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Wall Street e il ritorno dell’insider trading. I mercati energetici trasformati in un casinò per pochi, mentre famiglie e imprese italiane pagano un conto sempre più salato in bolletta

Dietro le fiammate del prezzo del petrolio non c’è solo geopolitica: c’è anche chi usa informazioni riservate per fare cassa.

Vista della facciata del palazzo di Wall Street, a New York
Photo by Aditya Vyas / Unsplash
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Wall Street e l’ombra dell’insider trading sui mercati del petrolio
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

La Borsa di New York torna sotto i riflettori. Centinaia di milioni di dollari guadagnati grazie a informazioni riservate sui movimenti del petrolio iraniano. Operazioni sospette concentrate nei giorni precedenti agli annunci ufficiali sulla crisi del Golfo Persico. Un quadro che ricorda gli anni peggiori della finanza deregolamentata, quando l’insider trading – cioè l’uso di informazioni riservate per fare operazioni in Borsa prima che diventino pubbliche – era pratica diffusa e l’impunità la norma. Eppure siamo nel 2026, a diciotto anni dalla crisi dei subprime e dopo decenni di riforme che avrebbero dovuto rendere trasparenti i mercati finanziari.

Per l’Italia, che acquista all’estero oltre il 90% dell’energia che consuma e resta esposta alle oscillazioni del prezzo del greggio, la ricaduta è tutt’altro che teorica. Quando una ristretta cerchia di operatori altera le quotazioni grazie a informazioni privilegiate, l’onda d’urto arriva subito alle bollette delle famiglie, ai costi di produzione delle piccole e medie imprese, ai margini del sistema manifatturiero. La volatilità artificiale dei mercati energetici non è solo un tema di giustizia finanziaria: è un fattore di instabilità che attraversa l’economia europea, indebolendo chi produce e investe nel lungo periodo.

Deregulation negli Stati Uniti mentre Bruxelles alza l’asticella dei controlli sui mercati

Alcuni trader, in contatto con chi dispone di informazioni riservate sulla crisi iraniana – figure che potrebbero includere diplomatici, funzionari pubblici o consulenti di alto livello – riceverebbero in anticipo dettagli su decisioni politiche e mosse militari. Da lì, il passaggio ai mercati è immediato: quelle informazioni vengono trasformate in operazioni mirate sui futures del petrolio, contratti che consentono di scommettere su come si muoverà il prezzo del greggio nei prossimi giorni o mesi, amplificando i guadagni grazie all’effetto leva.

In pratica, chi conosce prima degli altri la direzione degli eventi può posizionarsi sul mercato poche ore prima di un annuncio ufficiale e incassare profitti enormi quando il prezzo reagisce alla notizia. Non serve una rete di operazioni complessa: basta un piccolo vantaggio temporale, moltiplicato da strumenti finanziari che consentono di muovere grandi volumi con capitale relativamente limitato.

Su questo sfondo colpisce il ruolo della Securities and Exchange Commission, l’authority statunitense incaricata di vigilare sui mercati: non emergono inchieste annunciate, procedimenti formali, segnali pubblici di intervento. L’assenza di azione – o persino di visibile attenzione – invia un messaggio chiaro agli operatori: chi sfrutta informazioni privilegiate difficilmente verrà chiamato a risponderne. È qui che si costruisce l’«impunità finanziaria»: non tanto in una norma esplicita, quanto nella combinazione di potere informativo, strumenti sofisticati e controlli deboli.

