Vai al contenuto

In memoria di Carlo Petrini: l'eredità del visionario che ha insegnato al mondo il valore del cibo buono, pulito e giusto

Da Bra al mondo intero, Carlo Petrini ha insegnato che difendere un prodotto locale significa difendere un'identità. Oggi che il suo modello ha salvato centinaia di eccellenze dall'estinzione, il testimone passa a una nuova generazione sospesa tra tradizione e innovazione.

Carlo Petrini a Terra Madre Salone del Gusto - Torino
016 - Terra Madre Salone del Gusto - Torino © Paolo Properzi

I portici dell'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, l'istituzione che lui stesso aveva sognato e plasmato per restituire dignità politica e accademica alla cultura del cibo, sono diventati il domenica 24 maggio il teatro naturale per un commiato corale e commosso a Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e ideatore della rete di Terra Madre. È in questa cornice che migliaia di persone – giunte da tutta Italia, dai Paesi limitrofi come Svizzera e Germania, ma anche da Giappone e Messico – si sono strette in un abbraccio per il saluto definitivo, un addio solenne e carico di gratitudine. Tra i viali alberati dell'ingresso dell'ateneo si sono ritrovati soci e dirigenti di Slow Food, attivisti, esponenti della politica, imprenditori e figure del mondo dello spettacolo. A portare il loro personale elogio funebre per questo ultimo viaggio verso la Terra Madre sono stati gli amici di una vita e i compagni di innumerevoli battaglie: dal rettore dell'Università Nicola Perullo all'attuale presidente globale di Slow Food, l'ugandese Edward Mukiibi, fino al fondatore di Libera Don Luigi Ciotti e a Monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona, con cui Petrini aveva fondato le Comunità Laudato Si'.

A testimoniare la straordinaria trasversalità e umanità della sua figura sono intervenute anche voci della cultura come il musicista Moni Ovadia e l'attrice e amica Lella Costa, giunta appositamente da Londra. Il cuore pulsante della celebrazione, tuttavia, è stato il tributo di chi porterà avanti la sua visione: le studentesse Camilla Calabrese e Lucia Hendel (a nome della grande comunità di alumni dell'Unisg), insieme agli amici storici di una vita intera come Vincenzo Ercolino, Luca Martinotti e Stefania Giubergia.

Questo momento di profondo raccoglimento, che come hanno ricordato in molti «non è stato un vero funerale ma una celebrazione della vita», ha segnato la partenza per il suo ultimo viaggio, un cammino simbolico che lo ricongiunge a quella terra che ha instancabilmente difeso, protetto e valorizzato. Un ultimo tributo a un uomo che, partendo dalle radici della sua Bra, ha dedicato l'esistenza a insegnare al mondo intero il valore di un cibo autenticamente «buono, pulito e giusto».

Carlo Petrini si è spento lasciando un'eredità che va ben oltre il movimento da lui fondato. Slow Food ha trasformato il lessico della gastronomia mondiale, ma soprattutto ha costruito un modello economico alternativo che ha permesso a migliaia di piccoli produttori italiani di sopravvivere alla standardizzazione del mercato globale. Oggi, con la sua scomparsa e l'ultimo saluto nella cornice di Pollenzo, si apre una domanda strategica per l'Italia: chi può portare avanti una visione che ha fatto del cibo uno strumento di resistenza economica e culturale?

Quando Petrini pose le basi del movimento – partendo nel 1986 con l'italiana Arcigola dalla cittadina piemontese di Bra e ufficializzando Slow Food a Parigi nel 1989 – l'industria alimentare globale stava attraversando una fase di concentrazione senza precedenti. Le grandi catene di fast food si espandevano in Europa, i supermercati iniziavano a dettare legge sui prezzi agricoli, e i piccoli produttori tradizionali sembravano destinati all'estinzione. La risposta di Slow Food non fu nostalgica: costruì un sistema di alleanze tra consumatori, ristoratori e agricoltori che permetteva ai prodotti tradizionali di accedere a mercati disposti a riconoscerne il valore. I Presìdi Slow Food, lanciati nel 1999, hanno salvato dall'oblio oltre 600 prodotti agroalimentari a rischio, molti dei quali oggi rappresentano nicchie economiche vitali per intere aree rurali italiane.

