Oltre cento medici multati, alcuni sospesi per sei mesi, obbligati a frequentare corsi di «rieducazione» prenatale. La Turchia ha dichiarato guerra ai parti cesarei, e l'ha fatto con metodi che ricordano più una campagna di disciplinamento sociale che una politica sanitaria. Il dato è netto: il paese registra 615 cesarei ogni mille nati vivi, il più alto tra i 38 membri dell'Ocse. Ma la risposta del governo Erdoğan non si limita a raccomandazioni cliniche. Ad aprile 2025 Ankara ha vietato alle strutture private di praticare cesarei senza giustificazione medica documentata. Ora i medici pagano le conseguenze di un sistema che li ha spinti, per anni, a privilegiare quella procedura. E dietro la retorica della «salute pubblica» emerge una visione rigida della famiglia, del corpo femminile e del ruolo delle donne nella società.

Un problema strutturale travestito da crociata morale

Secondo Ayşe Gültekingil, dirigente dell'Associazione medica turca, punire i ginecologi non risolve nulla perché il problema è di natura strutturale. Un cesareo richiede circa trenta minuti, un parto vaginale può durare molte ore. In un sistema sanitario sotto pressione, dove le cliniche private operano secondo logiche di mercato e i medici temono azioni legali in caso di complicanze, la scelta del cesareo è diventata prassi. Non per capriccio, ma per efficienza e tutela legale. Adesso lo stesso governo che ha tollerato, se non incentivato, questa dinamica per anni, scarica la responsabilità sui professionisti. La campagna «Decennio della famiglia», lanciata nel 2024, punta ufficialmente a contrastare il calo della natalità, scesa a un tasso di fertilità di 1,51 figli per donna nel 2023. Ma il metodo scelto tradisce un approccio autoritario: il corpo delle donne diventa terreno di intervento pubblico, la loro capacità di scelta viene compressa in nome di un interesse demografico superiore.

Il calcio, pilastro della propaganda nazionalista turca, è stato arruolato nella battaglia. Prima di una partita contro il Fenerbahçe, i giocatori del Sivasspor sono scesi in campo con uno striscione che recitava: «Il parto naturale è quello naturale. A meno che non sia necessario per motivi medici, il taglio cesareo non è un parto naturale». Erdoğan ha difeso l'iniziativa: «Perché vi dà fastidio che il nostro ministero incoraggi il parto naturale?». La risposta delle opposizioni e dei movimenti femministi è stata immediata. Gökçe Gökçen, vicepresidente del Partito Popolare Repubblicano, ha denunciato l'intromissione: «Come se il Paese non avesse altri problemi, i calciatori uomini dicono alle donne come partorire». Women's Coalition, rete di organizzazioni per i diritti delle donne, ha tracciato un parallelo inquietante: «Il divieto del parto cesareo è il passo prima del divieto di aborto».

Italia ed Europa: quando la demografia incontra i diritti

Per l'Italia, che condivide con la Turchia un tasso di fertilità tra i più bassi d'Europa (1,24 nel 2023), la vicenda turca offre uno specchio deformante ma istruttivo. Anche nel nostro paese il dibattito sulla denatalità si è intensificato, accompagnato da misure economiche come l'assegno unico e incentivi fiscali per le famiglie numerose. Ma la differenza è sostanziale: in Italia il tema resta, almeno formalmente, nell'ambito del sostegno sociale e della conciliazione vita-lavoro. In Turchia si è trasformato in controllo diretto delle scelte riproduttive, con sanzioni disciplinari per chi non si conforma. Il tasso italiano di cesarei si attesta intorno al 32%, ben al di sopra del 15% raccomandato dall'Organizzazione mondiale della sanità, ma lontano dai livelli turchi. Anche qui il fenomeno ha radici complesse: difesa medico-legale, organizzazione ospedaliera, preferenze delle pazienti. Eppure, nessun governo ha pensato di multare i ginecologi o di imporre rieducazione obbligatoria.

La deriva turca interroga l'Europa intera. Può una politica demografica legittimare l'erosione dell'autonomia femminile? Il ministro della Salute turco Kemal Memişoğlu ha dichiarato che «senza figli non siete una famiglia, siete solo marito e moglie». Erdoğan, nel 2016, aveva bollato come «incomplete» le donne senza figli. Affermazioni che rivelano una visione in cui la donna esiste in funzione della riproduzione, non come soggetto di diritti. L'emancipazione femminile viene dipinta come minaccia ai valori tradizionali, e la famiglia assurge a strumento di governo. Per l'Unione Europea, che ha aperto e poi sostanzialmente congelato i negoziati di adesione con Ankara, la questione si inserisce in un quadro più ampio di arretramento democratico: dalla repressione del dissenso alla restrizione delle libertà civili, fino al controllo dei corpi.

Le domande de L'Analista

Fino a che punto uno Stato può intervenire sulle scelte riproduttive in nome dell'interesse demografico senza violare i diritti fondamentali della persona? E l'Italia, di fronte al proprio declino delle nascite, saprà tenere ferma la distinzione tra sostegno alla famiglia e ingerenza sulla libertà individuale, o finirà per cedere alla tentazione di politiche invasive mascherate da emergenza nazionale?