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Genitori esausti, non solo figli difficili

Schiacciati tra la solitudine quotidiana e il mito della famiglia perfetta, l'esaurimento di madri e padri smette di essere un limite personale. È il segnale d'allarme di un sistema che chiede troppo e supporta troppo poco.

Genitori esausti, non solo figli difficili
Photo by Ulises Guareschi Corvetto / Unsplash

Ogni volta che un adolescente esplode — urla, chiusura, apatia, rendimento scolastico in caduta libera — la domanda di rito è sempre la stessa: «Che cosa hanno sbagliato i genitori?». Si convocano esperti, si organizzano webinar, si allestiscono convegni dedicati alla fragilità dei giovani. Quasi mai, però, ci si ferma a chiedere in che condizioni vivono gli adulti che dovrebbero rispondere con calma, presenza e tempo.

Negli ultimi anni si è moltiplicata la narrativa sui «ragazzi problematici», sulla «generazione che non regge». Un filone editoriale e mediatico florido, alimentato da psicologi, pedagogisti e opinion leader sui social. Molto più raramente si mette al centro il corpo stanco di chi li cresce.

Più che chiederci perché ci siano così tanti ragazzi difficili, dovremmo forse interrogarci su quanto abbiamo chiesto — senza ammetterlo — a una generazione di genitori già esausti.

Una maratona quotidiana

La giornata tipo di molti genitori assomiglia a una corsa a ostacoli senza traguardo. Lavoro con orari estesi o imprevedibili, pendolarismo, messaggi del datore di lavoro che arrivano ben oltre la fine del turno, lista di incombenze domestiche che inizia appena si varca la porta di casa. Recuperare i figli, accompagnarli alle attività sportive, seguire i compiti, cucinare, spesso occuparsi anche di genitori anziani. Il tutto con un margine economico ridotto: bollette in crescita, affitti o mutui che erodono lo stipendio, servizi di supporto costosi o geograficamente irraggiungibili.

In uno scenario simile, chiedere lucidità, pazienza e capacità di ascolto profondo diventa un'aspettativa quasi irreale. Non è un giudizio morale: è aritmetica.

La stanchezza strutturale dietro ogni conflitto

Il conflitto in famiglia esplode spesso sulle soglie più visibili — lo smartphone, i voti, le uscite serali — ma nasce da altrove. Nasce da una stanchezza che non è individuale né psicologica: è strutturale. Quando si parla di «famiglie in difficoltà» si tende a psicologizzare il problema: genitori apprensivi, poco autorevoli, troppo presenti o troppo assenti. Manca quasi sempre la lente sulle condizioni materiali. Quanti giorni a settimana rientrano dopo le 19? Quante ore dormono? Qual è il peso del lavoro precario, del mutuo, delle spese impreviste che azzerano qualunque riserva?

I numeri dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro sono inequivocabili: nel solo 2024, quasi 61mila genitori si sono dimessi dal proprio impiego, il 70% donne. La causa principale dichiarata è l'impossibilità di conciliare lavoro e cura dei figli. Non si tratta di una scelta, ma di una resa. E la resa, quando avviene, lascia sul campo un adulto più fragile, economicamente più esposto, emotivamente più a corto di risorse.

Responsabilità senza risorse: un'equazione impossibile

I dati Istat confermano la distorsione strutturale che pesa sulle spalle di chi tiene insieme famiglia e occupazione. Nel 2023, il tasso di occupazione delle madri con almeno un figlio sotto i sei anni era del 56,6%, contro il 77,5% delle donne senza figli: oltre venti punti percentuali di scarto che misurano il costo reale della genitorialità sul mercato del lavoro. E l'indice di asimmetria nel lavoro domestico — cioè la quota di lavoro familiare svolta dalle donne in coppia — si attestava al 61,6%, stabile da tre anni, senza segnali di miglioramento.

Portare la fatica degli adulti al centro del dibattito non significa assolvere chi esercita male la propria responsabilità genitoriale. Significa riconoscere che il carico collettivo che abbiamo costruito — culturalmente, economicamente, politicamente — è, per molti, semplicemente insostenibile. Continuare a diagnosticare il malessere adolescenziale senza interrogarsi sulle condizioni di chi lo dovrebbe prevenire significa curare il sintomo e ignorare la malattia.

Ripensare le politiche per l'infanzia e l'adolescenza implicherà, inevitabilmente, ripensare anche il tempo e le risorse degli adulti che li circondano: orari dei servizi pubblici, costo degli strumenti di supporto psicologico ed educativo, spazi reali di decompressione per chi ogni giorno porta un carico doppio.

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