Carlo Petrini
© Aarón Gómez Figueroa

L'impatto economico di un movimento culturale

L'influenza di Petrini sull'economia italiana del cibo è misurabile. Secondo i dati Coldiretti, il settore dei prodotti a denominazione protetta vale oggi oltre 19 miliardi di euro, e gran parte di questa crescita è avvenuta parallelamente all'espansione internazionale di Slow Food. Il movimento ha contribuito a legittimare culturalmente un modello di produzione che altrimenti sarebbe stato considerato anacronistico. Ha trasformato l'artigianalità da limite competitivo a vantaggio commerciale, convincendo una fascia crescente di consumatori che pagare di più per un formaggio, un vino o un salume non significa subire un sovrapprezzo, ma riconoscere un valore.

Terra Madre, l'evento biennale lanciato nel 2004, è diventato il più grande raduno mondiale di comunità del cibo: 160 Paesi, oltre 5.000 produttori, una piattaforma che ha permesso a realtà marginali di connettersi e costruire alleanze commerciali dirette. Per l'Italia, ha significato l'affermazione di un modello gastronomico che ha reso il Made in Italy alimentare sinonimo non solo di qualità, ma di etica produttiva. Le esportazioni agroalimentari italiane hanno raggiunto i 64 miliardi di euro, e una parte significativa di questa crescita è legata proprio alla narrazione che Slow Food ha contribuito a consolidare.

Le criticità di un modello percepito elitario

Eppure, l'eredità di Petrini presenta anche nodi irrisolti. Slow Food è rimasto un movimento prevalentemente elitario, con una base sociale che coincide spesso con i ceti urbani colti e benestanti. I piccoli produttori che ha aiutato a salvare rappresentano una percentuale minima del settore agricolo italiano: secondo l'ISTAT, le aziende agricole sotto i cinque ettari continuano a scomparire al ritmo di 30.000 all'anno, e la maggior parte di esse non ha mai beneficiato della visibilità offerta dai Presìdi. Il modello funziona per chi riesce a entrare nella rete, ma non ha mai risolto il problema strutturale della filiera agroalimentare italiana: la polverizzazione produttiva e la debolezza contrattuale verso la grande distribuzione.

Inoltre, la dimensione internazionale di Slow Food ha generato tensioni interne. L'espansione nei Paesi del Sud globale ha portato il movimento a confrontarsi con realtà agricole profondamente diverse, dove la sostenibilità non può prescindere dalla sicurezza alimentare di base. La collaborazione con grandi gruppi industriali, necessaria per finanziare eventi come il Salone del Gusto, ha sollevato interrogativi sulla coerenza tra retorica e pratica.

2012 - Viaggio in Kenya © Archivio Slow Food

Chi raccogliera l'eredità di Petrini

La scomparsa di Petrini arriva mentre l'Italia affronta una fase delicata per il suo sistema agroalimentare. Le politiche europee spingono verso una transizione ecologica che richiede investimenti che molte piccole aziende non possono permettersi. Il cambiamento climatico sta alterando le condizioni produttive di territori storici, dal Prosecco al Parmigiano Reggiano.

In questa transizione, emergono nuovi attori. Coalizioni di giovani agricoltori stanno sperimentando modelli cooperativi digitali che bypassano la grande distribuzione. Le start-up agrifood lavorano sempre più su filiere corte e tracciabilità blockchain.

Slow Food stessa si trova già nel mezzo della sua più grande scommessa. Il processo di transizione è iniziato concretamente quando Petrini ha lasciato la presidenza internazionale all'agronomo ugandese Edward Mukiibi, segnando il passaggio a una guida globale e generazionalmente distante dalle origini. La leadership post-Petrini, che si stringe oggi attorno a Pollenzo per l'ultimo saluto, avrà il compito di mantenere la forza simbolica del movimento, ma anche di renderlo più accessibile e meno autoreferenziale. L'apertura alle filiere innovative e alle nuove tecnologie sarà il vero banco di prova: Petrini era scettico, ma la prossima generazione potrebbe scegliere un approccio più pragmatico per salvare quella Terra Madre che «Carlìn» ha difeso per tutta la vita.

Per onorare l'impegno di una vita intera, la famiglia e il movimento hanno chiesto di trasformare l'ultimo saluto in un'azione tangibile: le donazioni in memoria di Carlo Petrini raccolte dalla Fondazione Slow Food ETS saranno interamente destinate, in parti uguali, a due grandi progetti. Serviranno a finanziare le Borse di Studio per i futuri studenti dell'Università di Pollenzo e a far crescere la rete degli Orti in Africa, garantendo che la sua visione continui a germogliare.

Aggiungi L'Analista su Google