Il Partito Liberale brasiliano ha ufficializzato, il 25 luglio a San Paolo, la candidatura del senatore Flavio Bolsonaro alla presidenza della Repubblica per le elezioni del 4 ottobre. La scelta del figlio maggiore dell'ex presidente arriva dopo mesi di incertezza politica e segna un punto di svolta per il panorama latinoamericano. Per l'Italia — secondo fornitore europeo del Brasile dopo la Germania e terzo partner commerciale assoluto del Paese dopo Cina e Stati Uniti, con un interscambio che nel 2025 ha superato gli 11 miliardi di euro (Osservatorio economico MAECI) — la partita elettorale assume una rilevanza immediata. Le oltre 1.100 imprese italiane presenti nel Paese secondo i dati ICE guardano con attenzione a un possibile ritorno della famiglia Bolsonaro al Planalto.
La candidatura di Flavio rappresenta una soluzione di continuità dopo l'ineleggibilità del padre, sancita dal Tribunale Superiore Elettorale nel 2023 per abuso di potere durante la campagna del 2022 . Jair Bolsonaro sconta oggi la detenzione domiciliare a Brasília, dopo la condanna a 27 anni infertagli l'11 settembre 2025 dalla Corte Suprema per il tentativo di ribaltare l'esito del voto 2022. Il senatore quarantaduenne ha costruito la propria base politica nello stato di Rio de Janeiro, dove controlla una rete di alleanze locali che integra settori della sicurezza, del commercio e delle milizie urbane. A differenza del genitore, tuttavia, Flavio ha evitato lo scontro diretto con le istituzioni giudiziarie, preferendo una strategia più cauta e una comunicazione meno polarizzante sui social media.
Il fronte economico: privatizzazioni e protezionismo selettivo
Sul piano economico, il programma del Partito Liberale mantiene la linea tracciata durante la presidenza Bolsonaro senior: privatizzazioni nel settore energetico, deregolamentazione del mercato del lavoro, incentivi fiscali per l'agribusiness. Introduce però anche elementi di tutela per settori considerati strategici, in particolare l'industria manifatturiera e le tecnologie digitali. Per le aziende italiane attive nel Brasile meridionale — dove si concentra il tessuto produttivo legato all'automotive, alla meccanica e ai beni di consumo — la sfida si gioca sulla capacità di negoziare esenzioni fiscali e accesso privilegiato ai programmi di reindustrializzazione.
Il settore agricolo resta il terreno di maggiore convergenza tra interessi italiani e agenda bolsonarista, sebbene con dinamiche più articolate di quanto si tenda a raccontare. Su scala globale, le esportazioni brasiliane hanno segnato record storici nel 2025: la carne bovina è cresciuta del 42,5% e il caffè verde del 31,1% rispetto al 2024. Verso l'Italia, però, il quadro recente è disomogeneo: nel trimestre più critico del 2025 le importazioni italiane di caffè brasiliano sono scese del 29%, mentre quelle di carne bovina hanno tenuto meglio. Un eventuale ritorno della famiglia Bolsonaro potrebbe comunque accelerare le concessioni di nuove licenze agricole, ma anche inasprire le frizioni con Bruxelles sulla clausola ambientale dell'accordo Mercosur-UE, ancora in sospeso dopo anni di negoziati. Per l'Italia, che ha sempre sostenuto la ratifica dell'intesa, si apre un dilemma: sostenere un partner commerciale strategico o allinearsi alle richieste francesi e tedesche di condizionalità più stringenti?
L'asse con Milei e la nuova geografia sudamericana
La presenza del presidente argentino Javier Milei alla convention del Partito Liberale, il 25 luglio all'Arena Pacaembu di San Paolo — la sua terza visita in Brasile da fine 2023 — non è un dettaglio coreografico. Segna la formalizzazione di un asse politico tra Buenos Aires e San Paolo che potrebbe ridisegnare gli equilibri regionali. Milei, eletto nel 2023 con un programma di dollarizzazione e smantellamento dello stato sociale, ha trovato nel bolsonarismo un alleato naturale nella sfida al progressismo latinoamericano incarnato da Lula, dal presidente colombiano Gustavo Petro e dal governo messicano.
Per l'Italia, la riconfigurazione sudamericana apre scenari inediti. Da un lato, un asse Brasile-Argentina a guida liberista potrebbe facilitare accordi bilaterali più flessibili, soprattutto nei settori dell'energia rinnovabile e delle infrastrutture. Dall'altro, rischia di complicare le relazioni con il Mercosur nel suo insieme, riducendo il potere negoziale dell'Unione europea e frammentando le catene di fornitura regionali. Le imprese italiane attive in entrambi i Paesi potrebbero trovarsi a gestire regimi fiscali e normativi sempre più divergenti. È il caso di Enel, i cui asset legati alla concessione elettrica di San Paolo — valutati circa 3,3 miliardi di euro (quasi 4 miliardi di dollari), più 595 milioni di euro di avviamento — risultano a rischio secondo i revisori del gruppo, in attesa del rinnovo della concessione. Anche Techint, gruppo italo-argentino leader nella siderurgia regionale, non è esente da attriti: proprio Milei ha attaccato duramente il conglomerato negli ultimi mesi su dazi e politica industriale, segno che l'asse liberista non è privo di crepe interne.
La questione cinese e il posizionamento italiano
Un elemento sottovalutato nel dibattito europeo riguarda il rapporto tra un eventuale governo Flavio Bolsonaro e Pechino. Durante il mandato del padre, il Brasile aveva mantenuto una linea ambigua: retorica anti-cinese in campagna elettorale, pragmatismo commerciale una volta al governo. La Cina resta il primo partner commerciale del Brasile, con un interscambio superiore ai 150 miliardi di dollari annui, e ha investito massicciamente nelle infrastrutture portuali, nelle miniere e nelle reti 5G. Flavio Bolsonaro ha lasciato intendere di voler rivedere alcuni accordi tecnologici con Huawei, ma senza rompere i legami economici fondamentali.
Per l'Italia, la partita si gioca sul fronte delle telecomunicazioni e della transizione energetica. Aziende come Leonardo e Terna hanno progetti in fase avanzata per l'ammodernamento della rete elettrica brasiliana e la sicurezza informatica. Un governo bolsonarista potrebbe favorire partner occidentali a scapito di quelli cinesi, ma solo se l'offerta europea sarà competitiva in termini di costi e tempi di realizzazione. La storia recente mostra che il pragmatismo economico prevale spesso sulle dichiarazioni ideologiche, soprattutto in un Paese dove la pressione inflazionistica e la disoccupazione giovanile restano emergenze quotidiane.