Che la scala dei valori sia cambiata lo dicono chiaramente i numeri. Un'indagine Deloitte del 2025 rivela come l'89% di Gen Z e Millennial metta al primo posto un lavoro dotato di senso, lasciando le ambizioni da carriera dirigenziale ad appena il 6% degli intervistati. È la ricerca della qualità della vita a guidare le scelte: un sondaggio Intuit del marzo 2025, ripreso dalla stessa Psychologies Italia, indica infatti che oltre sei giovani su dieci preferiscono la tranquillità d'animo all'accumulo di ricchezza, e quasi il 60% baratterebbe una quota di reddito con più tempo per sé. Questa spinta al ridimensionamento del lavoro scontra tuttavia con una forte pressione economica, distribuita in modo disuguale tra le leve anagrafiche: lo studio Dynata-BetterHelp registra ansia finanziaria per il 61% dei Millennial e il 49% della Gen X, contro il 32% dei baby boomer.

A fare da cornice c'è la conclusione del più longevo studio mai realizzato sulla felicità umana: lo Harvard Study of Adult Development, che da quasi novant'anni monitora centinaia di esistenze. Il suo verdetto non cambia: il motore di salute e benessere non risiede nel reddito o nella carriera, ma nelle relazioni umane. Lo ha ribadito di recente Robert Waldinger, attuale direttore dello studio, in un'intervista alla Harvard Gazette: «Chi coltiva legami autentici è più felice, sta meglio e vive più a lungo». Al punto che essere soddisfatti della propria vita affettiva a cinquant'anni protegge la salute a ottant'anni più di un valore ottimale di colesterolo.

Se a livello globale emerge dunque un netto riposizionamento verso la sfera relazionale e il senso individuale, applicare automaticamente questo schema all'Italia sarebbe un'imprudenza, vista l'assenza di un'indagine nazionale comparabile. Quello che si può raccontare con certezza è il quadro reale in cui vivono i giovani italiani: un contesto materiale che più che offrire una scelta di valori, sembra imporla.

Perché un giovane oggi fatica tanto ad uscire dal nido

Il mercato del lavoro italiano continua a penalizzare le nuove generazioni nel confronto europeo. Secondo l'indagine Mercer Total Remuneration Survey 2025, la retribuzione media d'ingresso per un neolaureato si attesta oggi sui 32.000 euro annui: un valore in crescita del 7% rispetto al 2022, ma ancora ben lontano dai 57.000 euro garantiti in Germania. Un divario strutturale confermato anche dal Centro Studi Confindustria, che colloca l'Italia al 23° posto su 34 Paesi OCSE per salario medio, con un ritardo del 16,6% rispetto alla media dell'organizzazione.

Più che l'esclusione dal mercato immobiliare, a caratterizzare la condizione abitativa dei giovani è il peso determinante del paracadute familiare. Se da un lato la quota di under 35 proprietari d'immobile mostra una tenuta (passando dal 60,2% del 2019 al 64,7% del 2023), i dati del CISF Family Report 2024 chiariscono la natura di questa stabilità: oltre il 70% di chi acquista lo fa grazie all'aiuto finanziario dei parenti, contro il 52,3% del totale della popolazione. Non a caso, nella fascia tra i 20 e i 29 anni, ben il 79% dei giovani italiani risiede ancora con i genitori, contro una media europea del 55%. Più che davanti a un'esclusione diretta, ci troviamo di fronte a una proprietà garantita quasi esclusivamente per via ereditaria o familiare — una vera e propria dipendenza strutturale.

Perché tra case inaccessibili e culle vuote l’Italia invecchia più velocemente del resto dell’Occidente
Nel 2025 la natalità italiana è scesa al minimo storico di 1,14 figli per donna, soffocata da bassi salari, carovita immobiliare e welfare insufficiente.

Salute mentale: i dati italiani sono allarmanti

I dati sul malessere psicologico giovanile in Italia delineano un quadro critico, ma offrono sfumature diverse a seconda della metodologia utilizzata. Sul fronte dei disturbi d'ansia e della depressione, le rilevazioni variano per perimetro: il Rapporto Censis 2024 registra uno stato di sofferenza dichiarata per il 51,8% degli under 35 (contro il 40,8% degli adulti), mentre le stime del Consiglio Nazionale Giovani riducono la soglia al 20%, con un picco del 26% tra i 18 e i 24 anni.

Una discrepanza analoga emerge sul tema dell'isolamento sociale. L'European Loneliness Survey del Joint Research Centre colloca al 13% gli italiani che si sentono soli «per la maggior parte del tempo» — un dato istituzionale in linea con la media europea, ma con una forte incidenza tra le coorti più giovani. Al contrario, i sondaggi d'opinione campionari (come le rilevazioni BVA Doxa) spingono la percezione di solitudine giovanile fino al 45%. Si tratta di cifre che misurano sfaccettature diverse dello stesso fenomeno e che richiedono distinzioni chiare tra indagini statistiche strutturate e rilevazioni percepite.

Le risposte, ancora sperimentali, di città e imprese

Se le relazioni umane sono diventate un bene scarso, alcune amministrazioni hanno iniziato a integrarle direttamente nella pianificazione urbana. A Bologna , l'inaugurazione del cohousing pubblico Fioravanti — undici nuclei familiari nell'ex Mercato Ortofrutticolo a un canone medio di 420 euro — dà continuità all'esperienza di Porto15, il primo progetto pubblico italiano pensato per gli under 35. Esperienze simili si moltiplicano a Torino con AbiTO e Cascina Siè, o a Milano con Cascina Cuccagna e l'iniziativa «Prendi in casa uno studente», che affianca giovani fuori sede e anziani soli in uno scambio di reciproca solidarietà.

Si tratta di risposte ancora circoscritte, limitate a poche decine di famiglie per intervento e distanti dal risolvere l'emergenza abitativa giovanile. Rappresentano però un cambio di paradigma significativo: le politiche locali iniziano a considerare la rete sociale — e non soltanto le quattro mura — come un bene da generare attivamente.

Non chiamateci «bamboccioni»
Quando i salari sono fermi da anni e l’affitto di un monolocale si mangia tutto, restare a casa non è una comodità, ma una necessità.

Le conclusioni de L'Analista

Se le relazioni umane sono ormai un bene scarso, la pianificazione urbana inizia a trattarle come tali. Iniziative come il nuovo cohousing pubblico Fioravanti a Bologna — che segue la traccia di Porto15 — o le esperienze di convivenza intergenerazionale a Milano indicano un cambio di passo. Pur trattandosi di numeri ancora modesti rispetto alla portata dell'emergenza abitativa giovanile, queste esperienze segnano un'inversione di rotta concettuale: la casa smette di essere soltanto un tetto per diventare un generatore di comunità.