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Il Venezuela post Maduro di Rodríguez continua sulla linea dura tra abusi e repressione

Nonostante l'uscita di scena di Nicolás Maduro e la retorica della normalizzazione, il governo ad interim di Delcy Rodríguez mantiene intatto l'apparato repressivo dello Stato. Il nuovo rapporto della ONG Provea documenta la persistenza di arresti arbitrari, violenze e sparizioni.

La presidentessa del Venezuela Rodríguez  che cammina attorniata dai rappresentati del Governo nel giorno della cerimonia di insediamento.
Presidencia de Venezuela, Public domain, via Wikimedia Commons
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Abusi e repressione nel Venezuela post Maduro
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

Il Venezuela di Delcy Rodríguez non ha cambiato passo rispetto all'era Maduro. L'organizzazione non governativa Provea, punto di riferimento per il monitorato dei diritti umani nel paese sudamericano, ha pubblicato un rapporto che documenta la persistenza di arresti arbitrari, torture e sparizioni anche sotto il governo ad interim che ha assunto la guida di Caracas. Per l'Italia, storicamente legata al Venezuela da una consistente comunità di emigrati e dai rapporti energetici con Eni, l'assenza di una posizione diplomatica chiara si traduce in una zona grigia difficile da giustificare sul piano dei valori proclamati in sede europea.

L'illusione democratica sotto il regime di Rodríguez

Delcy Rodríguez, già vicepresidente durante il lungo periodo di Nicolás Maduro, ha ereditato un apparato statale costruito sulla militarizzazione della società civile e sul controllo capillare del dissenso. Il rapporto di Provea segnala che tra gennaio e aprile 2026 sono stati registrati almeno 148 casi di detenzione senza mandato giudiziario, 62 episodi di violenza fisica durante le proteste e 19 denunce di sparizione temporanea di attivisti politici. La continuità con il passato non è solo numerica: gli stessi reparti della Guardia Nacional Bolivariana e del Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional rimangono operativi con gli stessi vertici, gli stessi metodi, le stesse impunità.

La retorica del governo ad interim parla di «normalizzazione democratica», ma i fatti raccontano altro. Le elezioni presidenziali promesse per ottobre 2026 non hanno ancora un quadro normativo definito, mentre le principali figure dell'opposizione rimangono sotto processo o agli arresti domiciliari. L'Unione europea ha rinnovato le sanzioni mirate contro funzionari venezuelani, ma senza conseguenze pratiche: nessun congelamento di beni è stato reso pubblico, nessun divieto di ingresso applicato con rigore.

Il silenzio di Roma e il vuoto narrativo sulla crisi venezuelana

Roma ha un problema di coerenza. Da un lato, l'Italia siede nel Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e sostiene le risoluzioni contro le violazioni in paesi terzi. Dall'altro, mantiene aperti i canali con Caracas attraverso Eni, presente nel paese con partecipazioni in giacimenti offshore e accordi di fornitura di greggio che, pur ridimensionati negli ultimi anni, non sono stati interrotti. La comunità italo-venezuelana, stimata in circa 130mila persone tra chi ha la doppia cittadinanza e chi mantiene legami familiari, rappresenta un ulteriore elemento di pressione: molte associazioni chiedono al governo italiano di farsi portavoce delle vittime di repressione, ma le risposte della Farnesina si limitano a generici appelli al «rispetto dei diritti fondamentali».

Il silenzio non è solo diplomatico. Nel dibattito pubblico italiano, il Venezuela è scomparso. Le testate nazionali dedicano spazio marginale alla crisi, i partiti politici evitano di prendere posizione netta per non turbare equilibri interni: a sinistra, il ricordo della vicinanza di alcuni gruppi al chavismo alimenta silenzi e imbarazzi; a destra, la retorica anti-migrante rende scomodo parlare di un paese da cui molti fuggono. Il risultato è un vuoto narrativo che lascia campo libero alla propaganda del regime, capace di presentarsi come vittima di «ingerenze straniere».

Espulsioni USA-Costa Rica: i rischi per l’export italiano
Per il Costa Rica, il ritorno forzato di migliaia di cittadini non è solo un dramma umano, ma una sfida strutturale: senza il sostegno delle rimesse dall’estero, interi settori locali rischiano il collasso, costringendo il Paese a ridisegnare i propri modelli di sviluppo.

La solitudine delle organizzazioni umanitarie

Provea non è sola nel denunciare. Human Rights Watch, Amnesty International e la Commissione Interamericana dei Diritti Umani hanno pubblicato negli ultimi mesi dossier convergenti: il Venezuela di oggi è uno stato dove la giustizia è strumento di controllo politico, dove i tribunali condannano senza prove e dove le carceri sono luoghi di tortura sistematica. Eppure, la comunità internazionale fatica a tradurre le denunce in azioni. Le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti hanno colpito duramente la popolazione, ma non hanno scalfito il potere dell'élite militare che controlla il paese. L'alternativa, un negoziato mediato da paesi terzi come Norvegia o Colombia, si è arenata sulla mancanza di garanzie credibili.

L'Italia potrebbe giocare un ruolo diverso. Non come potenza militare o economica, ma come mediatore culturale: le università italiane ospitano ricercatori venezuelani, le città del nord hanno accolto migliaia di profughi. Un'iniziativa diplomatica che metta al centro la protezione dei difensori dei diritti umani, il monitoraggio indipendente delle elezioni e l'accesso umanitario per le organizzazioni internazionali sarebbe coerente con il profilo che Roma vuole costruire in Europa. Ma serve volontà politica, non solo dichiarazioni di facciata.

Mariza Cibelle Dardi

Mariza Cibelle Dardi

Scrive di economia, geopolitica, mercati e impatto sociale delle nuove tecnologie.

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