A Carrara, il 5 agosto mattina, un operaio di 44 anni è morto schiacciato da alcune lastre di marmo nello stabilimento della ditta Santucci, in via Provinciale Avenza. L'allarme è scattato alle 8:18. All'arrivo dell'automedica, del mezzo infermieristico e dell'ambulanza della Pubblica assistenza il lavoratore era già deceduto. Gli operatori della prevenzione dell'Asl Toscana nord ovest hanno avviato gli accertamenti per ricostruire la dinamica e verificare il rispetto delle norme di sicurezza.

Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil di Lucca e Massa Carrara hanno proclamato otto ore di sciopero per il 6 agosto in tutto il distretto apuo-versiliese. Nel comunicato congiunto le sigle parlano di «escalation dei gravi infortuni» che «non si ferma» e invocano un confronto urgente tra datori, lavoratori, rappresentanze sindacali, istituzioni e Azienda sanitaria. Le criticità indicate: organizzazione del lavoro, ritmi produttivi «spesso troppo elevati», la sovrapposizione di mansioni sul medesimo addetto, l'esposizione alle nuove condizioni climatiche.

Massa Carrara nella mappa nera della Toscana

Il dato che colpisce riguarda l'incidenza. Secondo le rilevazioni dell'Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, nel 2025 la provincia di Massa Carrara ha registrato un indice di incidenza degli infortuni mortali in occasione di lavoro pari a 49,5 per milione di occupati, contro una media regionale di 30,0 e una media nazionale di 33,3. Un anno prima l'indice provinciale era 38,1: la crescita è del 30% circa. Gli infortuni mortali sul lavoro nella sola Massa Carrara sono passati da 3 nel 2024 a 4 nel 2025 (dato in occasione di lavoro), a 6 se si aggiungono quelli in itinere. Il tributo del comparto lapideo si inserisce in una serie storica lunga: la ricostruzione della Nazione sui dati Asl aveva contato nove morti nelle cave di Carrara nel decennio 2005-2015, con nomi che il territorio ricorda — Lurand Llanaj, Nicola Mazzucchelli, Lucio Cappè, Enrico Mauceri.

Il marmo di Carrara resta un asset industriale rilevante. Il II Rapporto dell'Osservatorio del Marmo, presentato il 14 gennaio 2026 dall'Istituto Studi e Ricerche insieme al Comune, alla Camera di commercio della Toscana Nord-Ovest e al Consorzio Zona Industriale Apuana, restituisce il profilo aggiornato del distretto. Nel 2024 Massa-Carrara ha riconquistato la leadership nazionale nell'export di materiali lapidei lavorati, con il 31,1% del valore esportato dall'Italia, superando il distretto di Verona-Padova-Vicenza. Il marmo lavorato esportato vale 418 milioni di euro (+12% sul 2023), l'export complessivo provinciale — comprensivo del grezzo — supera i 623 milioni. Nel 2024 i blocchi estratti sono stati poco più di 600mila tonnellate.

Gli addetti diretti del settore lapideo al 2023 sono 4.243, di cui 2.809 a Carrara (66%), 1.124 a Massa e 156 a Montignoso: +48 sull'anno precedente, ma -484 sul 2010, secondo il dettaglio pubblicato da Brand Carrara sui numeri del Rapporto. Le imprese del comparto sono 1.046, con una dimensione media di 4 addetti per unità locale (7 nel solo comparto estrattivo). Gli addetti si distribuiscono fra estrazione (789), taglio-modellatura-finitura (1.364), tecnologie e abrasivi (543) e commercio (1.546). Il valore della produzione della filiera lapidea provinciale è di 1,4 miliardi di euro, in calo del 7% sul 2022; le micro-imprese pesano per il 15% del valore prodotto, le piccole per il 36%, le medio-grandi per il 49%. Il distretto è dunque redditizio, cresce sull'export, ma è insieme frammentato: la sua struttura rende più difficile uniformare procedure, formazione e manutenzione lungo l'intera catena degli appalti.

La proprietà pubblica del marmo e la leva delle concessioni

C'è un elemento che rende Carrara peculiare rispetto ad altri distretti estrattivi: gli agri marmiferi appartengono al Comune. Le cave insistono su beni demaniali, non su terreni privati, e la concessione è lo strumento con cui il pubblico affida a un'impresa l'attività estrattiva. Le Sezioni Unite della Cassazione, con le ordinanze 3178 e 3179 depositate il 16 dicembre 2025 e pubblicate il 12 febbraio 2026, hanno chiuso una lunga contesa affermando che «è escluso il godimento perpetuo, la concessione è necessariamente temporanea».

Il pronunciamento apre una prospettiva: se le concessioni sono temporanee e rimesse alla discrezionalità amministrativa, gli obblighi in materia di sicurezza, tracciabilità e qualità dei processi possono essere inseriti come requisiti sostanziali per il rilascio e il rinnovo. Il Comune di Carrara ha già pubblicato il tariffario 2025-2028 per le 80 cave attive, con canoni differenziati per qualità del materiale e contributo di estrazione pari al 10% del valore medio di mercato (La Nazione). La stessa architettura può ospitare clausole di premialità o di esclusione per chi non rispetta gli standard.

Il quadro normativo esiste, l'applicazione è il nodo

L'Italia dispone del Testo Unico sulla Salute e Sicurezza (D.Lgs. 81/2008), che impone valutazione dei rischi, formazione, dispositivi di protezione e verifiche periodiche sugli impianti. Nel settore estrattivo vigono protocolli specifici per la movimentazione dei carichi. La distanza fra norma e prassi — denunciata dai sindacati e ricorrente nella cronaca del distretto — chiama in causa la capacità ispettiva del territorio, la trasparenza dei controlli e la standardizzazione dei processi lungo l'intera catena degli appalti. Nel settore estrattivo italiano, l'analisi INAIL sul quinquennio 2015-2019 registrava 2.008 infortuni denunciati, di cui l'88% accertato positivamente: la quota è molto più alta del 66,3% dell'intera gestione Industria e servizi, indice della gravità intrinseca delle dinamiche in cava.

Alcune imprese del distretto hanno introdotto sistemi di sollevamento con sensori di peso e arresto automatico, audit interni e formazione periodica per i nuovi assunti. Sono passi che vanno nella direzione giusta, ma restano volontari e diseguali fra le imprese leader e la lunga coda di piccole realtà subfornitrici. La domanda operativa è come trasferire quegli standard alla parte bassa della filiera, dove i margini sono più sottili e la pressione produttiva più alta.

Le domande de L'Analista

Come si trasforma la sicurezza da costo percepito a fattore competitivo, in un distretto dove il 15% del valore della produzione arriva da micro-imprese e il 36% da piccole aziende? La leva delle concessioni pubbliche — resa più incisiva dalla sentenza della Cassazione — può diventare lo strumento per legare il diritto di estrarre al rispetto verificabile di standard di sicurezza, tracciabilità delle manovre critiche e formazione certificata? E come si dà continuità al tavolo permanente che i sindacati chiedono, evitando che le task force restino annunciate ma mai costituite?