Sei persone sono finite nel registro delle annotazioni preliminari per la morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento di polizia a Bologna. Non si tratta, tecnicamente, di un'iscrizione nel registro degli indagati: la distinzione, tutt'altro che formale, è al centro di una vicenda che sta già ridisegnando i confini della responsabilità delle forze dell'ordine in Italia.
Fakir, 42 anni, titolare di un'impresa di facchinaggio e in Italia con un permesso di soggiorno regolare, è morto nel primo pomeriggio di domenica 19 luglio 2026 in via Svevo, nel quartiere Pilastro, al culmine di un prolungato intervento di contenimento da parte di due agenti della polizia di Stato e di quattro operatori sanitari — due della Croce Rossa e due dell'automedica del 118 — intervenuti per una crisi psichiatrica in atto, secondo la ricostruzione di Bologna Today e del Corriere della Sera. L'avvocata Barbara Spinelli, che assiste la famiglia sul fronte dei diritti dei migranti, ha inoltre smentito le voci circolate nei primi giorni su presunti precedenti penali gravi: a suo dire Fakir aveva soltanto precedenti per stupefacenti e per un'evasione dai domiciliari risalenti al 2012, e il permesso di soggiorno, temporaneamente revocato, era già stato reintegrato da un provvedimento del giudice, risultando dunque pienamente regolare al momento dei fatti, come racconta Il Fatto Quotidiano.
Sulle circostanze esatte del decesso indaga la procura di Bologna, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo affidato ai pm Domenico Ambrosino e Francesca Arienti, coordinati dal procuratore capo Paolo Guido. È stata disposta l'autopsia e sono stati acquisiti i filmati delle bodycam degli agenti insieme a diverse decine di video girati da testimoni, che la procura sta ora cercando di ricostruire in una sequenza cronologicamente coerente, riferisce sempre Bologna Today.
Perché nessuno è (ancora) indagato
Il cuore della vicenda giuridica è l'applicazione del cosiddetto modello 45-bis, il nuovo registro delle « annotazioni preliminari » introdotto dal decreto Sicurezza (decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2026, n. 54). La norma ha inserito nell'articolo 335 del codice di procedura penale il comma 1-bis.1, in base al quale, quando «appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione», il pubblico ministero non iscrive subito il nome della persona nel registro degli indagati, ma procede a un'annotazione preliminare in un modello separato — appunto il modello 45-bis, istituito con decreto ministeriale del 22 aprile 2026, secondo quanto chiarito dalla circolare del ministero della Giustizia del 7 maggio 2026 e dal testo dello stesso decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
Non si tratta di un'impunità automatica, né — va precisato — di una misura pensata esclusivamente per le forze dell'ordine. Nella versione iniziale del decreto lo scudo era riservato a chi indossa una divisa; è stato poi esteso a tutti i cittadini dopo l'intervento del Quirinale. Sergio Mattarella esercitò infatti, come racconta Globalist, una moral suasion puntigliosa prima della firma del decreto, chiarendo che una tutela riservata a una sola categoria avrebbe rischiato di violare il principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione; il governo scelse dunque di estendere la norma a chiunque agisca in presenza di scriminanti comuni come la legittima difesa (art. 52 c.p.), l'adempimento di un dovere (art. 51 c.p.) o lo stato di necessità (art. 54 c.p.), come confermano anche il Corriere della Sera e il portale giuridico Altalex.
Espressione inglese — «persuasione morale» — che indica la pressione informale e non vincolante esercitata da un'autorità istituzionale, priva di poteri coercitivi diretti, per orientare una decisione politica o normativa. Nel caso del decreto Sicurezza, la moral suasion del Quirinale ha spinto il governo a estendere lo scudo penale a tutti i cittadini, e non solo alle forze dell'ordine.
L'annotazione preliminare garantisce alla persona coinvolta le stesse tutele difensive di chi è formalmente indagato, ma consente al pm tempi di verifica più stretti: se non servono ulteriori accertamenti, la richiesta di archiviazione va presentata entro 30 giorni dall'annotazione; se invece si rendono necessari approfondimenti, il pubblico ministero ha fino a 120 giorni per svolgerli, cui possono aggiungersi altri 30 giorni per la decisione finale — per un termine massimo complessivo di 150 giorni, come specificano sia il Corriere della Sera sia il portale specialistico Diritto.it. Se dagli accertamenti emergono elementi di reato, si procede comunque all'iscrizione ordinaria nel registro degli indagati, con i termini di indagine che decorrono retroattivamente dalla data dell'annotazione preliminare, in base al nuovo articolo 335-quinquies c.p.p.
Una precisazione tecnica, sollevata da diversi commentatori giuridici, riguarda la differenza tra « scudo processuale » e vero e proprio « scudo penale »: quest'ultimo, in senso stretto, esiste solo per i medici, per i quali il decreto limita la responsabilità in caso di colpa lieve quando abbiano seguito le linee guida cliniche. Per tutti gli altri casi — compreso quello degli agenti coinvolti nel caso Fakir — si tratta più propriamente di uno scudo procedurale, che rinvia nel tempo l'iscrizione formale senza escludere in alcun modo l'accertamento penale, come sottolinea ancora il Corriere della Sera.
