiva Habitat e dalla direttiva Uccelli, pilastri della legislazione ambientale comunitaria. L'Albania, pur non essendo ancora membro dell'Unione europea, si è impegnata ad adeguare il proprio quadro normativo agli standard europei come parte del processo negoziale avviato nel luglio del 2022. Le autorità albanesi hanno autorizzato il progetto con procedure accelerate, sollevando interrogativi sulla qualità della valutazione di impatto ambientale e sulla trasparenza degli appalti. Bruxelles non ha citato esplicitamente Kushner, ma il richiamo alla «necessità di rispettare i criteri di Copenhagen» — che includono stabilità istituzionale, stato di diritto e rispetto delle normative europee — suona come un campanello d'allarme. Per l'Italia, che ha promosso l'ingresso albanese anche per rafforzare il proprio ruolo nell'Adriatico e contenere l'influenza cinese e turca nella regione, un passo falso di Tirana rischierebbe di minare anni di diplomazia bilaterale.
L'allargamento balcanico e gli interessi italiani
L'Albania rappresenta per Roma un partner strategico su più fronti: energetico, con il gasdotto Trans Adriatic Pipeline che attraversa il territorio albanese prima di approdare in Puglia; migratorio, con accordi di cooperazione rafforzati negli ultimi anni; economico, con oltre duemila imprese italiane presenti nel paese e investimenti che superano i tre miliardi di euro. Il governo italiano ha più volte ribadito che l'allargamento ai Balcani occidentali non è solo una questione di generosità europea, ma una necessità geopolitica: lasciare la regione in un limbo favorirebbe attori extraeuropei pronti a colmare il vuoto. Tuttavia, la gestione del dossier albanese da parte del premier Edi Rama ha mostrato crepe evidenti. Oltre al caso del resort, permangono criticità nel sistema giudiziario, nella lotta alla corruzione e nella gestione dei fondi pubblici. L'Unione ha aperto trentatré capitoli negoziali, ma i progressi sono irregolari. L'Italia, che ha sostenuto l'apertura dei negoziati anche quando altri Stati membri mostravano scetticismo, si trova ora a dover calibrare il proprio appoggio senza apparire complice di deroghe agli standard comunitari.
Tra pressioni americane e vincoli europei
L'ingresso di un attore come Kushner, con legami diretti alla politica statunitense, complica il quadro. Affinity Partners gestisce fondi per oltre tre miliardi di dollari, con investimenti in Medio Oriente e nei Balcani. Il coinvolgimento in Albania non è casuale: il paese offre vantaggi fiscali, procedure semplificate e un governo disposto a accelerare i tempi per attrarre capitali stranieri. Tuttavia, ciò che può apparire come un'opportunità di sviluppo economico agli occhi di Tirana, rischia di trasformarsi in un ostacolo politico a Bruxelles. La Commissione ha già sospeso in passato i negoziati con altri candidati per violazioni ambientali o democratiche. L'Albania non può permettersi di essere percepita come un paese che sacrifica le regole europee per compiacere investitori potenti. Per l'Italia, il rischio è duplice: da un lato, un rallentamento dell'adesione albanese indebolisce la strategia adriatica di Roma; dall'altro, sostenere Tirana in modo acritico potrebbe esporre il governo italiano a critiche in sede europea, soprattutto da parte di paesi nordici e centrali già diffidenti verso l'allargamento.
Segnali di reazione e margini di correzione
Non mancano, tuttavia, segnali di reazione. Organizzazioni ambientaliste albanesi hanno presentato ricorsi contro il progetto, sostenute da reti europee che monitorano l'applicazione delle direttive comunitarie nei paesi candidati. Alcuni parlamentari dell'opposizione a Tirana hanno chiesto una commissione d'inchiesta sulla trasparenza delle autorizzazioni. A Bruxelles, il Parlamento europeo ha inserito il caso nei rapporti periodici sullo stato di diritto nei Balcani, esercitando una pressione indiretta ma costante. L'Italia, attraverso i canali diplomatici, ha suggerito a Rama di rallentare l'iter autorizzativo e di sottoporre il progetto a una nuova valutazione di impatto, coinvolgendo esperti indipendenti. La partita non è chiusa: se Tirana dimostra di saper correggere la rotta, il danno può essere contenuto. Ma il margine di manovra si assottiglia. L'Unione europea, già sotto pressione per la gestione dell'allargamento e per le tensioni interne tra paesi membri, non può permettersi di abbassare l'asticella degli standard per favorire un candidato. E l'Italia, che ha investito credibilità politica sull'Albania, deve ora vigilare affinché il percorso di adesione non venga compromesso da scelte miopi.
Le domande de L'Analista
Fino a che punto l'Italia può sostenere l'ingresso albanese nell'Unione senza comprometterne la propria credibilità nelle sedi europee, qualora Tirana continui a mostrare debolezze strutturali nello stato di diritto e nella tutela ambientale? E quale equilibrio può trovare Bruxelles tra l'esigenza di mantenere standard elevati per i nuovi membri e la necessità geopolitica di non abbandonare i Balcani occidentali a influenze esterne sempre più aggressive?