Il contrasto con l’Europa è marcato. Negli ultimi anni Bruxelles e le autorità nazionali hanno stratificato regole sempre più dettagliate: dalla MiFID II, che disciplina la prestazione dei servizi di investimento, alle norme sulla tracciabilità delle operazioni e sulla trasparenza delle posizioni sui derivati. L’obiettivo dichiarato è ridurre gli abusi di mercato e garantire condizioni eque tra gli investitori, professionali e retail. Negli Stati Uniti, al contrario, la nuova stagione di deregolamentazione sotto la presidenza Trump ha indebolito i controlli sui reati finanziari dei piani alti e ha inviato ai mercati un messaggio chiaro: chi sfrutta informazioni riservate ha poche probabilità di essere fermato. Alleggerendo vincoli e requisiti di vigilanza, si è creato un ambiente in cui chi detiene informazioni privilegiate può muoversi con maggiore libertà: le zone d’ombra aumentano, la probabilità di essere scoperti diminuisce, l’effetto deterrente si indebolisce.

Per l’investitore italiano che opera sui mercati globali, il rischio è duplice. Da un lato subisce gli effetti delle manipolazioni: prezzi del petrolio che si muovono non per ragioni economiche, ma perché qualcuno ha anticipato una scelta politica o una tensione militare. Dall’altro lato deve accettare di competere su piazze dove la parità di condizioni è spesso più teorica che reale. In apparenza valgono le stesse regole per tutti; nella pratica, chi siede vicino ai centri decisionali parte con un vantaggio informativo difficilmente colmabile.

Crisi Iran: perché il manifatturiero italiano è a rischio
Le Nazioni Unite avvertono: la guerra in Iran rischia di cancellare anni di benessere mondiale. Per l’Italia è un colpo durissimo. Le nostre fabbriche funzionano a gas e, se i prezzi esplodono, produrre diventa troppo caro. Siamo i primi a pagare il conto di questa crisi energetica.

Il conto più salato per i Paesi importatori

Quando il prezzo del petrolio sale perché alcuni operatori usano informazioni segrete per fare affari in anticipo, il problema non riguarda solo la finanza. Vuol dire che il prezzo non nasce da domanda e offerta «normali», ma da una manipolazione costruita a tavolino: c’è chi sa prima degli altri che arriverà una guerra, una sanzione o un annuncio politico, e compra o vende petrolio approfittando di questo vantaggio.

Per un Paese come l’Italia, che il petrolio deve quasi tutto importarlo, il risultato è semplice: si paga di più per un motivo che non ha nulla a che vedere con la reale scarsità del greggio. Il rincaro non serve a coprire costi maggiori di estrazione o di trasporto, ma a remunerare chi ha usato informazioni riservate per guadagnare. Una parte del conto energetico finisce così nelle tasche di chi ha speculato prima degli altri.

Le imprese che consumano molta energia – aziende chimiche, della plastica, dei trasporti, della logistica – si trovano a sostenere costi più alti senza un motivo economico chiaro. Devono pagare carburante e materie prime a prezzi gonfiati, mentre i concorrenti in altri Paesi, dove l’energia costa meno o lo Stato interviene a compensare, hanno un vantaggio immediato. Questo riduce la capacità delle aziende italiane di tenere i prezzi competitivi e di investire per innovare.

C’è anche un effetto più sottile. Se gli imprenditori pensano che il mercato del petrolio sia «pilotato» da chi ha informazioni in anticipo, fanno più fatica a programmare il futuro. Strumenti che dovrebbero aiutarli a stabilizzare i costi – come i contratti a lungo termine o i derivati per coprirsi dalle oscillazioni – diventano meno affidabili, perché temono che dall’altra parte del tavolo ci sia qualcuno meglio informato. Allora si rinviano investimenti, si accorciano gli orizzonti di pianificazione, si preferisce non rischiare.

Famiglie e imprese pagano bollette e carburanti più cari, senza benefici in termini di servizi, infrastrutture o occupazione. È denaro che esce dal circuito produttivo e finisce per gonfiare i profitti di pochi operatori finanziari. Per un Paese manifatturiero che ha bisogno di stabilità, prezzi prevedibili e capitali di lungo periodo, è un freno costante allo sviluppo.

Mariza Cibelle Dardi

Mariza Cibelle Dardi

Scrive di economia, geopolitica, mercati e impatto sociale delle nuove tecnologie.

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