Circa 50.000 persone hanno attraversato la frontiera tra il Marocco e Ceuta all'inizio della settimana, in modo irregolare e inatteso. Secondo la lettera che il premier spagnolo Pedro Sánchez ha inviato alla presidenza delle istituzioni europee, oltre 48.000 persone sono già state rimpatriate: la Spagna sostiene di aver ristabilito il controllo della frontiera in meno di 48 ore, in coordinamento con le autorità marocchine. Le autorità spagnole confermano ormai il completamento delle operazioni di rimpatrio, mentre martedì i ministri della Giustizia e dell'Interno dell'Unione europea si riuniranno in videoconferenza d'urgenza, convocata dalla presidenza irlandese del Consiglio UE. Non per gestire un'emergenza in corso, dunque, ma per fare i conti — letteralmente e politicamente — con quanto accaduto in una delle frontiere più sensibili d'Europa.
Sánchez non ha nascosto l'irritazione, definendo «egoista, polarizzante e illegale» la reazione di alcuni partner europei nella lettera inviata alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, al presidente del Consiglio europeo António Costa e al premier irlandese Micheál Martin. Roma dal canto suo ha sospeso la propria cooperazione Schengen con Madrid, unendosi a Finlandia e Danimarca nelle critiche più dure alla gestione spagnola della crisi. La ministra dell'Interno finlandese Mari Rantanen ha accusato la Spagna di aver «fallito completamente» nel proteggere la frontiera esterna dell'Unione, mentre la premier danese Mette Frederiksen ha chiesto di valutare «tutte le possibilità, compresa la sospensione della cooperazione Schengen».

Il braccio di ferro sui numeri tra Roma e Madrid
Sánchez ha risposto alle critiche italiane nel modo più diretto possibile: pubblicando dati Frontex sui social. Secondo le cifre citate dal premier spagnolo, relative agli ingressi irregolari nell'Unione europea tra il 2021 e il 2026, l'Italia ne ha registrati 478.600, più del doppio dei 234.760 della Spagna; seguono la rotta balcanica occidentale con 340.600 e la Grecia con 259.800.
«La solidarietà e l'empatia sono opzionali; il rispetto dei trattati europei e dei dati no», ha scritto Sánchez su X, rivendicando che la Spagna sia la seconda frontiera esterna più sicura dell'Unione pur essendo l'unico Stato membro con un confine terrestre con l'Africa.
Il quadro più recente, tuttavia, è meno lineare di come lo presenta Madrid. Nei primi sette mesi del 2026 l'Italia ha effettivamente registrato quasi il doppio degli ingressi irregolari rispetto alla Spagna sulla rotta mediterranea (14.340 contro 7.860), ma sul fronte dei rimpatri la Spagna ha eseguito 9.275 espulsioni contro le sole 4.658 italiane. E secondo i dati Frontex di maggio 2026, la rotta del Mediterraneo occidentale — quella spagnola — è stata l'unica ad aver registrato un aumento degli ingressi nei primi quattro mesi dell'anno, +50% su base annua, mentre tutte le altre rotte, compresa quella verso l'Italia, calavano. Le enclave di Ceuta e Melilla, in particolare, avevano già visto gli ingressi crescere del 246% rispetto all'anno precedente ancora prima della crisi di questa settimana (Frontex). Sánchez ricorda inoltre che la Spagna ha aiutato altri Stati durante crisi analoghe, citando l'accoglienza dei migranti bielorussi nel 2021 e il sostegno fornito a Lampedusa nel 2023 — un precedente che rende la posizione italiana ancora più delicata nel braccio di ferro diplomatico in corso.
Cosa può aver spinto il Marocco ad aprire la frontiera?
Decine di migliaia di persone hanno superato la frontiera in poche ore, per poi rientrare altrettanto rapidamente: una sincronia che difficilmente si spiega con movimenti spontanei. Il precedente più citato è quello del maggio 2021, quando il Marocco permise l'ingresso di circa 10.000 persone a Ceuta in due giorni, in risposta all'ospedalizzazione in Spagna di Brahim Ghali, storico leader del Fronte Polisario — un gesto percepito a Rabat come un affronto diretto.
Come ha osservato Irene Fernández Molina, docente di relazioni internazionali all'Università di Exeter ed esperta di Maghreb, in una dichiarazione ripresa dal Fatto Quotidiano, l'episodio arriva paradossalmente in un momento che i due governi avevano definito più volte una «luna di miele» nelle relazioni bilaterali, senza i mesi di tensione crescente che invece avevano preceduto la crisi del 2021. Solo due mesi prima, il 4 dicembre 2025, Madrid e Rabat avevano tenuto un vertice di alto livello concluso con quattordici accordi bilaterali su pesca, agricoltura, giustizia e formazione, in un clima di cooperazione descritto come il migliore nella storia dei due Paesi.
La risposta europea tra proclami e inerzia strutturale
Per Roma la lezione resta duplice, a prescindere dallo scontro diplomatico in corso con Madrid. Da un lato emerge la vulnerabilità di chi affida parte del controllo migratorio a Stati terzi attraverso accordi bilaterali o finanziamenti: l'Italia conosce bene questa fragilità attraverso le intese con la Libia e la Tunisia, che poggiano su equilibri politici instabili. Dall'altro, la vicenda di Ceuta dimostra ancora una volta come la pressione migratoria possa essere utilizzata come strumento di negoziazione geopolitica da Stati terzi — una leva che, per usare le parole di alcuni analisti, Rabat può «attivare e disattivare» a piacimento sui dossier che più le interessano.
Il vertice ministeriale di martedì avrà un'agenda densa ma prevedibile: coordinamento delle frontiere esterne, rafforzamento di Frontex, accelerazione sui rimpatri. Parole già ascoltate dopo Lampedusa 2013, dopo la crisi balcanica del 2015, dopo le tensioni greco-turche del 2020. Il nuovo Patto sulla migrazione e l'asilo, approvato dopo anni di negoziati, prevede meccanismi di solidarietà obbligatoria ma permette agli Stati membri di scegliere tra accoglienza diretta e contributi finanziari — una flessibilità che nei fatti perpetua la frammentazione, come dimostra proprio la spaccatura di questi giorni tra chi ha offerto sostegno alla Spagna e chi ne ha chiesto l'esclusione temporanea da Schengen.
La Commissione ha già chiarito che l'espulsione di uno Stato membro da Schengen non può essere decisa unilateralmente, ma spetterebbe al Consiglio. Sánchez, dal suo canto, ha fatto notare che Ceuta non fa nemmeno parte dello spazio Schengen — un dettaglio giuridico che, a suo dire, svuota di senso le minacce di esclusione.
A livello generale, i dati Frontex più recenti indicano infatti che gli ingressi irregolari nell'Unione europea sono scesi del 26% nel 2025, toccando quota 178.000 — il valore più basso dal 2021. È un quadro complessivo in flessione, che riduce la crisi di Ceuta a un'anomalia acuta più che a un sintomo di deriva strutturale.