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Nuova emergenza di Ebola in Africa centrale. Le nostre Ong in prima linea, ma l’Italia resta fuori dal vaccino

A fronte del grande impegno umanitario delle nostre Ong in Africa centrale e delle eccellenze dello Spallanzani, l'Italia è di fatto esclusa dalla filiera del vaccino leader di Merck. Una debolezza produttiva che si traduce in un'occasione mancata sia economica che geopolitica.

scienziati medici con tute, mascherine impegnati nell'epidemia di Ebola in Africa
Photo by Gani Nurhakim / Unsplash
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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di Ebola che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda, dopo settimane in cui le autorità locali hanno registrato decine di decessi e alcune centinaia di casi sospetti. La decisione, formalizzata a metà maggio, arriva mentre i servizi sanitari regionali segnalano difficoltà crescenti nel tracciamento dei contatti e nella gestione dei focolai nelle aree di confine, dove la mobilità transfrontaliera indebolisce ogni tentativo di contenimento. Per l’Italia, che nell’ultimo decennio ha destinato centinaia di milioni di euro alla cooperazione sanitaria in Africa subsahariana secondo i dati della cooperazione ufficiale, la notizia riapre il confronto sulla coerenza tra retorica umanitaria e strategia industriale nel campo della salute globale.

Mentre il governo italiano si prepara a rispondere all’appello dell’Oms attraverso i canali consolidati della cooperazione bilaterale e multilaterale, emerge un paradosso: il paese continua a occupare una posizione perlopiù periferica nella filiera produttiva dei vaccini e dei dispositivi diagnostici per le malattie infettive emergenti. Il vaccino contro l’Ebola più utilizzato nelle recenti epidemie, sviluppato da Merck, non vede alcuna partecipazione italiana nella catena di produzione o nella distribuzione principale. Eppure l’Italia dispone di una rete di piccole e medie imprese biotecnologiche, di istituti di ricerca di eccellenza come l’Istituto Spallanzani di Roma e di competenze farmaceutiche riconosciute a livello europeo. La distanza tra capacità potenziali e posizionamento reale nei mercati della salute globale viene letta da molti analisti come un’occasione mancata, non solo sul piano economico ma anche su quello geopolitico.

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Ong italiane e risposta all’emergenza Ebola

Accanto alla diplomazia sanitaria ufficiale, sono le organizzazioni del Terzo Settore italiano a garantire una presenza operativa continuativa nei territori colpiti. Emergency gestisce strutture chirurgiche in Uganda dalla fine degli anni Novanta, Medici con l’Africa Cuamm opera in entrambi i paesi con programmi di formazione del personale sanitario locale, mentre una costellazione di Ong più piccole porta avanti progetti di rafforzamento dei sistemi sanitari nelle aree rurali. Queste realtà, finanziate in larga misura da donazioni private e da cofinanziamenti pubblici limitati, si trovano ora a riorganizzare le attività in contesti dove il rischio epidemico impone protocolli di sicurezza più rigidi e più costosi.

La risposta del Terzo Settore italiano alle emergenze sanitarie africane si muove da anni lungo una linea sottile tra dedizione sul campo e fragilità strutturale. Le organizzazioni denunciano una cronica carenza di risorse stabili, che rende difficile pianificare interventi di lungo periodo. Il modello di finanziamento competitivo, prevalente nella cooperazione italiana, favorisce progetti a tempo determinato difficilmente compatibili con l’obiettivo di costruire sistemi sanitari resilienti. Nel caso dell’Ebola, dove la prevenzione richiede investimenti pluriennali in laboratori diagnostici, catene del freddo e formazione specialistica, l’approccio centrato sull’emergenza mostra chiaramente i propri limiti. Alcune organizzazioni stanno sperimentando partnership con fondazioni bancarie italiane e imprese sociali per diversificare le fonti di entrata, ma la scala degli interventi resta modesta rispetto alla domanda di servizi sanitari e alle necessità di preparazione alle emergenze sanitarie.

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Piano Mattei, sanità e industria italiana

L’emergenza Ebola potrebbe innescare un ripensamento del rapporto tra impresa sociale, industria sanitaria e politica estera italiana. Negli ultimi anni sono emersi modelli ibridi: cooperative sociali italiane che producono dispositivi medici a basso costo per mercati africani, imprese civiche che gestiscono piattaforme di telemedicina collegando ospedali italiani con strutture sanitarie dell’Africa subsahariana, fondazioni che finanziano ricerca applicata su malattie tropicali trascurate coinvolgendo università italiane e centri di ricerca africani. Si tratta tuttora di esperienze sparse, che faticano a trovare un inquadramento strategico nazionale capace di valorizzarle come strumenti di soft power e di sviluppo economico condiviso.

Il Piano Mattei per l’Africa, presentato dal governo come nuovo paradigma delle relazioni italo‑africane, include la sanità tra le aree prioritarie ma lascia ancora margini di definizione sui contenuti operativi. All’interno della maggioranza sono emerse proposte per inserire nei progetti finanziati dal Piano anche iniziative di economia sociale sanitaria, creando un ponte tra cooperazione allo sviluppo, impresa sociale italiana e industria farmaceutica. L’idea prevede fondi dedicati a joint venture tra Ong italiane e cooperative sanitarie africane, incentivi fiscali per le imprese che investono in capacità produttive locali di farmaci essenziali e borse di studio per personale sanitario africano in strutture italiane, con obbligo di rientro nei sistemi sanitari di origine. Al momento restano ipotesi in discussione nei tavoli tecnici e politici, ma la nuova emergenza Ebola potrebbe accelerare decisioni finora rinviate.

L’aspetto meno esplorato nella risposta italiana alle crisi sanitarie africane riguarda il potenziale economico e industriale della cooperazione sanitaria. Paesi come Francia e Germania hanno progressivamente trasformato la propria presenza umanitaria in Africa in trampolino per l’industria farmaceutica nazionale, costruendo reti distributive, accordi di produzione locale e schemi di condivisione dei brevetti che generano, al tempo stesso, benefici sanitari e ritorni commerciali. L’Italia tende invece a mantenere una separazione rigida tra cooperazione e interesse economico, perdendo opportunità di posizionamento in un mercato sanitario africano che, secondo numerose analisi, è destinato a crescere a ritmi superiori al 7 per cento annuo nei prossimi decenni.

Alcune fondazioni di origine bancaria stanno esplorando strumenti di investimento a impatto sociale nel settore sanitario africano, affiancando alle donazioni tradizionali prodotti finanziari che prevedono ritorni moderati ma misurabili. Il modello prevede finanziamenti agevolati a imprese sociali attive in sanità nei paesi africani dove l’Italia è già presente con programmi di cooperazione, creando potenziali sinergie tra intervento pubblico, Terzo Settore e iniziativa economica privata. L’ostacolo principale resta la mancanza di un quadro regolatorio organico che definisca confini, incentivi e criteri di valutazione per questi investimenti ibridi. La nuova emergenza Ebola, pur riportando la salute globale al centro dell’agenda, non sembra per ora sufficiente a colmare da sola il vuoto normativo e strategico.

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