Oltre cento medici multati. Alcuni sospesi dall'attività per sei mesi, obbligati a frequentare corsi di formazione prenatale prima di poter tornare in corsia. La Turchia ha dichiarato guerra ai parti cesarei, e lo ha fatto con metodi che assomigliano più a una campagna di disciplinamento sociale che a una politica sanitaria. Il dato di partenza è netto: secondo le statistiche ufficiali del 2023, il paese registra 615 cesarei ogni mille nati vivi, il tasso più alto tra i 38 membri dell'Ocse. Ma la risposta del governo Erdoğan non si è fermata alle raccomandazioni cliniche. Ad aprile 2025 Ankara ha vietato alle strutture private prive di reparto maternità adeguato di praticare cesarei programmati senza una giustificazione medica documentata, pubblicando il regolamento in Gazzetta Ufficiale il 19 aprile. Ora i ginecologi pagano le conseguenze di un sistema che li ha spinti, per anni, a privilegiare quella procedura. E dietro la retorica della «salute pubblica» affiora una visione rigida della famiglia, del corpo femminile e del ruolo delle donne nella società.

Un problema strutturale travestito da crociata morale

Secondo Ayşe Gültekingil, vicepresidente della Türk Tabipleri Birliği (l'Associazione medica turca) e membro della sua commissione salute delle donne, punire i ginecologi non risolve nulla, perché la radice del fenomeno è strutturale. Un cesareo richiede circa trenta minuti; un parto vaginale può durarne molte di più, con un impegno di personale e strutture ben diverso. In un sistema sanitario sotto pressione, dove le cliniche private operano secondo logiche di mercato e i medici temono azioni legali in caso di complicanze, la scelta del cesareo è diventata prassi diffusa. Non per capriccio, ma per efficienza organizzativa e tutela legale. «Il tasso di cesarei in Turchia supera il 60%», ha dichiarato Gültekingil al quotidiano BirGün, «ma la modalità del parto riflette vari problemi all'interno del sistema sanitario turco». Già in aprile, commentando il divieto imposto alle cliniche private, la stessa dirigente aveva messo in guardia: «Non si tratta di garantire parti sicuri. Si tratta di iniziare a limitare i cesarei».

Adesso lo stesso governo che ha tollerato, se non incentivato, questa dinamica per anni scarica la responsabilità sui professionisti. La campagna del ministero della Salute, ribattezzata «Doğal olan normal doğum» («Ciò che è naturale è il parto normale») e lanciata nell'ottobre 2024 dalla first lady Emine Erdoğan, punta ufficialmente a contrastare il calo della natalità, scesa a un tasso di fertilità di 1,51 figli per donna nel 2023, secondo l'istituto statistico turco Turkstat. Ma il metodo scelto tradisce un approccio autoritario: il corpo delle donne diventa terreno di intervento pubblico, la loro capacità di scelta si comprime in nome di un interesse demografico ritenuto superiore.

Il calcio, pilastro della propaganda nazionalista turca, è stato arruolato nella battaglia. Il 13 aprile 2025, prima della partita contro il Fenerbahçe, i giocatori del Sivasspor sono scesi in campo con uno striscione preparato dal ministero della Salute: «Doğal olan normal doğumdur» («Ciò che è naturale è il parto normale»), seguito da una seconda riga: «Tıbbi olarak zorunlu olmadığı sürece sezaryen doğal değildir» («A meno che non sia clinicamente necessario, il cesareo non è naturale»). Erdoğan ha difeso l'iniziativa qualche giorno dopo, in occasione dell'inaugurazione di un ospedale a Istanbul: «Perché il fatto che il nostro ministero incoraggi il parto normale vi disturba così tanto?». La reazione delle opposizioni e dei movimenti femministi è stata immediata. Gökçe Gökçen, vicepresidente del Partito Popolare Repubblicano (Chp), ha denunciato l'intromissione sui social: «Come se nel paese fossero stati risolti tutti gli altri problemi, ora sono i calciatori uomini a decidere come le donne devono partorire [...] Togliete le mani dal corpo delle donne». Sulla stessa linea la piattaforma femminista ESIK (Eşitlik için Kadın Platformu), rete che riunisce oltre trecento organizzazioni per i diritti delle donne e delle persone Lgbtq, che ha definito lo striscione «sessista e invasivo», rivendicando che la scelta su come partorire, e cosa fare del proprio corpo, spetti soltanto alle donne.

Italia ed Europa: quando la demografia incontra i diritti

Per l'Italia, che condivide con la Turchia un tasso di fertilità tra i più bassi d'Europa, la vicenda turca offre uno specchio deformante ma istruttivo. Secondo i dati definitivi dell'Istat, la fertilità italiana si è attestata a 1,20 figli per donna nel 2023, per poi scendere ulteriormente a 1,18 nel 2024, un nuovo minimo storico (Istat). Anche nel nostro paese il dibattito sulla denatalità si è intensificato, accompagnato da misure economiche come l'assegno unico e incentivi fiscali per le famiglie numerose. La differenza resta però sostanziale: in Italia il tema si colloca, almeno formalmente, nell'ambito del sostegno sociale e della conciliazione vita-lavoro. In Turchia si è trasformato in controllo diretto delle scelte riproduttive, con sanzioni disciplinari per chi non si conforma. Il tasso italiano di cesarei si attesta intorno al 33,7%, secondo l'ultimo aggiornamento del Certificato di assistenza al parto (Cedap), ben al di sopra del 15% raccomandato dall'Organizzazione mondiale della sanità, ma lontano dai livelli turchi, con un divario marcato tra Nord e Sud della penisola (20% contro 56%) (International Journal of Environmental Research and Public Health). Anche qui il fenomeno ha radici complesse: difesa medico-legale, organizzazione ospedaliera, preferenze delle pazienti. Eppure, nessun governo italiano ha mai pensato di multare i ginecologi o imporre corsi obbligatori di rieducazione.

La deriva turca interroga l'intera Europa. Può una politica demografica legittimare l'erosione dell'autonomia femminile? Il ministro della Salute turco Kemal Memişoğlu ha dichiarato: «Se non avete figli non siete una famiglia, siete solo marito e moglie». Erdoğan, il 5 giugno 2016, in un discorso pronunciato durante l'inaugurazione della sede della Kadın ve Demokrasi Derneği (l'associazione per le donne e la democrazia legata al governo), aveva bollato come «incomplete» le donne senza figli, aggiungendo che rifiutare la maternità equivale a «rinunciare all'umanità». Affermazioni che rivelano una visione in cui la donna esiste in funzione della riproduzione, non come soggetto di diritti autonomo. L'emancipazione femminile viene dipinta come minaccia ai valori tradizionali, e la famiglia assurge a strumento di governo. Per l'Unione europea, che ha aperto e poi sostanzialmente congelato i negoziati di adesione con Ankara, la vicenda si inserisce in un quadro più ampio di arretramento democratico: dalla repressione del dissenso alla restrizione delle libertà civili, fino al controllo dei corpi.

Le domande de L'Analista

Fino a che punto uno Stato può intervenire sulle scelte riproduttive in nome dell'interesse demografico senza violare i diritti fondamentali della persona? E l'Italia, di fronte al proprio declino delle nascite, saprà mantenere ferma la distinzione tra sostegno alla famiglia e ingerenza sulla libertà individuale, o cederà alla tentazione di politiche invasive mascherate da emergenza nazionale?