Negli ultimi anni, mentre il flusso di nuovi investimenti cinesi verso l'Italia si è ridotto — sceso a soli 165 milioni di euro nel 2025, frenato dalla stretta di Pechino sui capitali in uscita e dai filtri europei come la golden power (il potere speciale che consente ai governi di vietare o condizionare l'acquisizione di società ritenute strategiche per la sicurezza nazionale) — la natura della presenza cinese già radicata nel tessuto produttivo italiano è cambiata. Non più grandi operazioni su gruppi quotati in Borsa, ma un consolidamento silenzioso del controllo su piccole e medie imprese manifatturiere non quotate.
Per le imprese italiane, questa trasformazione solleva interrogativi immediati. Se negli anni passati le acquisizioni cinesi si concentravano su marchi di lusso o su società quotate di grande visibilità — l'ingresso di ChemChina in Pirelli nel 2015, con un'operazione da 7,1 miliardi di euro che ne ha fatto il primo azionista, o la conquista di CIFA da parte di Zoomlion nel 2008, allora la più grande acquisizione cinese mai realizzata in Italia — oggi l'interesse si sposta verso realtà più piccole, meno esposte al controllo pubblico e spesso prive di difese regolatorie adeguate.
Parliamo di subfornitori di componentistica meccanica, aziende specializzate in automazione industriale, produttori di macchinari di precisione: realtà che rappresentano l'ossatura della manifattura italiana, ma che raramente dispongono di advisor finanziari o di piani di successione strutturati. L'assenza di una tutela specifica per le PMI, a differenza della golden power applicabile solo ad asset strategici di grandi dimensioni — il D.P.C.M. n. 179 del 2020 fissa la soglia a un fatturato annuo non inferiore a 300 milioni di euro e almeno 250 dipendenti, salvo eccezioni nel settore energetico — lascia un vuoto normativo che favorisce operazioni rapide e poco trasparenti.
La strategia delle acquisizioni discrete
Gli analisti del settore descrivono un nuovo approccio cinese fondato su un principio opposto alla visibilità. Le operazioni verrebbero condotte, secondo questa lettura, attraverso veicoli finanziari spesso registrati in giurisdizioni terze, con pacchetti di minoranza che consentono di entrare nel capitale senza superare le soglie di controllo che attiverebbero verifiche amministrative. In alcuni casi, l'investitore cinese acquisterebbe una quota iniziale contenuta, per poi incrementarla progressivamente negli anni successivi — una modalità che, se confermata, consentirebbe di aggirare i radar del governo italiano e di costruire posizioni di rilievo in settori dove l'Italia detiene competenze uniche a livello globale.
Dal punto di vista di Pechino, l'obiettivo è duplice. Da un lato, accedere a tecnologie e know-how che completano le filiere produttive cinesi, soprattutto in ambito di transizione energetica, robotica avanzata e componentistica per l'automotive elettrico. Dall'altro, garantirsi fornitori strategici in Europa, riducendo la dipendenza da catene di approvvigionamento esterne e costruendo basi operative dentro il mercato unico. In sostanza, si tratta di una penetrazione industriale, non solo finanziaria: non interessa il controllo formale dell'azienda, ma l'accesso privilegiato alle sue competenze e ai suoi mercati di sbocco.
Le fragilità del sistema italiano di fronte al nuovo fronte
L'Italia si trova esposta per ragioni strutturali. Il tessuto produttivo nazionale è composto per oltre il 90% da imprese con meno di cinquanta dipendenti, molte delle quali gestite da imprenditori prossimi al pensionamento e prive di piani di successione generazionale. In assenza di acquirenti domestici o di fondi italiani sufficientemente capitalizzati, l'offerta cinese — spesso generosa sul piano economico e rapida nelle tempistiche — risulta l'unica via percorribile per chi desidera cedere l'attività senza chiuderla. Il paradosso è che aziende perfettamente redditizie, dotate di competenze rare e di relazioni consolidate con clienti europei, finiscono per essere acquisite non per difficoltà economiche, bensì per mancanza di alternative credibili sul mercato interno.
A questo si aggiunge un deficit di monitoraggio. Mentre gli Stati Uniti hanno rafforzato il Committee on Foreign Investment e la Francia ha esteso il perimetro del controllo preventivo anche alle PMI in settori sensibili — con le richieste di autorizzazione salite da 272 nel 2023 a 384 nel 2025 — l'Italia continua ad applicare la golden power principalmente a operazioni che superano certe soglie di fatturato o che riguardano comparti espressamente indicati dalla normativa. Le transazioni su piccole realtà manifatturiere, anche se operanti in settori ad alta intensità tecnologica, sfuggono al controllo preventivo e vengono registrate solo a posteriori, quando ormai il trasferimento di proprietà è avvenuto.
Le risposte in campo e le traiettorie possibili
Non mancano segnali di reazione. Confindustria Giovani Imprenditori ha lanciato a marzo 2026 il progetto nazionale GenerAZIONI, un roadshow dedicato al passaggio generazionale nelle imprese familiari che affronta le dimensioni legale, fiscale ed economica della successione d'impresa. Parallelamente, si moltiplicano le iniziative di fondi di private equity italiani ed europei orientati alla manifattura, che cercano di intercettare le opportunità prima che vengano rilevate da investitori extraeuropei.
Sul piano normativo, un'estensione della golden power alle PMI resta per ora solo un'ipotesi discussa in sede tecnica — un dossier del Senato l'ha inclusa tra le opzioni di riforma possibili — mentre il dibattito parlamentare concretamente in corso nel 2026 si è mosso nella direzione opposta: la conversione del decreto-legge 175/2025 ha ridimensionato l'ambito di applicazione della golden power nel settore finanziario, per rispondere ai rilievi di una procedura d'infrazione della Commissione europea. La Legge annuale sulle PMI, in vigore dal 7 aprile 2026, affronta il tema del ricambio generazionale con misure di sostegno come il part-time incentivato, ma non introduce alcuna tutela specifica contro le acquisizioni estere.
A livello europeo, il nuovo regolamento sullo screening degli investimenti esteri diretti è già stato approvato — dal Parlamento europeo il 19 maggio 2026 e dal Consiglio l'8 giugno 2026 — e rafforzerà la capacità degli Stati membri di condividere informazioni e di bloccare operazioni considerate rischiose per la sicurezza economica dell'Unione europea. Le regole sostanziali, tuttavia, si applicheranno solo a partire dal 2028, diciotto mesi dopo l'entrata in vigore: un orizzonte che lascia scoperto l'intero periodo attuale. L'efficacia dello strumento dipenderà inoltre dalla volontà politica dei singoli governi di applicarlo con rigore, superando la tradizionale frammentazione delle competenze nazionali in materia di politica industriale. Per l'Italia, ciò significa dover scegliere tra la difesa del proprio patrimonio manifatturiero e l'attrazione di capitali esteri in un momento di scarsità di risorse pubbliche per il sostegno alle imprese.
Le domande de L'Analista
L'Italia ha un'alternativa per salvare le sue PMI, o il ricambio generazionale le spingerà tutte in mani estere? Golden Power sulle PMI: scudo necessario per l'industria o freno agli investimenti esteri?