Trentacinque «eventi critici» in appena una ventina di giorni, saliti poi a 42 in poco più di un mese: atti di autolesionismo e tentativi di impiccagione. Il Centro di permanenza per il rimpatrio di Gjadër, costruito dall'Italia in Albania con un investimento di oltre 133 milioni di euro, racconta una storia diversa da quella narrata dal governo Meloni.
L'inchiesta della rivista Altreconomia — basata sui documenti interni ottenuti dalla cooperativa Medihospes, incluso il «registro degli eventi critici» — mostra una media allarmante di due episodi e mezzo di sofferenza al giorno tra le persone transitate dalla struttura a partire dall'11 aprile 2025. Tutti fatti registrati dagli operatori del centro stesso.
Il paradosso sta proprio qui. Mentre Roma e Bruxelles guardano al «modello Albania» come esempio da replicare, i numeri raccontano un fallimento su più fronti. Solo il 25% delle persone transitate nei CPR italiani viene effettivamente rimpatriato: la percentuale più bassa degli ultimi anni, nonostante l'aumento delle strutture e delle risorse destinate alla detenzione amministrativa. Eppure il governo ha stanziato altri 2 miliardi per nuovi centri, magistrati e gratuito patrocinio. Una macchina che si autoalimenta senza produrre risultati, se non quello di trasformare persone prive di documenti in detenuti senza processo.
source: Emergency
Il buco nero della trasparenza
I centri per migranti di Shëngjin e Gjadër nascono sulla base del protocollo di collaborazione siglato a Roma il 6 novembre 2023 dalla presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, e dal primo ministro albanese, Edi Rama. L'intesa strategica tra i due Paesi ha previsto la costruzione e la gestione da parte dell'Italia di due strutture dedicate alle procedure di frontiera e al trattenimento dei migranti in territorio albanese.
Valutare l'efficacia del progetto albanese è pressoché impossibile. Il Ministero dell'Interno non pubblica dati aggiornati sul numero di migranti transitati nei centri di Shëngjin e Gjadër. La pagina dedicata sul sito ministeriale, come evidenziato da Pagella Politica, risulta ferma al 5 aprile 2024.
I «cruscotti statistici giornalieri» — che pure forniscono dettagli sugli sbarchi, sulle nazionalità, persino sui minori non accompagnati — ignorano completamente l'esistenza del CPR albanese. Il centro di Gjadër ad oggi non compare nemmeno nell'elenco dei CPR italiani, dove manca anche quello di Milano, riaperto nel 2020.
L'unico dato ufficiale disponibile proviene dal garante nazionale delle persone private della libertà personale: al 10 ottobre 2025, 192 persone erano transitate dai centri albanesi, 56 delle quali rimpatriate. Poi il silenzio. La delegazione di Fratelli d'Italia che ha visitato le strutture ad aprile ha parlato di 536 persone e di «procedure concluse con rimpatri forzati». Ma senza dati verificabili, resta un'affermazione politica priva di riscontro. Per l'Italia, paese che ambisce a esportare un modello di gestione dei flussi migratori, l'ambiguità informativa, più che un dettaglio tecnico, sembra essere una scelta.

Isolamento estremo e sicurezza inadeguata
Le condizioni detentive a Gjadër presentano specificità che lo distinguono dai CPR italiani, senza peraltro essere migliori. L'europarlamentare del Partito Democratico Cecilia Strada e l'avvocata Anna Pellegrino dell'ASGI, che hanno visitato il centro tra il 26 e il 27 aprile, descrivono celle con letti a castello, tavoli inchiodati al pavimento e sprinkler antincendio facilmente raggiungibili: una configurazione che facilita, anziché prevenire, i tentativi di suicidio. In un ambiente dove la fragilità psicologica è la norma, non l'eccezione, simili scelte progettuali sollevano interrogativi.
Ma è l'isolamento a rendere Gjadër particolarmente duro. Niente cellulari, niente pacchi con vestiti o cibo, colloqui sporadici con avvocati italiani costretti a viaggiare all'estero. Non esistono sale comuni. Manca persino un conto corrente per acquistare beni di prima necessità. «Sei totalmente tagliato fuori dal mondo», ha spiegato Strada. Alcune persone trasferite dai CPR o dalle carceri italiane non sapevano nemmeno dove stessero andando. Tra i 25 detenuti attuali c'è chi ha vissuto regolarmente in Italia per anni, lavorando e pagando tasse, fino a perdere i documenti dopo essere stato sfruttato in nero. La linea tra legalità e irregolarità è sottile, spesso arbitraria.
Un sistema che non serve ai rimpatri
La domanda che attraversa l'intero dibattito è semplice: a chi serve tutto questo? I dati dimostrano che i rimpatri non hanno bisogno dei CPR. Possono avvenire — e avvengono — anche senza detenzione amministrativa. Anzi, l'aumento delle strutture detentive non ha coinciso con un incremento dei rimpatri effettivi, ma solo con un aumento dei costi e delle violazioni documentate. Il Tavolo Asilo e Immigrazione, principale coalizione di organizzazioni impegnate nella protezione internazionale, ha pubblicato a gennaio 2026 un rapporto che analizza i dieci CPR presenti in Italia: tutti mostrano gravi problemi, condizioni detentive pessime e sistematiche violazioni dei diritti umani.
Il governo ha tentato per mesi di utilizzare Gjadër secondo il progetto originale, trasferendo persone intercettate in mare in attesa della valutazione dell'asilo. Non è riuscito: le decisioni dei giudici hanno impedito il trattenimento. A marzo 2025 un decreto-legge ha ampliato la platea, includendo anche chi si trovava già nei CPR italiani, aggirando così l'ostacolo giudiziario. Il risultato è un ibrido: un centro nato con un'ambizione geopolitica, ridotto a funzione di CPR tradizionale, ma con caratteristiche peggiori. E con una spesa che continuerà a lievitare.
