Sei persone sono finite nel registro degli indagati per la morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento di polizia a Bologna. Tra loro agenti delle forze dell'ordine e operatori sanitari. Il procuratore capo Guido ha chiarito che gli accertamenti non si limiteranno alle immagini del video circolato nei giorni scorsi, ma ricostruiranno «l'intero sviluppo dei fatti». La famiglia, rappresentata dall'avvocato Fabio Anselmo, chiede che le indagini non siano condotte dalla stessa polizia coinvolta. Sullo sfondo, una questione giuridica che complica l'intera vicenda: lo scudo penale per le forze dell'ordine, introdotto per tutelare gli agenti nell'esercizio delle funzioni, rischia di limitare la portata delle responsabilità individuali.

Dinamica dei fatti

Nel pomeriggio di domenica 19 luglio, in via Svevo al quartiere Pilastro di Bologna, il 43enne Abderrahim Fakir — titolare di un'azienda di traslochi, residente in città con la moglie — si trovava in evidente stato di alterazione e agitazione psicofisica. Su segnalazione dei residenti, allarmati dai colpi sferrati contro auto e saracinesche, sono intervenuti la Polizia di Stato e i sanitari del 118.

Per contenere l'uomo, gli agenti avrebbero inizialmente utilizzato uno spray urticante per poi procedere al placcaggio e all'immobilizzazione a terra in posizione prona.

Un video girato da un residente e diffuso sul web mostra la fase di fermo: l'uomo è bloccato a terra a faccia in giù; un agente gli applica pressione sulla parte superiore del corpo e sul viso, un altro gli lega i polsi, mentre un privato cittadino gli trattiene le gambe. Nel filmato si sente Fakir urlare "Aiuto, basta!" fino a quando, dopo alcuni minuti, smette di gridare e di muoversi. I soccorritori giunti sul posto non hanno potuto far altro che constatarne il decesso.

Lo scudo penale e i limiti dell'accertamento giudiziario

Lo scudo penale per le forze dell'ordine, previsto dalla legge n. 46 del 2020, stabilisce che l'uso della forza da parte di agenti in servizio non costituisce reato se proporzionato alla minaccia affrontata. La norma, modificata più volte negli anni successivi, introduce un filtro procedurale che rende più complesso contestare condotte durante operazioni di ordine pubblico o arresti. In teoria, protegge chi agisce in situazioni di emergenza. Nella pratica, sposta l'onere della prova: non basta dimostrare che la forza usata ha causato un danno, occorre provare che fosse manifestamente eccessiva rispetto al contesto operativo.

Nel caso di Fakir, la dinamica ricostruita dagli inquirenti dovrà tenere conto non solo del momento dell'intervento ripreso dal video, ma anche di ciò che lo ha preceduto e seguito. Il procuratore Guido ha sottolineato la necessità di un'analisi complessiva, una scelta che riflette la consapevolezza del vincolo normativo. L'iscrizione nel registro degli indagati, infatti, non implica automaticamente un rinvio a giudizio: serve a garantire il diritto di difesa e a formalizzare gli accertamenti, ma in presenza dello scudo penale la strada verso un'eventuale condanna si allunga. Per i familiari di Fakir, rappresentati dall'avvocato Anselmo, il rischio è che l'inchiesta si areni su questioni procedurali, trasformando un fatto grave in un caso archiviato per insufficienza di prove.

L'urgenza di un organo slegato dalle forze dell'ordine

La richiesta della famiglia di evitare che sia la polizia a condurre le indagini su se stessa tocca un nervo scoperto del sistema italiano. In molti Paesi europei, dalla Francia alla Germania, esistono organismi indipendenti incaricati di investigare su episodi di violenza o morti durante interventi delle forze dell'ordine. In Italia, invece, le indagini restano in capo alla magistratura ordinaria, che si avvale della polizia giudiziaria, spesso costituita dagli stessi corpi coinvolti negli eventi sotto scrutinio. La Costituzione assegna alla magistratura la direzione delle indagini, ma nei fatti la dipendenza funzionale dalle forze di polizia crea una frizione istituzionale.

Non si tratta di mettere in discussione la professionalità degli inquirenti, ma di riconoscere che l'assenza di un organismo terzo mina la percezione di imparzialità. In altri contesti europei, le commissioni indipendenti non solo indagano, ma rendono pubblici i rapporti, contribuendo a costruire un dibattito informato. In Italia, invece, molti casi simili si chiudono con archiviazioni o sentenze di assoluzione che lasciano un vuoto narrativo: le famiglie delle vittime non ottengono risposte, l'opinione pubblica perde fiducia nelle istituzioni, le forze dell'ordine vengono percepite come un corpo separato dal resto della società.

Perché la mancanza di un archivio pubblico sui decessi in custodia è un problema di Stato

Secondo la mappatura realizzata dal giornalista Luigi Mastrodonato, in Italia si contano almeno 67 decessi avvenuti durante fermi e operazioni delle forze dell'ordine dal 2000 a oggi, una cifra che l'autore stesso definisce «un numero enorme in confronto alle poche storie diventate di dominio pubblico», come quelle di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi. Non esiste un archivio ufficiale che consenta di isolare con precisione i casi compresi tra il 2018 e il 2025, né un conteggio verificabile delle sentenze definitive di condanna: l'Italia resta infatti tra i pochi paesi europei a non pubblicare dati istituzionali su questi decessi, nonostante le richieste delle Nazioni Unite. Ciò che i procedimenti giudiziari noti confermano è però una tendenza reale verso l'archiviazione o l'assoluzione, spesso motivata dalla difficoltà di dimostrare il nesso causale tra l'intervento degli agenti e il decesso, o dalla configurazione dell'uso della forza come legittima difesa: nel caso Ferrulli, morto a Milano nel 2011 durante un fermo, la stessa procura aveva escluso l'intenzione di uccidere, riconoscendo che il decesso fosse legato a un preesistente scompenso cardiaco dell'uomo.

Il confronto con altri Paesi europei è istruttivo: in Francia, il Défenseur des droits pubblica ogni anno un rapporto sulle violenze delle forze dell'ordine, con dati disaggregati e raccomandazioni al governo. In Germania, il controllo sull'uso della forza è affidato a una commissione parlamentare permanente del Bundestag, nata per monitorare l'operato degli agenti e promuovere riforme.

In Italia, manca un sistema di monitoraggio nazionale standardizzato. I dati sono frammentari, spesso raccolti da associazioni o testate giornalistiche, non da un'autorità pubblica. Questa opacità rende difficile costruire politiche pubbliche basate su evidenze. Per le imprese italiane che operano nella sicurezza privata, il tema è altrettanto rilevante: l'assenza di standard chiari sull'uso della forza espone a rischi legali e reputazionali, in un mercato europeo sempre più attento alla compliance normativa. Per i lavoratori del settore, dalla polizia locale alle guardie giurate, la mancanza di formazione continua su protocolli di de-escalation rappresenta un rischio professionale e personale.

Le domande de L'Analista

L'Italia è pronta a discutere l'istituzione di un organismo indipendente per le indagini su episodi di violenza durante interventi delle forze dell'ordine, o continuerà a delegare tutto alla magistratura ordinaria con i limiti strutturali che ne derivano? E in che modo lo scudo penale, pensato per proteggere chi opera in prima linea, può essere riformato per non trasformarsi in uno strumento che ostacola l'accertamento della verità, senza però privare gli agenti delle tutele necessarie a svolgere il proprio lavoro?