Entro il 2035, i vecchi cavi in rame che portano Internet e telefonia nelle case europee dovranno essere spenti. Lo stabilisce il Digital Networks Act (DNA), la proposta di regolamento europeo sulle telecomunicazioni presentata dalla Commissione il 21 gennaio 2026 e attualmente in fase di negoziazione tra Parlamento europeo e Consiglio dell'UE. A differenza di una direttiva, che ogni Stato deve recepire con una legge nazionale, un regolamento entra in vigore direttamente in tutta l'Unione, senza passaggi intermedi. L'obiettivo dichiarato è spingere la transizione alla fibra ottica. Ma un parere legale commissionato da Connect Europe, l'associazione che riunisce i principali operatori di rete del continente, avverte che il piano potrebbe essere illegittimo. Secondo l'analisi del professor Roberto Mastroianni, ordinario di Diritto dell'Unione europea all'Università Federico II di Napoli ed ex giudice presso la Corte di Giustizia dell'UE, imporre per legge la data di spegnimento di infrastrutture private viola i trattati europei: è come obbligare qualcuno a demolire un edificio di sua proprietà senza risarcirlo.
Per l'Italia il problema è concreto. Secondo l'Osservatorio sulle Comunicazioni 4/2025 di AGCOM, circa 2,5 milioni di linee fisse — meno del 12% del totale — si appoggiano ancora al rame puro, soprattutto nelle aree interne dove stendere la fibra ottica non conviene economicamente. TIM gestisce la maggioranza di questi cavi attraverso la cosiddetta rete secondaria, quella che dall'armadio stradale arriva fino all'abitazione. Gli operatori hanno pagato per anni i diritti di accesso a queste infrastrutture e ne hanno sostenuto la manutenzione. Se Bruxelles ne impone la chiusura senza prevedere indennizzi, si configura quello che i giuristi chiamano «esproprio indiretto» — una misura che i trattati europei ammettono solo quando c'è un interesse pubblico prevalente, la misura è proporzionata e viene riconosciuto un risarcimento.
La fibra non arriva ovunque
La rete in fibra ottica cresce, ma non copre ancora tutto il Paese. Secondo la Broadband Map AGCOM aggiornata al IV trimestre 2025, la fibra FTTH — quella che arriva direttamente in casa — è disponibile per il 77,19% delle famiglie italiane, e il 93,21% dei comuni ha almeno un'abitazione servita. Il problema è che disponibile non significa connesso: l'Osservatorio AGCOM 4/2025 certifica che a settembre 2025 solo il 32,9% delle linee fisse attive usava la fibra pura, mentre molti utenti si connettono ancora attraverso un tratto finale in rame. In Basilicata, Molise e nelle zone montane di Piemonte e Calabria ci sono frazioni dove l'unica connessione disponibile è la vecchia linea telefonica in rame, usata anche per telemedicina, didattica a distanza e comunicazioni d'emergenza. Stabilire per legge quando quella linea deve essere spenta non è armonizzare il mercato europeo: è prendere una decisione industriale al posto degli operatori.
Il parere legale rileva che il DNA non prevede tutele per i territori dove il mercato non funziona, zone in cui nessun operatore privato investe perché i costi superano i ricavi. In queste aree spetta allo Stato coprire il divario con fondi pubblici, ma i cantieri vanno a rilento. In Italia il Piano Banda Ultra Larga 2 ha accumulato ritardi nella fase di appalto e in diverse regioni i lavori non inizieranno prima del 2027. Pensare di completare la copertura e spostare tutti gli utenti sulla fibra entro otto anni appare fuori portata, considerate le difficoltà burocratiche locali e la mancanza di tecnici specializzati.
Diritto europeo contro imposizioni tecnologiche
Al problema operativo si sovrappone quello normativo. La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea tutela la proprietà privata all'articolo 17 e la libertà d'impresa all'articolo 16, ammettendo limitazioni solo se ricorre un motivo di interesse generale, la misura è proporzionata e viene pagato un indennizzo. Gli operatori sostengono che nessuna di queste condizioni sia soddisfatta: il DNA imporrebbe lo spegnimento senza risarcire chi ha investito in quelle reti.
La Commissione ha fondato il DNA sulla competenza di armonizzazione del mercato interno, l'articolo 114 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione europea. La misura, sostiene Bruxelles, è necessaria per raggiungere gli obiettivi di connettività fissati dall'agenda europea Digital Decade. Ma è proprio qui che il parere Mastroianni affonda il coltello: quell'articolo del Trattato autorizza l'intervento europeo per eliminare ostacoli al mercato unico, non per dettare scelte tecnologiche agli operatori. Dire a un'azienda quando deve spegnere i propri impianti non è armonizzazione: è una decisione industriale presa al posto suo da Bruxelles. Se la Corte di Giustizia accogliesse questa lettura, l'intero impianto del DNA potrebbe essere annullato, con conseguenze che andrebbero ben oltre il solo capitolo del rame.
Il precedente della televisione analogica aiuta a capire la differenza. Lo switch-off televisivo in Italia, completato tra il 2008 e il 2012, richiese anni di preparazione, campagne informative, decoder sussidiati e un coordinamento tra Governo, Regioni e operatori. Anche allora c'erano zone montane mal coperte dal digitale terrestre, e furono necessari ripetitori aggiuntivi. Ma i tempi furono concordati con tutti gli attori coinvolti. Il DNA sceglie invece la strada opposta: una scadenza fissa, uguale per tutti, senza negoziato.
Contenziosi a catena e ricadute sui consumatori
Se i giudici nazionali o la Corte di Giustizia dessero ragione a Connect Europe, le conseguenze sarebbero serie. Gli operatori potrebbero chiedere risarcimenti miliardari agli Stati che hanno applicato la norma europea. I Governi si troverebbero stretti tra l'obbligo di rispettare il DNA e il rischio di violare i diritti di chi ha investito nelle reti, innescando una crisi di fiducia nel sistema legislativo comunitario.
Il caso spagnolo offre un argomento che si ritorce contro l'impostazione di Bruxelles. Telefónica ha completato lo switch-off della propria rete in rame il 27 maggio 2025, al termine di un processo avviato nel 2014 e condotto in modo volontario sotto la supervisione della CNMC, l'autorità regolatoria nazionale. Il percorso non fu lineare — le scadenze furono riviste più volte — ma il traguardo fu raggiunto grazie alla negoziazione continua tra azienda, regolatore e Governo, non a un mandato calato dall'alto. È esattamente il modello che il DNA rischia di rendere impossibile, sostituendo la trattativa con un termine perentorio uniforme per tutti e ventisette gli Stati membri, indipendentemente dal loro grado di maturità infrastrutturale.
In Italia, AGCOM ha avvertito che qualsiasi piano di switch-off deve essere concordato con l'Autorità e subordinato alla disponibilità di alternative equivalenti o superiori. La rigidità temporale prevista da Bruxelles mal si concilia con questa cautela, generando tensioni tra livello europeo e nazionale che potrebbero rallentare, paradossalmente, proprio la transizione che il DNA dichiara di voler accelerare.