La visita di Stato di Donald Trump in Cina si è chiusa con l’impegno di Xi Jinping a «fare la propria parte» per favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz e la fine della guerra che lo ha paralizzato, ma senza alcuna apertura sul dossier Taiwan, dove la leadership cinese ha ribadito una linea di assoluta intransigenza. Due giorni di colloqui che hanno prodotto segnali di distensione e dichiarazioni di intenti, ma nessun accordo commerciale concreto, mentre l’Europa osserva con crescente inquietudine la volatilità di uno scacchiere che incide direttamente sulle sue rotte energetiche e sui suoi equilibri produttivi. Per l'Italia, che copre una quota crescente del proprio fabbisogno di gas con GNL importato via mare da aree esposte al rischio di conflitti e blocchi navali, la disponibilità cinese a spendere capitale diplomatico per la stabilità del Golfo Persico arriva nel pieno di una fase di massima tensione regionale. Al tempo stesso, l’assenza di margini negoziali su Taiwan rilancia gli interrogativi sulla tenuta delle catene di fornitura dei semiconduttori, da cui dipendono segmenti chiave dell’industria italiana, dall'automotive all'elettronica.
Lo Stretto di Hormuz e il nuovo rischio energetico per l’Europa
Lo Stretto di Hormuz rappresenta il collo di bottiglia attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale e una parte cruciale del GNL diretto verso i mercati europei. L'Italia, che negli ultimi anni ha visto crescere il peso del GNL sulle proprie importazioni di gas, con volumi significativi provenienti dal Qatar e da altri fornitori del Golfo, considera queste rotte marittime una componente vitale della propria sicurezza energetica. La disponibilità di Pechino a contribuire alla riapertura e alla stabilizzazione delle vie di transito potrebbe apparire come un’occasione per affiancare, e in parte diversificare, le garanzie di sicurezza tradizionalmente assicurate dagli Stati Uniti, ma implica anche un riposizionamento geopolitico dalle conseguenze ancora tutte da valutare.
Pechino ha aumentato la propria presenza navale e logistica lungo gli snodi del commercio energetico mediorientale negli ultimi anni, con infrastrutture a Gibuti e una rete di intese economiche e, in alcuni casi, di cooperazione militare con attori regionali come l’Iran. L’iniziativa presentata a Trump non nasce nel vuoto: risponde all’esigenza cinese di proteggere le rotte da cui dipende il proprio approvvigionamento di greggio e GNL e, allo stesso tempo, di proiettare influenza in un’area storicamente presidiata da Washington. Per l'Italia e per gli altri Paesi europei, accettare di fatto un ruolo di stabilizzazione diplomatica cinese significherebbe riconoscere un equilibrio di potere in cui gli Stati Uniti non sono più l’unico attore percepito come garante della libertà di navigazione.
Lo stallo su Taiwan e l'allarme chip per la manifattura italiana
Mentre la diplomazia energetica apre spiragli, la rigidità di Xi su Taiwan chiude ogni margine di trattativa. L'isola concentra una quota dominante della produzione globale di semiconduttori avanzati e una parte molto rilevante di quelli più sofisticati, grazie al ruolo di TSMC e di un ecosistema industriale difficilmente replicabile nel breve periodo. L'industria automobilistica italiana, che vale decine di miliardi di euro di fatturato annuo e impiega centinaia di migliaia di persone, poggia su questi chip per la transizione verso veicoli elettrici, connessi e a guida assistita. Stellantis, CNH Industrial e l’intera filiera dell’elettronica di consumo si trovano esposte a un rischio sistemico che le politiche industriali europee hanno iniziato ad affrontare, ma non hanno ancora ridotto in modo sostanziale.
Il sostanziale stallo dei colloqui commercialin tra Trump e Xi non si limita a dazi o saldi della bilancia commerciale. Segnala l’impossibilità di separare relazioni economiche e rivendicazioni di sovranità territoriale in un mondo in cui la tecnologia è divenuta strumento di potere e leva di pressione strategica. La Cina considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e non accetta compromessi sulla «riunificazione». Gli Stati Uniti continuano a mantenere un’ambiguità strategica che consente di fornire armi e supporto politico all’isola senza riconoscerne formalmente l’indipendenza. L'Europa, dal canto suo, non ha ancora elaborato una posizione unitaria, e l'Italia si trova stretta tra l’esigenza di preservare relazioni commerciali con Pechino — secondo partner extra-Ue dopo gli USA — e la necessità di non alienarsi Washington in una fase di riorganizzazione degli assetti atlantici.
Tra i tweet di Trump e gli avvertimenti di Xi l’Ue cerca un piano B
La difesa di Trump sui social, con l'accusa rivolta a Biden di aver indebolito la posizione americana al punto da spingere Xi a definire gli Stati Uniti una «nazione in declino», rivela la fragilità del confronto tra Washington e Pechino. Non è soltanto retorica elettorale: riflette una percezione diffusa nei circoli cinesi secondo cui l’Occidente è attraversato da divisioni profonde e fatica a articolare una visione strategica coerente. Questa lettura alimenta l’assertività di Pechino, rafforza la convinzione di avere il tempo dalla propria parte e restringe ulteriormente lo spazio per compromessi duraturi.
L'Italia e l'Europa hanno cominciato a costruire contromisure. Il Chips Act europeo mobilita circa 43 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati con l'obiettivo di rafforzare la capacità produttiva continentale di semiconduttori. Questo piano si snoda attraverso grandi progetti in Germania e Francia, e apre la strada a potenziali investimenti in Italia che coinvolgeranno sia partner globali sia STMicroelectronics (STM) — colosso del settore nato nel 1987 dalla fusione tra l'italiana SGS Microelettronica e la francese Thomson. Sul fronte energetico, il piano REPowerEU punta a ridurre la dipendenza dal gas fossile accelerando sulle rinnovabili, sulle reti e sull’idrogeno verde, anche se i tempi di implementazione restano lunghi rispetto alla rapidità con cui si muovono le crisi geopolitiche. Nel frattempo, Roma ha firmato accordi pluriennali di fornitura con Algeria, Libia e Azerbaijan, diversificando i fornitori ma senza poter eliminare del tutto la vulnerabilità delle rotte marittime.
Permangono tuttavia nodi irrisolti. La capacità produttiva europea nei chip più avanzati resterà marginale almeno fino alla fine del decennio, lasciando pressoché intatta la dipendenza da Taiwan per le tecnologie di punta. La transizione energetica richiede volumi di investimento e strumenti finanziari che molti Stati membri faticano a sostenere, in assenza di un coordinamento fiscale più integrato. E la sicurezza marittima, tanto nello Stretto di Hormuz quanto nel Mar Cinese Meridionale, continua a dipendere da equilibri militari dominati da Stati Uniti, Cina e attori regionali, sui quali l'Europa ha un’influenza limitata e frammentata.