Lunedì 25 maggio le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno annunciato la morte del sergente maggiore Adam Tzarfati, 20 anni, ucciso da un drone di Hezbollah nei pressi di Yohmor, a ridosso del castello di Beaufort nel Libano meridionale — una fortezza che l'Idf aveva già conquistato nei giorni precedenti, issando la propria bandiera sulla rocca medievale. Tre militari sono rimasti feriti nell'attacco. La risposta di Benjamin Netanyahu non si è fatta attendere: bombardamenti sui sobborghi meridionali di Beirut, le stesse aree che avevano già subito devastazioni nei mesi precedenti. L'ordine congiunto con il ministro della Difesa Israel Katz invoca «ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah», ma la fragilità della tregua era scritta nei fatti da tempo. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu si riunisce d'urgenza mentre il fronte libanese si riaccende, in un contesto regionale sempre più instabile che coinvolge anche Iran e Kuwait.
Per l'Italia, questo non è uno scenario lontano. Oltre mille militari italiani operano nel contingente Unifil — la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite — schierato nel sud del Libano, una presenza che dal 2006 presidia la fascia di territorio tra il fiume Litani e la Linea Blu. Ogni volta che le artiglierie israeliane e i razzi di Hezbollah tornano a incrociarsi, i caschi blu italiani finiscono in mezzo al fuoco. Nel novembre scorso, una base Unifil a Naqoura era stata colpita da schegge durante un bombardamento israeliano: nessun morto per miracolo, ma l'episodio aveva spinto il ministro della Difesa Guido Crosetto a chiedere pubblicamente garanzie a Tel Aviv. Con i raid su Beirut sud e la nuova convocazione del Consiglio di sicurezza, quella domanda torna più urgente — tanto più alla luce di una decisione già assunta: nell'agosto 2025, l'Onu ha votato per terminare la missione Unifil, prorogandone il mandato «per l'ultima volta» fino al 31 dicembre 2026, con ritiro ordinato entro il 2027.

La tregua fragile e il castello simbolo
Il castello di Beaufort, arroccato su una collina che domina la valle del Litani, è da secoli un nodo strategico. Occupato dalle forze israeliane fino al ritiro del 2000, e successivamente presidiato da Hezbollah sotto la formale supervisione internazionale, rappresenta uno dei punti caldi del confine. Nei giorni scorsi l'IDF lo ha espugnato militarmente, avanzando oltre il fiume Litani in quella che il ministro Katz ha descritto come la rimozione di «un velo di segretezza» per colpire «un bene fondamentale di Hezbollah». L'uccisione di un soldato israeliano proprio in quel settore, per opera di un drone, si inserisce dunque in un'operazione offensiva già in corso — non in una zona di semplice pattugliamento di confine.
Il cessate il fuoco che Netanyahu e Katz accusano di essere stato violato risale al 17 aprile scorso, ed era nato sotto pressione internazionale dopo settimane di bombardamenti reciproci. Aveva tenuto per alcune settimane, pur tra sporadici scambi di colpi, ma già a inizio maggio i caccia israeliani erano tornati a colpire la periferia sud di Beirut con un'operazione di «eliminazione mirata» contro Malek Balou, alto comandante della Forza Radwan di Hezbollah. La spirale delle ritorsioni è ripartita da lì: un attacco, una risposta, poi l'escalation. Hezbollah, dal canto suo, non ha mai smantellato la propria capacità operativa a sud del Litani, nonostante la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza lo imponga dal 2006.
Beirut sud sotto le bombe: una città già in ginocchio
I sobborghi meridionali della capitale libanese sono il cuore del consenso sciita, la base sociale e logistica di Hezbollah. Bombardarli significa colpire non solo magazzini e centri di comando, ma anche densità abitativa altissima, famiglie che non hanno più alcun luogo dove andare. Il Libano è tecnicamente in bancarotta dal 2020, la lira libanese ha perso oltre il 98% del proprio valore, i servizi pubblici sono ridotti al minimo. L'elettricità arriva poche ore al giorno, le banche hanno congelato i conti, la diaspora libanese invia rimesse che tengono a galla milioni di persone. In tale quadro, ogni raid aereo aggrava una crisi umanitaria che le organizzazioni internazionali già faticano a gestire.
L'Italia ha stanziato oltre 20 milioni di euro negli ultimi due anni per aiuti diretti al Libano, soprattutto attraverso fondi canalizzati da ong e agenzie Onu. Ma la capacità di intervento è limitata dalla paralisi delle istituzioni libanesi: il paese è senza un governo pienamente operativo, le forze armate nazionali non hanno mezzi per imporre la sovranità sul territorio. Hezbollah riempie quel vuoto, e Israele risponde colpendo là dove il gruppo sciita è radicato. Una popolazione civile schiacciata tra due fuochi, senza prospettiva di normalizzazione.
Il Consiglio di sicurezza e la difficile posizione italiana
La convocazione d'urgenza del Consiglio di sicurezza arriva mentre l'Italia siede come membro non permanente, con un mandato che scade a fine anno. La posizione romana è delicata: mantenere le relazioni con Israele, sostenere la missione Unifil nella sua fase conclusiva, evitare una rottura con i paesi arabi e con l'Iran — che finanzia e arma Hezbollah — in un momento in cui il confronto tra Teheran e Washington si è fatto più diretto. La diplomazia italiana ha sempre puntato sul rafforzamento delle istituzioni libanesi e sul pieno dispiegamento della risoluzione 1701, ma i fatti dimostrano che le parole non bastano. L'Unifil non ha autorità per disarmare Hezbollah, e le forze armate libanesi non hanno la forza politica né militare per farlo.
La decisione onusiana di chiudere Unifil entro fine 2026 non ha risolto il problema: ha semmai reso più urgente definire cosa accadrà dopo. Ogni escalation accelera la pressione sul contingente italiano — il più numeroso dopo quello indonesiano — e rende più difficile giustificare la presenza militare a un'opinione pubblica che chiede conto di costi e risultati. Il segretario di Stato americano Rubio ha evocato l'ipotesi di una nuova tregua già a partire dalle prossime ore, ma le ultime settimane insegnano quanto questi accordi siano fragili.
Le domande de L'Analista
Di fronte a un mandato concepito vent'anni fa, sistematicamente svuotato di efficacia dai fatti e ora formalmente in scadenza, l'Italia può davvero limitarsi a gestire il conto alla rovescia del ritiro Unifil senza farsi promotrice — nei mesi che restano — di una discussione seria sul dopo in sede Onu? Fino a che punto la continuità diplomatica giustifica il rischio operativo a cui sono sottoposti i nostri militari in un teatro dove entrambe le parti trattano la tregua come un dettaglio tattico?
E in uno scenario di paralisi istituzionale sempre più acuta, quali spazi di manovra reali restano a Roma per esercitare una mediazione efficace — capace non solo di blindare la sicurezza del contingente, ma di evitare che il definitivo collasso del Libano trasformi il paese nel detonatore di una guerra regionale totale, le cui onde d'urto travolgerebbero gli equilibri strategici dell'intero bacino del Mediterraneo?