Negli ultimi diciotto mesi, il flusso di investimenti cinesi verso l'Italia ha cambiato natura. Non più grandi operazioni su gruppi quotati in Borsa, bensì acquisizioni discrete, spesso sottotraccia, di piccole e medie imprese manifatturiere. Secondo i dati elaborati da InfoCamere per La Repubblica, si registra una «metamorfosi in atto» nel comportamento degli investitori di Pechino, che stanno puntando su aziende non quotate, attive in settori ad alto contenuto tecnologico o in nicchie specialistiche della filiera produttiva italiana. È un cambio di strategia che non fa rumore mediatico, ma ridisegna gli assetti proprietari di segmenti rilevanti del tessuto industriale nazionale.

Per le imprese italiane, questa trasformazione solleva interrogativi immediati. Se negli anni passati le acquisizioni cinesi si concentravano su marchi di lusso o su società di grande visibilità — si pensi ai tentativi su Pirelli o Fincantieri — oggi l'interesse si sposta verso realtà più piccole, meno esposte al controllo pubblico e spesso prive di difese regolatorie adeguate. Parliamo di subfornitori di componentistica meccanica, aziende specializzate in automazione industriale, produttori di macchinari di precisione: realtà che rappresentano l'ossatura della manifattura italiana, ma che raramente dispongono di advisor finanziari o di piani di successione strutturati. L'assenza di una tutela specifica per le PMI, a differenza della golden power applicabile solo ad asset strategici di grandi dimensioni, lascia un vuoto normativo che favorisce operazioni rapide e poco trasparenti.

La strategia delle acquisizioni discrete

Il nuovo approccio cinese si fonda su un principio opposto alla visibilità. Le operazioni vengono condotte attraverso veicoli finanziari spesso registrati in giurisdizioni terze, con pacchetti di minoranza che consentono di entrare nel capitale senza superare le soglie di controllo che attiverebbero verifiche amministrative. In alcuni casi, l'investitore cinese acquista una quota iniziale contenuta, per poi incrementarla progressivamente negli anni successivi. Questa modalità consente di aggirare i radar del governo italiano e di costruire posizioni di rilievo in settori dove l'Italia detiene competenze uniche a livello globale.

Dal punto di vista di Pechino, l'obiettivo è duplice. Da un lato, accedere a tecnologie e know-how che completano le filiere produttive cinesi, soprattutto in ambito di transizione energetica, robotica avanzata e componentistica per l'automotive elettrico. Dall'altro, garantirsi fornitori strategici in Europa, riducendo la dipendenza da catene di approvvigionamento esterne e costruendo basi operative dentro il mercato unico. In sostanza, si tratta di una penetrazione industriale, non solo finanziaria: non interessa il controllo formale dell'azienda, ma l'accesso privilegiato alle sue competenze e ai suoi mercati di sbocco.

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Le fragilità del sistema italiano di fronte al nuovo fronte

L'Italia si trova esposta per ragioni strutturali. Il tessuto produttivo nazionale è composto per oltre il 90% da imprese con meno di cinquanta dipendenti, molte delle quali gestite da imprenditori prossimi al pensionamento e prive di piani di successione generazionale. In assenza di acquirenti domestici o di fondi italiani sufficientemente capitalizzati, l'offerta cinese — spesso generosa sul piano economico e rapida nelle tempistiche — risulta l'unica via percorribile per chi desidera cedere l'attività senza chiuderla. Il paradosso è che aziende perfettamente redditizie, dotate di competenze rare e di relazioni consolidate con clienti europei, finiscono per essere acquisite non per difficoltà economiche, bensì per mancanza di alternative credibili sul mercato interno.

A questo si aggiunge un deficit di monitoraggio. Mentre gli Stati Uniti hanno rafforzato il Committee on Foreign Investment e la Francia ha esteso il perimetro del controllo preventivo anche alle PMI in settori sensibili, l'Italia continua ad applicare la golden power principalmente a operazioni che superano certe soglie di fatturato o che riguardano comparti espressamente indicati dalla normativa. Le transazioni su piccole realtà manifatturiere, anche se operanti in settori ad alta intensità tecnologica, sfuggono al controllo preventivo e vengono registrate solo a posteriori, quando ormai il trasferimento di proprietà è avvenuto.

Le risposte in campo e le traiettorie possibili

Non mancano segnali di reazione. Alcune associazioni di categoria, come Confindustria e CNA, hanno iniziato a promuovere sportelli di consulenza dedicati alla successione d'impresa, con l'obiettivo di creare mercati alternativi per la cessione delle PMI. Parallelamente, si moltiplicano le iniziative di fondi di private equity italiani ed europei orientati alla manifattura, che cercano di intercettare le opportunità prima che vengano rilevate da investitori extraeuropei. Sul piano normativo, il Parlamento ha avviato un dibattito sull'estensione del perimetro della golden power, anche se i tempi legislativi restano incerti e le resistenze politiche non trascurabili.

A livello europeo, la Commissione ha proposto un meccanismo di screening coordinato degli investimenti esteri diretti, che potrebbe rafforzare la capacità degli Stati membri di condividere informazioni e di bloccare operazioni considerate rischiose per la sicurezza economica dell'Unione europea. Tuttavia, l'efficacia di questo strumento dipende dalla volontà politica dei singoli governi di applicarlo con rigore, superando la tradizionale frammentazione delle competenze nazionali in materia di politica industriale. Per l'Italia, ciò significa dover scegliere tra la difesa del proprio patrimonio manifatturiero e l'attrazione di capitali esteri in un momento di scarsità di risorse pubbliche per il sostegno alle imprese.

Le domande de L'Analista

L’Italia ha un’alternativa per salvare le sue PMI, o il ricambio generazionale le spingerà tutte in mani estere? Golden Power sulle PMI: scudo necessario per l'industria o freno agli investimenti esteri?