Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha respinto ogni ipotesi di cedimento alle pressioni statunitensi in materia commerciale, definendo i dazi imposti da Washington «un errore strategico» destinato a indebolire l'influenza americana nel subcontinente. La dichiarazione, rilasciata al Washington Post, arriva mentre Brasilia intensifica le trattative per accordi bilaterali con partner extra-occidentali, dalla Cina all'India, riposizionando il Brasile come perno di un asse Sud-Sud sempre più autonomo. Per l'Italia, terzo partner commerciale europeo del Brasile dopo Germania e Francia, la frattura tra le due sponde dell'Atlantico apre scenari inediti: da un lato il rischio di contraccolpi sulle filiere integrate tra Europa e Americhe, dall'altro opportunità concrete per sostituire fornitori statunitensi in segmenti strategici come la meccanica avanzata e l'agroalimentare processato.
L'affermazione di Lula non rappresenta una sortita isolata, ma il culmine di una traiettoria politica coerente. Dal suo ritorno alla presidenza nel gennaio 2023, il leader del Partito dei Lavoratori ha promosso una linea di «sovranità pragmatica», rifiutando allineamenti automatici e valorizzando il peso specifico del Brasile come settima economia mondiale e attore regionale insostituibile. I dati lo sostengono: tra il 2022 e il 2025 l'interscambio brasiliano con la Cina è cresciuto del 34%, toccando quota 171 miliardi di dollari, mentre quello con gli Stati Uniti si è attestato a 83 miliardi, con un incremento inferiore al 12%. La risposta di Brasilia ai dazi americani su acciaio, alluminio e biocarburanti non è stata la negoziazione sottotraccia, ma l'accelerazione di accordi alternativi: il trattato di libero scambio Mercosur-ASEAN è entrato in fase finale proprio nelle ultime settimane, mentre i colloqui per un canale privilegiato con l'Unione Africana hanno registrato progressi tangibili.
La partita italiana tra Mercosur e Made in USA
Per le imprese italiane operanti in Brasile — oltre 800 stabilimenti produttivi, con un fatturato aggregato superiore a 25 miliardi di euro — la frizione tra Brasilia e Washington impone una ricalibrazione strategica. Il settore della meccanica strumentale, fiore all'occhiello dell'export tricolore, beneficia già della preferenza brasiliana per tecnologie europee rispetto a quelle statunitensi, percepite come più onerose e vincolate a clausole extraterritoriali. Ma la vera scommessa riguarda l'accordo Mercosur-UE, bloccato da anni per resistenze francesi e ambientaliste: se Lula riesce a consolidare la sua autonomia commerciale, Parigi potrebbe ritrovarsi isolata, con Roma e Berlino pronte a forzare la ratifica pur di non perdere quote di mercato a favore di competitor asiatici. L'agroalimentare italiano, dal vino ai macchinari per la trasformazione lattiero-casearia, guarda al Brasile non solo come destinazione finale ma come porta d'accesso a un mercato regionale di 260 milioni di consumatori.
Il contesto geopolitico amplifica la rilevanza della presa di posizione di Lula. Washington ha intensificato le pressioni su diversi governi latinoamericani per limitare la penetrazione cinese nelle infrastrutture critiche, dai porti alle reti 5G. Il Brasile, che ha inaugurato nel 2024 il primo tratto ferroviario transcontinentale finanziato da Pechino, ha risposto rivendicando il diritto di scegliere i propri partner senza condizionamenti ideologici. Questa linea ha trovato eco in altri paesi del Mercosur: Argentina e Uruguay, pur con governi di colore politico diverso, hanno ribadito che i legami commerciali rispondono a logiche di convenienza economica, non a schieramenti da Guerra Fredda. L'Italia, storicamente favorevole a un multilateralismo flessibile, osserva con interesse una dinamica che potrebbe ridimensionare l'unilateralismo tariffario americano senza compromettere i rapporti transatlantici su altri dossier, dalla sicurezza alla cooperazione tecnologica.
Dalla geopolitica ai mercati: cosa rischiano (e cosa guadagnano) le aziende italiane in Brasile
La sfida lanciata da Lula interroga direttamente il futuro dell'architettura commerciale mondiale. Se il Brasile riesce a costruire corridoi preferenziali con blocchi regionali emergenti, evitando rappresaglie paralizzanti, potrebbe fungere da modello per altre medie potenze restie a subire diktat delle grandi superpotenze. Dall'India al Sudafrica, dall'Indonesia al Messico, diversi paesi osservano con attenzione la capacità brasiliana di diversificare senza isolarsi, di negoziare senza piegarsi. Per l'Europa, e in particolare per l'Italia, la lezione è duplice: da un lato occorre accelerare la chiusura di accordi bilaterali prima che altri attori occupino spazi commerciali strategici; dall'altro serve riconoscere che il Sud globale non è più disposto ad accettare condizioni imposte dall'alto, ma pretende reciprocità e rispetto formale della sovranità negoziale.
Le imprese italiane presenti in Brasile segnalano comunque tensioni operative. Le oscillazioni valutarie, amplificate dalle incertezze geopolitiche, rendono più complessa la pianificazione degli investimenti. Il real brasiliano ha perso il 7% rispetto all'euro negli ultimi sei mesi, erodendo i margini di chi esporta componenti dall'Italia per assemblarli a San Paolo o Rio de Janeiro. Al contempo, settori come il lusso e il design registrano una domanda interna in crescita, sostenuta dall'espansione della classe media brasiliana e dall'effetto traino dei grandi eventi sportivi e culturali programmati fino al 2028. Chi ha saputo localizzare produzioni ad alto valore aggiunto, integrando fornitori locali e rispettando parametri ambientali stringenti, sta raccogliendo risultati superiori alle attese, dimostrando che la presenza fisica e la capacità di adattamento battono le strategie mordi e fuggi.