Ogni anno migliaia di famiglie italiane accompagnano i figli verso atenei stranieri con qualcosa di più di una valigia e un contratto di affitto temporaneo: c'è un appartamento acquistato nelle zone universitarie di Londra, New York, Boston o Amsterdam. Al 1° gennaio 2025, oltre 6,4 milioni di italiani risultano iscritti all'AIRE, l'Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero (Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2025), e il flusso di giovani verso gli atenei anglofoni ne costituisce uno dei segmenti più dinamici. Una strategia che trasforma il percorso formativo in un'operazione di tutela patrimoniale, in cui l'investimento immobiliare accompagna — e talvolta sostituisce — la pianificazione previdenziale tradizionale.
Sono famiglie con patrimoni superiori ai 500.000 euro, spesso imprenditori del Nord-Est o professionisti milanesi e romani, che preferiscono acquistare un bilocale a Bloomsbury o a Brooklyn piuttosto che versare quattro o cinque anni di affitti a fondo perduto. Il calcolo è semplice: un canone mensile di 1.800-2.500 sterline a Londra, moltiplicato per 48 mesi, supera abbondantemente i 100.000 euro. Con una somma analoga, o poco superiore, si può acquistare un piccolo immobile che, al termine degli studi, diventa rendita o liquidità recuperabile. In alcuni casi, una camera viene affittata a compagni di corso, riducendo ulteriormente l'esposizione finanziaria della famiglia.
Il doppio binario: formazione internazionale e protezione dal cambio
L'acquisto immobiliare all'estero per finalità di studio risponde a una doppia esigenza. Da un lato, accompagna la scelta crescente di mandare i figli fuori dall'Italia: secondo il Rapporto AlmaLaurea 2025, circa il 10-11% dei laureati italiani in materie STEM risulta occupato all'estero entro un anno dal titolo, con la maggioranza che dichiara di non voler rientrare (AlmaLaurea, Rapporto 2025 sulla condizione occupazionale). Dall'altro, rappresenta una forma di diversificazione valutaria e geografica del patrimonio familiare, in un contesto in cui la fiducia nel sistema previdenziale pubblico erode le alternative domestiche.
Le città più ambite combinano eccellenza universitaria e liquidità del mercato immobiliare: Londra, nonostante la Brexit, resta la prima scelta per chi punta su Imperial College, LSE o King's College. New York attrae per Columbia e NYU, Boston per MIT e Harvard. Anche Amsterdam e Berlino registrano interesse crescente, soprattutto per i corsi erogati in inglese e per costi di accesso inferiori rispetto alle metropoli anglosassoni. In tutti i casi, l'acquisto avviene in quartieri ad alta densità studentesca, dove la domanda abitativa garantisce tenuta dei valori anche nelle fasi di mercato incerto.
La mappa degli acquisti: chi compra, dove e con quali strumenti
Secondo gli intermediari specializzati in real estate internazionale, il ticket medio di acquisto per una famiglia italiana si aggira tra i 150.000 e i 350.000 euro, con punte fino a 500.000 per immobili in zone centrali di Londra o Manhattan. L'operazione viene spesso finanziata con liquidità già disponibile, oppure attraverso mutui ipotecari contratti direttamente nel paese di destinazione.
Non si tratta solo di grandi patrimoni. Anche famiglie della media borghesia professionale, con redditi tra i 70.000 e i 120.000 euro annui, accedono a questo modello, talvolta vendendo una seconda casa in Italia o liquidando investimenti finanziari. La motivazione principale resta la formazione dei figli, ma emerge con chiarezza una seconda componente: la volontà di costruire un ponte patrimoniale verso l'estero, in previsione di una carriera internazionale o di una migrazione definitiva del nucleo familiare.
Il fenomeno intercetta le dinamiche del mercato del lavoro giovanile italiano. Il tasso di disoccupazione nella fascia 15-24 anni si è attestato al 19,3% ad agosto 2025 (Istat, Occupati e disoccupati, dati provvisori agosto 2025), in calo rispetto ai picchi post-pandemia ma ancora tra i più elevati nell'area OCSE, dove la media si ferma attorno al 15% (OCSE, Education at a Glance 2024). Per molte famiglie, l'acquisto immobiliare all'estero non è solo un investimento: è una polizza contro il rischio che i figli non trovino collocazione adeguata in Italia.
Le ricadute sul mercato italiano e le nuove disuguaglianze
La strategia patrimoniale ha conseguenze dirette sul mercato immobiliare domestico: sottrae liquidità che potrebbe essere investita in Italia e accentua il divario tra famiglie che possono permettersi di globalizzare i propri figli e quelle che, pur con aspirazioni analoghe, non dispongono delle risorse per farlo.
Il fenomeno solleva interrogativi sulla capacità del sistema universitario italiano di competere sul piano dell'attrattività internazionale. L'Italia conta il 22% di laureati nella popolazione adulta, contro una media OCSE del 42% (OCSE, Education at a Glance 2025, country note Italia): un divario strutturale che rende ancora più acuta la perdita dei profili più qualificati verso l'estero. Il risultato è un mercato immobiliare studentesco interno debole, con scarsa dinamicità nei quartieri universitari di Bologna, Padova o Milano, dove la domanda potrebbe invece sostenere un segmento di investimento diffuso.
Alcune banche italiane hanno avviato prodotti dedicati all'acquisto immobiliare all'estero per finalità di studio, mentre piattaforme digitali specializzate facilitano l'incontro tra domanda italiana e offerta internazionale, con servizi di gestione a distanza dell'immobile. Un mercato ancora di nicchia, ma in espansione.
Le domande de L'Analista
In che misura la propensione delle famiglie italiane a investire all'estero per accompagnare i figli negli studi riflette una sfiducia strutturale nel sistema formativo e lavorativo nazionale, e quali politiche potrebbero invertire il flusso di capitale umano e finanziario verso l'estero?
Quale impatto avrà, nel medio periodo, l'accumulo di patrimoni immobiliari delle famiglie italiane nelle metropoli globali sulla composizione geografica della ricchezza nazionale e sulla capacità di risposta del mercato interno alla domanda abitativa?