Diverse fonti, tra cui lo stesso comunicato della procura ripreso da Bologna Today e dal Corriere della Sera, hanno definito il caso Fakir la prima applicazione dello scudo in un procedimento legato a un decesso durante un intervento delle forze dell'ordine. Va però segnalato che non è la prima applicazione in assoluto della norma: RaiNews ha documentato un caso precedente a Teramo, agli inizi di luglio, riguardante un carabiniere coinvolto in un incidente stradale con uno scooter, per il quale la sostituta procuratrice Elisabetta Labanti aveva già applicato lo stesso meccanismo. Bologna resta comunque il primo caso a raggiungere una risonanza nazionale, complice la gravità dell'esito.
La richiesta di Anselmo e la risposta della procura
Fabio Anselmo, l'avvocato che ha già seguito le famiglie di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi e che ora assiste i familiari di Fakir, ha chiesto che le indagini vengano affidate a un corpo di polizia giudiziaria diverso da quello a cui appartengono gli agenti coinvolti. «Ho accettato l'incarico [...] Ma le indagini sull'attuale vicenda, come la Cedu richiede, andrebbero fatte da un corpo autonomo e non dallo stesso a cui appartengono le persone coinvolte», ha dichiarato secondo Dire.it. Il riferimento alla Corte europea dei diritti dell'uomo non è generico: riguarda il caso Magherini, per il quale l'Italia è già stata condannata dalla Cedu per non aver garantito indagini sufficientemente indipendenti su un decesso avvenuto durante un fermo di polizia.
Il 29 luglio la procura di Bologna ha però respinto la richiesta di trasferire l'indagine, assicurando che «la terzietà delle indagini è garantita dal lavoro di un pool di magistrati» che coordina la Squadra mobile, secondo quanto riportato da Bologna Today. Nei giorni precedenti i pm avevano sentito come persone informate sui fatti i familiari di Fakir — il fratello Mohamed, la sorella Khadija e la nipote Yossra — oltre ai due agenti e ai quattro operatori sanitari coinvolti, tutti iscritti nel registro 45-bis. Anselmo ha risposto in tono conciliante: «Mi fido dei magistrati», ha dichiarato sempre secondo la stessa fonte, lasciando intendere che la vicenda, almeno per ora, non sfocerà in un contenzioso aperto sulla titolarità delle indagini.
Il precedente Ferrulli e il nodo del controllo indipendente
Il richiamo storico più immediato resta quello di Michele Ferrulli, morto a Milano il 30 giugno 2011 in via Varsavia dopo un intervento di contenimento della polizia, per un attacco ipertensivo acuto legato a una preesistente condizione di ipertensione. Nel 2014 la Corte d'Assise di Milano assolse i quattro agenti coinvolti «perché il fatto non sussiste», respingendo la richiesta di sette anni per omicidio preterintenzionale avanzata dal pm Gaetano Ruta, come ricostruisce Il Fatto Quotidiano. L'assoluzione fu confermata in appello il 23 maggio 2016, secondo Il Manifesto, e definitivamente dalla Cassazione il 2 ottobre 2020, come commentato da Amnesty International Italia.
Il caso Ferrulli, insieme a quelli di Cucchi e Aldrovandi, alimenta da anni un dibattito sulla mancanza in Italia di un organismo terzo e indipendente per le indagini su morti e violenze legate a interventi delle forze dell'ordine. Il tema ha una dimensione comparativa precisa. In Francia, il Défenseur des droits — autorità amministrativa indipendente istituita nel 2011 e prevista dalla Costituzione — può aprire d'ufficio inchieste su decessi legati a interventi di polizia: lo ha fatto, per esempio, nel caso di un uomo morto nel gennaio 2020 dopo un controllo stradale, concludendo lo scorso 1° aprile che gli agenti avevano commesso « manquements graves » ai propri doveri deontologici, secondo la decisione ufficiale pubblicata dal Défenseur des droits. In Germania, dal marzo 2024 il Bundestag ha istituito la figura del commissario parlamentare per la polizia federale (Polizeibeauftragter des Bundes), organo ausiliario del Parlamento con il compito di individuare e indagare su eventuali disfunzioni strutturali e casi di condotta scorretta delle forze di polizia federali, come descrivono i materiali ufficiali del Bundestag.
L'Italia non dispone di un organismo equivalente. Ed è anche uno dei pochi paesi europei a non pubblicare dati istituzionali sui decessi avvenuti durante fermi e operazioni delle forze dell'ordine, nonostante gli appelli delle Nazioni Unite risalenti già al 1991 e ribaditi nel 2023, secondo la ricostruzione del giornalista Luigi Mastrodonato pubblicata su Domani e ripresa da VDnews. Mastrodonato ha mappato, incrociando notizie di cronaca, vicende giudiziarie e mobilitazioni, circa 67 decessi avvenuti dal 2000 a oggi durante fermi e operazioni di polizia — un numero che lo stesso autore definisce sottostimato, perché riferito soltanto ai casi che hanno avuto risonanza mediatica, ed esclude volutamente il capitolo, altrettanto ampio, dei decessi sospetti in carcere. Una parte consistente delle vittime mappate è di origine straniera, un dato che secondo Mastrodonato riporta all'attenzione il tema, già segnalato a livello internazionale, della profilazione razziale nell'attività delle forze dell'ordine italiane. Un'indagine europea condotta dall'organizzazione spagnola Civio, citata dallo stesso Mastrodonato, ha censito invece 488 decessi legati a custodia o operazioni di polizia in tredici paesi europei tra il 2020 e il 2022 — con la Francia in testa, 107 casi nello stesso periodo — mentre l'Italia rientra tra i paesi che non hanno condiviso i propri dati.