C'è un uomo, in Camerun, che si chiama Charly e fa il pittore. È stato intercettato al largo della Tunisia mentre tentava di raggiungere Lampedusa, riportato a forza a Sfax, legato e picchiato per dieci ore su un autobus senza cibo né acqua. Poi venduto a banditi libici per 150 dinari, «meno del prezzo di una capra», come ha raccontato lui stesso ai ricercatori che ne hanno raccolto la testimonianza, pubblicata da L'Unità. C'è una donna, Ivanna, ventisei anni, arrestata in un raid notturno a El Jem e consegnata a uomini armati nel deserto in cambio di soldi versati «in una borsa» alla polizia tunisina. C'è Aïssa, ventidue anni, della Guinea Conakry, che ha visto morire due amiche in una prigione libica prima di riuscire a farsi liberare pagando un riscatto. Sono i nomi dietro ai numeri che l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni pubblica ogni sei mesi, ed è da qui che vale la pena partire prima di guardare le statistiche.

Perché i numeri, da soli, raccontano una storia rassicurante, ma la realtà tutt'altro. Secondo quanto riportato dall'ANSA, tra gennaio e giugno 2026 l'OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha assistito 3.295 migranti attraverso il programma di rimpatrio volontario dalla Tunisia verso l'Africa subsahariana, la maggioranza diretti verso Guinea (26%), Costa d'Avorio (19%) e Camerun (9%).

Secondo il cruscotto del Ministero dell'Interno ripreso da Portale Migranti, gli sbarchi in Italia sono calati del 41% nel primo quadrimestre 2026 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Sul fronte dei rimpatri, la deputata di Fratelli d'Italia Sara Kelany ha rivendicato un rapporto tra rimpatri e arrivi salito al 35%, contro il 10% dell'intero 2025 — un confronto che lo stesso portale segnala come difficile da standardizzare, perché le metodologie di calcolo e i periodi di riferimento variano da una rilevazione all'altra.

Fratelli d'Italia ne ha fatto un vanto elettorale: la deputata Sara Kelany ha dichiarato, in un'intervista raccolta da La Voce del Patriota, «basta con la mangiatoia dell'immigrazione», rivendicando un calo degli sbarchi dell'80% rispetto al 2023, mentre a livello europeo l'eurodeputato di FdI Alessandro Ciriani ha salutato, come riferisce l'ANSA, l'accordo sul nuovo regolamento europeo sui rimpatri come la conferma che «la linea indicata da Meloni» è ormai quella scelta da Bruxelles.

Il problema è cosa succede nello spazio, spesso invisibile, tra il blocco e il rimpatrio. Un'indagine del collettivo di ricerca internazionale RRX, presentata al Parlamento europeo lo scorso aprile con il sostegno dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione e dell'agenzia Border Forensics, e raccontata in dettaglio da Eunews, parla senza mezzi termini di «tratta di Stato»: gli apparati di sicurezza tunisini, secondo il rapporto, intercettano i migranti, li trasportano al confine con la Libia e li cedono a gruppi armati e milizie in cambio di denaro, carburante o droga. Il documento stima che tra giugno 2023 e dicembre 2025 circa 7.400 persone siano state vittime di questo meccanismo, una cifra che gli stessi autori definiscono sottostimata. All'eurodeputata Ilaria Salis, che ha promosso la presentazione del rapporto insieme a Cecilia Strada e Leoluca Orlando, non è sembrata una serie di episodi isolati, ma «un sistema di traffico di esseri umani»: «Dopo questa pubblicazione», ha detto, «nessuno potrà dire di non sapere».

