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Le sigarette elettroniche producono rifiuti tossici che nessuna normativa europea sa ancora classificare

Ogni anno decine di milioni di sigarette elettroniche monouso finiscono nelle discariche europee — o per strada. Dentro ci sono batterie al litio, plastica, residui di nicotina: un concentrato di materiali difficili da smaltire.

donna al balcone che fuma sigaretta elettronica
Photo by Romain B / Unsplash
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Le sigarette elettroniche producono rifiuti tossici
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Secondo la Commissione europea, nel 2024 le spedizioni quotidiane di prodotti a basso costo verso l'UE hanno toccato quota 12 milioni, raddoppiando rispetto all'anno precedente. Tra questi pacchi ci sono sempre più sigarette elettroniche, che per il 90% provengono dalla Cina, secondo il Fraunhofer Institute. Tutto ciò sta creando un enorme problema ambientale: questi dispositivi generano una montagna di rifiuti complessi — batterie al litio, circuiti stampati, plastica e liquidi aromatizzati — che ad oggi nessuna direttiva europea riesce a gestire in modo chiaro e organico.

Il passaggio dal mozzicone tradizionale a questo oggetto ibrido non ha ridotto l'impatto ambientale del fumo, lo ha moltiplicato. Mentre il filtro di cellulosa impiegava anni a degradarsi, ora si aggiunge la complessità dello smaltimento di componenti elettronici che contengono metalli preziosi e sostanze tossiche.

La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica che si chiuderà a luglio 2026 per valutare l'estensione della direttiva sui prodotti da tabacco ai dispositivi elettronici monouso. Francia e Germania hanno già introdotto divieti parziali: Parigi ha vietato la vendita dei puff dal gennaio 2025. Berlino ha introdotto, nell'ambito della riforma del Batteriegesetz, la legge federale sulle batterie entrata in vigore nel 2023, l'obbligo per i punti vendita di ritirare gratuitamente i dispositivi elettronici esauriti, inclusi quelli da svapo, indipendentemente dall'acquisto di un nuovo prodotto.

L'Italia invece procede per frammentazione amministrativa. Alcune regioni hanno avviato campagne di raccolta differenziata presso i tabaccai, ma manca una normativa nazionale che obblighi i produttori a finanziare il recupero. Il risultato è che i comuni italiani affrontano da soli i costi di uno smaltimento specializzato, mentre tonnellate di litio recuperabile finiscono negli inceneritori.

Il prezzo ambientale dello "svapo"

Le sigarette elettroniche sono state promosse come strumento di riduzione del danno per i fumatori. Gli studi dell'Istituto superiore di sanità confermano che il vapore contiene meno sostanze cancerogene rispetto al fumo combusto. Ma il passaggio al monouso ha ribaltato l'equazione: un dispositivo ricaricabile può durare mesi, un puff si esaurisce in duecento aspirazioni e viene gettato.

Nel solo Regno Unito, secondo Material Focus, nel 2023 venivano gettate circa cinque milioni di sigarette elettroniche usa e getta ogni settimana — quasi quattro volte le 1,3 milioni stimate l'anno precedente. Il litio disperso su base annua sarebbe sufficiente a produrre le batterie di oltre 1.200 auto elettriche. In Italia, dove mancano statistiche pubbliche dedicate, il 46% degli utilizzatori dichiara di smaltire i dispositivi nell'indifferenziato, fuori da qualsiasi filiera RAEE, secondo uno studio pubblicato su Sustainability e ripreso da L'Indipendente. Sul fronte normativo europeo, il Parlamento europeo ha sollevato il tema già nel 2023 con un'interrogazione alla Commissione sull'impatto ambientale dei dispositivi monouso, senza che seguisse ancora una risposta regolatoria organica.

Il problema tocca direttamente l'industria italiana. Le aziende nazionali del riciclo di batterie, concentrate soprattutto in Lombardia e Piemonte, potrebbero recuperare cobalto e nichel dai puff, ma la filiera non è organizzata. Erion WEEE, il principale consorzio italiano per la gestione dei rifiuti elettronici, segnala che l'Italia raccoglie oggi circa 6 kg di RAEE per abitante contro i 12 richiesti dagli obiettivi europei — la metà del necessario. I dispositivi da svapo, non ancora censiti in una categoria separata, rientrano in quella fascia di piccoli elettronici la cui raccolta differenziata resta la più difficile da intercettare.

La maggioranza finisce nell'indifferenziato o dispersa nell'ambiente. I comuni costieri segnalano ritrovamenti crescenti di puff sulle spiagge: oggetti colorati, spesso scambiati per giocattoli dai bambini, che rilasciano nichel e plastica quando si degradano a contatto con acqua salata e sole.

Prodotto in Cina, smaltito in Italia

La Cina produce oltre il novanta per cento dei puff venduti in Europa, molti attraverso piattaforme di e-commerce che non rispettano gli obblighi di etichettatura ambientale. Bruxelles ha proposto di includere i dispositivi monouso nel registro europeo dei produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche, obbligandoli a contribuire economicamente allo smaltimento. Ma la resistenza delle lobby è forte: i margini sul monouso sono tali che le aziende preferiscono pagare eventuali multe piuttosto che ristrutturare il modello di vendita.

Nel frattempo, alcune città italiane stanno sperimentando contenitori dedicati presso farmacie e tabaccai. Milano ha attivato venti punti di raccolta nel 2025, Bologna quindici. I dati preliminari mostrano che quando il conferimento è semplice, i tassi di recupero raggiungono il venticinque per cento. Ma servono incentivi economici: in Belgio, chi restituisce cinque puff riceve uno sconto sul successivo acquisto di dispositivi ricaricabili. Un meccanismo che sposta la domanda verso prodotti più durevoli senza vietare tout court.

Dalla monouso al modulare, se Bruxelles lo impone

L'industria europea del tabacco riscaldato, in cui l'Italia ha competenze manifatturiere storiche, potrebbe riconvertire parte della produzione verso sistemi modulari. Philip Morris International, che ha stabilimenti in Emilia-Romagna, ha annunciato investimenti in dispositivi con batterie sostituibili. British American Tobacco sta testando programmi di restituzione con rimborso parziale. Sono segnali che il mercato inizia a rispondere, ma la spinta regolatoria resta debole. La proposta di direttiva che la Commissione dovrebbe presentare a settembre 2026 potrebbe imporre standard minimi di durabilità, rendendo illegale la vendita di dispositivi con autonomia inferiore a un certo numero di cicli di ricarica.

L'esperienza delle batterie per auto elettriche insegna che l'obbligo di recupero funziona se accompagnato da penali severe e da un sistema di tracciabilità. Applicare lo stesso schema ai puff significherebbe identificare ogni dispositivo con un codice univoco, registrare il punto vendita e sanzionare chi non garantisce il ritiro. Una complessità gestionale notevole, ma tecnicamente già risolta in altri settori.

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