Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.
Le esportazioni cinesi crescono oltre le previsioni nel primo trimestre 2026, nonostante la nuova ondata di dazi statunitensi e il conflitto in Iran che sta ridisegnando le rotte energetiche globali. I dati doganali di Pechino mostrano un aumento del 7,2% su base annua delle vendite all'estero, con una sorpresa: le esportazioni verso gli Stati Uniti segnano un +4,8%, mentre quelle verso l'Unione Europea balzano del 12,3%. Per le imprese italiane, già sotto pressione per la concorrenza asiatica nei settori strategici, il messaggio è chiaro: la Cina non arretra, redistribuisce.
Tra febbraio e aprile, Washington ha sferrato un colpo durissimo all’interscambio con la Cina, inasprendo i dazi su settori strategici come acciaio, alluminio, semiconduttori e veicoli elettrici, fino a spingere l’aliquota media oltre il 28%. Tuttavia, Pechino non ha reagito arretrando, ma ha messo in campo una sofisticata strategia di diversificazione per neutralizzare l'attacco americano. Da un lato, le imprese cinesi hanno sfruttato la finestra temporale prima dell'entrata in vigore delle barriere per accelerare massicciamente le spedizioni, una pratica nota come front-loading che permette di saturare il mercato americano con scorte a basso costo. Dall'altro, hanno iniziato a spostare quote sempre più consistenti della produzione verso paesi terzi come Vietnam, Messico e Marocco. Grazie a questo spostamento, molti prodotti di origine cinese riescono a entrare negli Stati Uniti con etichette intermedie, aggirando nei fatti i dazi nominali imposti dal governo statunitense.
In netto contrasto con la fermezza di Washington, l'Unione europea appare ancora priva di una strategia difensiva efficace. Sebbene si discuta da mesi su come rispondere all’eccessiva capacità produttiva cinese che minaccia i mercati globali, i ventisette Stati membri restano profondamente spaccati. La "diga" europea non riesce a prendere forma perché il blocco è diviso tra le nazioni che invocano una protezione immediata per le industrie locali e quelle che, temendo pesanti ritorsioni commerciali da parte di Pechino, preferiscono mantenere un approccio più cauto e negoziale.
L'overcapacity cinese colpisce i settori italiani ad alto valore aggiunto
Il fenomeno della trade deflection (deviazione dei flussi commerciali) sta trasformando l'Europa nel principale sbocco per l'eccesso di produzione cinese, poiché le pesanti barriere doganali imposte dagli Stati Uniti hanno costretto Pechino a reindirizzare i propri flussi commerciali verso il mercato unico europeo. Questa dinamica si traduce in un massiccio afflusso di beni a prezzi estremamente competitivi, che spaziano dalle auto elettriche ai componenti per l'energia rinnovabile, spesso agevolati da sussidi statali che permettono di abbattere i costi ben al di sotto dei livelli di mercato occidentali. Per aggirare i controlli, vengono inoltre utilizzate strategie come la triangolazione delle merci attraverso paesi terzi o lo sfruttamento delle soglie di esenzione doganale per le spedizioni dirette ai consumatori. Sebbene ciò possa favorire il potere d'acquisto nel breve periodo e accelerare la transizione ecologica grazie a tecnologie a basso costo, il rischio concreto è una deindustrializzazione del vecchio continente, che fatica a competere con una concorrenza percepita come sleale, ponendo le basi per una nuova e complessa fase di protezionismo europeo.
Il sistema produttivo italiano sta accusando il colpo in quegli ambiti di eccellenza storica come l'elettrodomestica, la componentistica per l'auto e la meccanica strumentale, a causa dell'overcapacity cinese (ovvero l'eccesso di capacità produttiva). Questo fenomeno di eccesso di capacità produttiva, che spinge Pechino a inondare i mercati esteri con le eccedenze che il mercato interno non riesce ad assorbire, ha ormai smesso di riguardare solo i beni di fascia bassa per spostarsi su segmenti ad alta tecnologia.
L’impatto è evidente nel settore del fotovoltaico, dove i pannelli cinesi mantengono prezzi inferiori di quasi il 40% rispetto a quelli europei, e nella filiera delle batterie per la mobilità elettrica. In quest'ultimo campo, il dominio globale di colossi come CATL e BYD è tale da soffocare sul nascere la produzione locale, rendendola economicamente non sostenibile nonostante i sussidi europei. Anche il mercato automobilistico nazionale riflette questa tendenza: la presenza di marchi come Geely, Great Wall e Nio è cresciuta esponenzialmente, con un triplicamento delle immatricolazioni in soli un anno e mezzo grazie a politiche di prezzo estremamente competitive e a una presenza commerciale sempre più capillare sul territorio.
Per le piccole e medie imprese italiane, soprattutto nei distretti industriali del Nord-Est, la concorrenza cinese si traduce in una doppia tenaglia: compressione dei margini e impossibilità di competere su scala. Confindustria ha stimato che oltre 1.200 aziende manifatturiere italiane rischiano di chiudere o delocalizzare entro il 2027 se l'Europa non adotterà misure di reciprocità commerciale. Il governo italiano ha chiesto alla Commissione europea di accelerare sul Carbon Border Adjustment Mechanism e di estendere i dazi antidumping, ma Berlino e L'Aia frenano, preoccupate per le ritorsioni cinesi su export di lusso e macchinari. Nel frattempo, la Cina ha già annunciato controlli rafforzati sulle esportazioni di terre rare e grafite, materie prime essenziali per transizione energetica e digitale, segnalando che dispone di leve negoziali potenti.
La guerra in Iran complica le catene di approvvigionamento, ma Pechino tiene i nervi saldi
Il conflitto in corso nello Stretto di Hormuz ha fatto schizzare i premi assicurativi sul trasporto marittimo e allungato i tempi di consegna, ma la Cina ha risposto diversificando le rotte e stringendo accordi bilaterali con fornitori alternativi. Mosca, sotto sanzioni occidentali, è diventata il principale fornitore di petrolio e gas per Pechino, con contratti in yuan che aggirano il sistema SWIFT. L'Arabia Saudita ha aumentato le forniture alla Cina del 18% nel primo quadrimestre 2026, compensando parte del greggio iraniano ora difficile da movimentare. Le aziende logistiche cinesi hanno inoltre potenziato le rotte ferroviarie transcontinentali attraverso Asia centrale e Russia, riducendo la dipendenza dai corridoi marittimi del Golfo.
Per l'Italia, la resilienza cinese ha implicazioni dirette. Roma importa dalla Cina beni intermedi per 42 miliardi di euro l'anno: elettronica, tessuti tecnici, componentistica. Ogni interruzione o rincaro delle catene di fornitura cinesi si scarica sui listini italiani, alimentando inflazione e perdita di competitività. Al contempo, le imprese italiane che esportano verso la Cina — moda, alimentare, meccanica di precisione — vedono crescere le barriere non tariffarie: controlli sanitari improvvisi, ritardi nelle certificazioni, pressioni sui partner locali. Pechino sta usando la leva commerciale come strumento geopolitico, premiando i paesi che non si allineano a Washington e penalizzando chi sostiene misure restrittive.