Sul versante libico, la zona grigia tra criminalità organizzata e apparati statali ha un nome e un fascicolo giudiziario aperto in Italia. Come ha ricostruito Avvenire, la Procura di Agrigento indaga da anni su Abdurahman al-Milad, noto come «Bija», ufficiale della cosiddetta guardia costiera libica, e su suo cugino Osama al-Kuni, che gestisce il centro di detenzione di Zawiyah: secondo gli inquirenti, entrambi fanno capo al clan al-Nasr, che controlla, oltre al traffico di persone, anche il contrabbando di petrolio, armi e droga verso la Sicilia e i Balcani. Il procuratore capo di Agrigento, Salvatore Vella, ha spiegato in un'intervista sempre ad Avvenire che le partenze dalla Tunisia risultano oggi gestite da organizzazioni criminali locali, con «procacciatori» che reclutano migranti tra le proprie comunità d'origine, pur precisando che non esistono ancora prove certe di un coordinamento diretto tra le reti tunisine e quelle libiche.

È qui che si apre la domanda politica più scomoda, ed è bene porla come tale: una domanda, non un verdetto. I governi europei, Italia in testa, hanno costruito la propria strategia di controllo delle frontiere proprio sul rafforzamento di quegli stessi apparati tunisini e libici che il rapporto RRX accusa di alimentare la tratta. Il Memorandum d'intesa tra Ue e Tunisia, firmato nel luglio 2023 da Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni e Mark Rutte insieme al presidente tunisino Kaïs Saïed, prevedeva pacchetti di finanziamento per oltre 700 milioni di euro complessivi, inclusi 105 milioni destinati specificamente alla gestione della migrazione, come ha ricostruito Euronews nella cronaca del successivo braccio di ferro sui fondi. Gli stessi eurodeputati che hanno presentato il rapporto sulla tratta di Stato sostengono che quei finanziamenti abbiano incentivato pratiche di intercettazione e arresti arbitrari, prima fase di una catena poi sfociata nella compravendita di esseri umani. Le forze di governo italiane ed europee, dal canto loro, non hanno mai riconosciuto un nesso di causalità tra i fondi versati e gli abusi documentati, e rivendicano piuttosto la riduzione degli sbarchi come una vittoria umanitaria, perché significherebbe meno morti nel Mediterraneo. Restano due narrazioni che non si parlano: chi vede nel calo degli sbarchi la prova che il modello funziona, e chi vede nello stesso calo la prova che il costo è stato semplicemente spostato altrove, in un deserto o in una prigione libica, fuori dallo sguardo delle telecamere europee.

Sul piano economico, la logica del contenimento resta comunque solida sulla carta: per l'Unione europea e gli Stati membri, ogni persona rimpatriata attraverso i canali OIM evita costi di accoglienza e procedura d'asilo stimati mediamente tra i 12 e i 18mila euro nel primo anno, a fronte di una spesa per il rimpatrio assistito compresa tra 1.500 e 2.500 euro a persona. È un calcolo che spiega perché Roma abbia scelto di investire pesantemente nella cooperazione con Tunisi, con pacchetti che, sommando le diverse voci del Memorandum, superano ampiamente i 100 milioni di euro, pur sapendo, dai rapporti delle organizzazioni umanitarie e dalle inchieste della magistratura italiana, che una parte di quei fondi finisce per rafforzare apparati coinvolti, secondo le accuse documentate, in pratiche di respingimento violento e vendita di persone.

Resta poi il nodo strutturale che nessun rimpatrio, per quanto ben finanziato, riesce a sciogliere: la pressione demografica ed economica di paesi come Guinea, Costa d'Avorio e Camerun, dove la disoccupazione giovanile supera il 30% e le economie in crescita non generano occupazione sufficiente per le nuove generazioni. Senza investimenti strutturali nella reintegrazione, che l'esperienza degli ultimi anni mostra insufficienti non appena si esauriscono i fondi iniziali, molti tra i rimpatriati tentano nuovamente la partenza, spesso proprio lungo le stesse rotte in cui operano le reti già documentate dal rapporto RRX e dalla Procura di Agrigento. Il rischio, per l'Europa, non è soltanto quello di una crisi umanitaria che a un certo punto diventerà troppo visibile per essere ignorata. È quello di aver costruito la propria politica migratoria su una base che, più la si osserva da vicino, meno assomiglia a un argine, e più assomiglia a un mercato.